Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni (1970).

di Roberta Lamonica

Poliziotto: Nome e cognome, prego
Mark: Carlo Marx
Poliziotto: Che?… Come si scrive, dimmelo lettera per lettera
Mark: c-a-r-l-o-m-a-r-x
Poliziotto: con una x?
Mark: Sì con una x
Poliziotto: ma che cavolo di nome!!

Mark è uno studente-lavoratore ribelle, annoiato finanche dalle assemblee studentesche che pure frequenta. Armato, resta coinvolto in una sommossa studentesca, in cui un poliziotto muore proprio di fronte a lui. Non è stato lui ad ucciderlo, ma è sospettato, così pensa di fuggire rubando un aereo da turismo. Nel deserto, dove ha dovuto atterrare perché non ha più benzina, Mark incontra la giovane e bella segretaria di un industriale, Daria, che deve raggiungere proprio il suo capo a Phoenix. Sono diversi eppure si somigliano e nel deserto, a Zabriskie Point, si amano. Dopo poco, le loro vite andranno incontro al proprio destino 

Un po’ road movie come Easy Rider, un po’ gangster story come Bonnie & Clyde; omaggi a Hair e Intrigo Internazionale, Zabriskie Point è però essenzialmente la contro cultura americana vista da Michelangelo Antonioni. Sceneggiato in modo scarno ed essenziale, come sempre, da Tonino Guerra e ferocemente criticato all’uscita nel 1970, il film ha i suoi punti di forza in una fotografia e in una colonna sonora stratosferiche con il paesaggio desolato, sterminato e apparentemente sterile della Death Valley a rappresentare paradossalmente un Eden incontaminato in cui vagheggiare per un attimo la nascita di un nuovo mondo, lontano dai cartelloni pubblicitari, dai non luoghi, dalla cultura di massa e dall’edilizia scriteriata che vuole strappare alla natura spazi selvaggi e liberi, appartenuti a popolazioni native assoggettate o cancellate. Tutto il film “adombra il conflitto tra istinto di vita e istinto di morte. Eros e Thanatos e (forse più esattamente) tra concezione ludica e concezione utilitaria della vita”, nelle parole di Alberto Moravia. Il ‘gioco per il gioco’ che culmina appunto nel love in a Zabriskie Point, frana sempre più verso thanatos, la morte, gli indizi della cui presenza sono stati disseminati per tutto il film.

Antonioni usa due simboli tipicamente americani – l’automobile e l’aereo – come ponti per creare connessioni tra esseri umani. Non solo critica al capitalismo, quindi, ma anche curiosità per i cambiamenti che stavano avvenendo oltreoceano alla fine degli anni ‘60. Il film inizia come un documentario, in un’assemblea di giovani universitari e introduce dapprima il protagonista, Mark Frechette, annoiato giovane radicale, e poi la bella protagonista, Daria Halprin, annoiata segretaria di un immobiliarista, entrambi in fuga dal mondo da cui provengono e a cui sentono di non appartenere; entrambi alla ricerca del senso primigenio della loro esistenza. Ecco perché il prevedibile amplesso fra i due si configura come una psico-orgia in cui ogni forma di amore è possibile e sembra prendere naturalmente forma e vita dalla sabbia del deserto.

Ed è per questo che Daria, dopo l’esperienza trascendentale vissuta a Zabriskie Point, non può che fuggire dalla vita di ‘prima’ e immaginare un’esplosione che annienti tutto ciò che ha violato la Natura e lei stessa. Un’esplosione sulle note psichedeliche di ‘Careful With That Axe, Eugene’ dei Pink Floyd; un’esplosione espressionista prima e astratta poi, in cui tutto ciò che si può comprare e vendere deflagra nel silenzio sciamanico del deserto.

Ed è allora, solo allora, che Daria trova la quadratura del cerchio… in un incredibile tramonto rosso sulle note pacificatrici di Roy Orbison: ‘l’apocalisse di un mondo tradotta in spettacolo pirotecnico, di un virtuosismo coloristico vertiginoso: abbagliante girandola finale di una civiltà’ (Filippo Sacchi).

È proprio in questo che il film di Antonioni si distingue da altri film in cui viene problematizzato il rapporto Eros e Thanatos: fuori d’ogni logica narrativa tradizionale, il furore profetico di Antonioni fa che nella poesia dell’immaginazione i due protagonisti sfuggano alla morte, alla vittoria della morte sulla loro disagiata unicità.

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