Le orme, di Luigi Bazzoni (1975)

di Greta Boschetto

Le orme è un film italiano del 1975 diretto da Luigi Bazzoni con Florinda Bolkan, Nicoletta Elmi, Klaus Kinski, Lila Kedrova e Evelyn Stewart.

Alice (Florinda Bolkan) è una traduttrice con una vita tranquilla, è single e vive in un elegante e moderno appartamento all’Eur, ma è tormentata da un incubo ricorrente che nasce da un ricordo lontano, un film di fantascienza (forse) visto da piccola. Una mattina, dopo il solito sogno inquietante dell’astronauta abbandonato sulla luna per un esperimento, si sveglia e grazie a una collega scopre di non essersi presentata al lavoro e di aver rimosso completamente gli ultimi tre giorni della sua vita. In casa ci sono oggetti che non ricorda e che non riconosce come suoi: un vestito giallo che non ha mai visto, una cartolina strappata di un albergo situato a Garma, unico indizio da cui partire nella sua ricerca.

L’atmosfera della pellicola è rarefatta, come l’aria nello spazio quando saliamo sempre più su, dalla Terra verso la Luna, una delle protagoniste di questo film mentale e psicoanalitico, un onirico e al contempo realistico deliro sulla solitudine e (forse) sulla follia, ma soprattutto sulla memoria o, meglio ancora, sulla mancanza di essa: in sostanza è una storia di alienazione, quella sensazione che si sente crescere nell’anima quando si sa che ci manca qualcosa ma non si riesce a individuare cosa sia, tutto è davanti a noi ma non può essere nitido perché non vi è un tassello o, nel caso della protagonista Alice, il ricordo quasi totale di tre giorni che non riescono a farsi spazio nella mente, pur sapendo di averli vissuti lontani dalla solita quotidianità.

Una sensazione angosciante ci costringe il petto per tutto il viaggio di Alice, che deciderà di recarsi nella città di Garma in cerca della verità, ma dove invece incontrerà solo nuovi dubbi, insieme agli inquietanti personaggi dell’albergo dal quale parte la sua indagine: bambine con i capelli rossi (Nicoletta Elmi, sempre lei, un simbolo del cinema “di genere” anni 60/70 soprattutto per aver partecipato fin da piccina a pellicole come Reazione a catena di Mario Bava, Profondo Rosso di Argento, Chi l’ha vista morire? Di Aldo Lado e il Medaglione insanguinato di Dallamano) e vecchi compagni d’infanzia (ecco qui che torna il passato, il ricordo, la memoria labile di una nostra vita lontana e inafferrabile).

L’intreccio potrebbe sembrare quello del mystery, di un giallo all’italiana senza assassini dai guanti di pelle nera, ma grazie alle continue contaminazioni e sperimentazioni nel cinema di quegli anni, Bazzoni crea una pellicola quasi autoriale, con tempi lunghi, atmosfere ovattate e impalpabili, lunghi silenzi inquietanti.

Del giallo all’italiana ritroviamo un impianto narrativo coinvolgente tanto da non farci staccare gli occhi dallo schermo, indizi da seguire verso la verità, piccole perle che insieme formano una collana, ma l’enigma da risolvere questa volta sarà più mentale: il mistero della psiche umana, dei meccanismi di difesa di cui ci riempiamo pensando così di non rischiare la sofferenza, il mistero di una donna totalmente concentrata sul lavoro per non correre il pericolo dei sentimenti, che trovano spazio solo nel ricordo, nel passato, in un amore adolescenziale, totalizzante e doloroso, che l’aveva fatta sentire abbandonata come l’astronauta del sogno che la ossessiona.

Partecipiamo ipnotizzati e al contempo smarriti alla inquieta avventura di Alice, partita dalla sua asettica vita nell’Eur, ossessionata da un incubo ricorrente e da mancanze costanti, fino ad arrivare a esotiche spiagge eteree dalle costruzioni liberty, passando tra teorie cospirazioniste, fantascienza, critica sociale sul futuro, solitudine e pazzia.

E non è forse anche tutto questo, la vita? Un continuo tentativo di darci risposte, un percorso fatto di orme da seguire e che a nostra volta lasceremo.

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