Il Prete, di Antonia Bird (Priest Gb/1994)

di Laura Pozzi

Il recente diktat promulgato dal Vaticano sulla mancata benedizione nei confronti delle coppie gay (seppur stabili), considerate unioni “illecite” e per questo non meritevoli di tale “privilegio”, oltre a suscitare un vespaio di polemiche, può fantasiosamente riportare alla mente la visione di un film misconosciuto, uscito nei primi anni novanta e firmato da Antonia Bird, controversa regista anglosassone prematuramente scomparsa nell’ottobre del 2013. Una regista decisamente interessante, fuori dagli schemi, indomita e combattiva di cui qualcuno ricorderà (forse) il più noto L’insaziabile (1999), sorta di western horror incentrato sul tema del cannibalismo con protagonisti Guy Pearce e Robert Carlyle. Una pellicola anomala e volutamente disturbante, al pari de Il prete, suo film d’esordio in cui il binomio religione/omosessualità trova l’humus ideale per la difficile condizione di un giovane prete gay, costretto a mettere in dubbio la sua vocazione e a difendere le proprie certezze dai nefasti e letali colpi di una crociata bigotta e perbenista. Un film che a dispetto di tutto (in Italia i cartelloni recitavano a lettere cubitali i timori di un Vaticano “spaesato” e comprensibilmente contrario alla visione) riuscì comunque a farsi notare, conquistando prestigiosi riconoscimenti nei festival di tutto il mondo, da menzionare il premio del pubblico al festival di Toronto e il Teddy Award al festival di Berlino nel 1995.

Greg Pilkington è un sacerdote cattolico che dopo un periodo passato a predicare in una diocesi del sud torna nella natia e proletaria Liverpool.  Giovane di bell’aspetto (un Linus Roache  troppo “lord” per essere seriamente convincente nel reggere i colpi bassi di un plot complesso e dirompente) dai modi affabili e garbati, il fervore e pragmatismo che animano le sue lucide convinzioni (il peccato è da ricercarsi nelle colpe dell’individuo e non in una società trasformata in capro espiatorio) non tardano a scontrarsi con la condotta poco ortodossa di Padre Matthew (Tom Wilkinson) il suo coinquilino, che intrattiene una relazione con la governante Maria e trasforma i suoi sermoni in comizi politici di stampo laburista. Tuttavia quell’anarchia così tenacemente ostentata dall’anziano “collega” finisce per fomentare i suoi istinti repressi e a smascherare le debolezze di un uomo costretto e schiacciato da un ruolo ingombrante. Cinto da un giubbotto di pelle nera e smessi gli abiti sacrali, le sue inconfessabili pulsioni lo conducono all’interno di un locale notturno dove incontra l’emaciato Graham (un magnifico Robert Carlyle non ancora baciato dal successo) che all’oscuro della sua vera identità lo asseconda e lo rende protagonista di una folle notte di passione. Ma attenzione non ci troviamo di fronte a puro esibizionismo o peggio ancora sensazionalismo perché se è vero che  la tematica gay rappresenta un punto irrinunciabile dell’azione (e la lunga scena di sesso tra i due è una delle più belle e suadenti mai filmate sull’argomento) è altrettanto vero che la regista è molto più interessata a far luce su un aspetto della vicenda ancora più aspro, problematico e fatalmente irrisolto. Durante un confessionale, Greg raccoglie le confidenze di Lisa (la dolente e preziosa Christine Tremarco) un’adolescente confusa e traumatizzata dai continui abusi paterni. Sconvolto dalle inedite rivelazioni e “castrato” dal segreto confessionale decide di tacere e lanciare degli “avvertimenti” ai genitori. Ma se il padre della giovane vittima reagisce a tali ammonimenti con una disamina mostruosa sull’incesto, la madre non sembra cogliere la gravità della situazione. Sempre più lacerato da un segreto che lo mette spalle al muro e lo imprigiona ad una cieca e incontrovertibile obbedienza, si vedrà ferocemente accusato dalla madre di Lisa, una volta scoperto l’abominio. Il girone infernale nel quale si trova improvvisamente a soggiornare non fa sconti neppure alla tenerezza lenitiva di alcune e necessarie effusioni vissute in compagnia del suo giovane amante. Dopo essere stati colti in flagrante all’interno di un auto, padre Greg sarà costretto a lasciare la parrocchia per trasferirsi in una remota e arcaica destinazione. Ma la sua missione, ancorata ad una lucida consapevolezza di sé verrà piegata, ma non spezzata, mentre l’ipocrisia e insensibilità del mondo circostante si scioglieranno in un finale catartico di struggente intensità.

Un film così crudo e scottante è ormai impensabile nel buonismo dilagante che scandisce i nostri giorni. Eppure quasi trent’anni fa non era così insolito trovarsi a tu per tu con pellicole non sempre riuscite, ma capaci di scuotere e far riflettere. O quanto meno a porre dei quesiti. Il merito e l’importanza di questo film risiedono proprio nell’ammirevole capacità di creare un confronto, innescare un dibattito, provocare una sfida. Soprattutto con noi stessi e con le nostre verità assolute. Come già detto in precedenza non è la tematica gay  a provocare scandalo, ne tantomeno il fatto che sia un prete a viverla sulla propria pelle. Ma è la banalità del male così come la  sua assoluta normalità che risiedono e trovano nel ripugnante padre di Lisa  l’aspetto più sconvolgente e deforme della storia. L’insostenibilità e spietatezza del suo alibi nel promuovere e assolvere l’incesto creano una vera e propria frattura emotiva non solo nell’attonito protagonista, ma anche nello spettatore che si trova di colpo catapultato nell’orrore di una realtà troppo spesso taciuta. E il conflitto vissuto da Greg non è meno potente e suggestivo del grido di dolore pronunciato verso quel crocifisso immobile e seducente. Antonia Bird, come in quasi tutti gli esordi che si rispettino mette troppa carne al fuoco, ma la lucida determinazione e sanguigna sfrontatezza con le quali conduce la sua scomoda battaglia verso dogmi e istituzioni è ammirevole. Così come il realismo tetro e opprimente che avvolge le esistenze di un’umanità incapace di volgere lo sguardo altrove e di espugnare le rassicuranti mura di una cattedrale. La regista non possiede la tagliente profondità e il penetrante scavo psicologico di Ken Loach, ma la sua narrazione seppur affetta da un certo e forse inevitabile schematismo di fondo, corre dritta per la sua strada grazie ad uno stile asciutto e conciso. Non ci sono allusioni, sottintesi o simbolismi nelle sue immagini, ma solo una sinistra e lacerante realtà, compensata da un incipit arrabbiato e travolgente che da solo vale la visione. Ma su tutto si staglia una Liverpool grigia e asfittica, simile a una lady “di ferro” che sembra ignorare qualsiasi forma di redenzione. La sola comunione possibile, ma soprattutto credibile appare allora non quella celebrata durante la funzione religiosa, ma quella che si compie attraverso il disperato e autentico abbraccio tra due peccatori.

    

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