Grazie per la cioccolata, di Claude Chabrol (Merci pour la chocolate FR/2000)

di Laura Pozzi

Grazie per la cioccolata, film di Claude Chabrol che apre il nuovo millennio e suscita particolare entusiasmo alla 57ª mostra del cinema di  Venezia dove viene presentato fuori concorso, segna la sesta e penultima collaborazione del “giovane turco” con la musa ispiratrice Isabelle Huppert. La loro prolifica liaison terminerà nel 2006 con la Commedia del potere, quattro anni prima della morte del regista avvenuta nel settembre 2010. Un sodalizio Chabrol/ Huppert discreto e pungente, mai troppo “alla moda” come nell’indole un po’distaccata dell’autore che pur essendo tra i massimi esponenti della Nouvelle Vague ( Le beau Serge, pregevole esordio dietro la macchina da presa  è considerato a tutti gli effetti primo film del movimento) non ha mai ricevuto lo stesso trattamento “coi guanti gialli”  riservato ai più celebri e acclamati colleghi. Destino che lo accomuna in parte al suo grande amico e collaboratore Éric Rohmer con il quale realizzerà uno dei più interessanti libri su Alfred Hitchcock. Per chi ha dimestichezza e particolare empatia con il suo cinema sa perfettamente come il maestro del brivido sia  figura di spicco e occupi un posto di riguardo nella sua poetica che non si limita al semplice omaggio o alla sacra ispirazione, ma sconfini in qualcosa di più sottile, enigmatico, quasi cerebrale. L’incontro con la Huppert avviene all’inizio degli anni settanta, ma è sul finire del decennio che il loro primogenito, anzi primogenita cinematografica vedrà luce sugli schermi. Violette Nozière (1978) è il film che in qualche modo riabilita il regista francese da alcuni passi falsi compiuti in precedenza, ma è soprattutto il film che lancia una giovane, ma già volitiva Huppert nell’olimpo delle star internazionali, consacrandola a Cannes come miglior attrice.

Uno sposalizio artistico intenso e gratificante costellato di premi e riconoscimenti (l’algida Isabelle sarà premiata per Un affare di donne (1988) e La cérémonie – Il buio nella mente con la Coppa Volpi) e impreziosito da una rivisitazione di Madame Bovary (1991) considerata fra le migliori insieme a quella di Jean Renoir. La loro raffinata e consolidata complicità torna più pronunciata e inebriante che mai (aggettivi insoliti, ma pertinenti per un film amaramente squisito già dal titolo) in Merci pour la chocolate. La storia, ambientata a Losanna e tratta dal romanzo The Chocolate Cobweb della scrittrice Charlotte Armstrong si apre sul gelido e impenetrabile volto di Marie-Claire “Mika” Muller (Isabelle Huppert), direttrice di una prestigiosa azienda di cioccolata intenta a sposare per la seconda volta Andrè Polonski (Jacques Dutronc) celebre pianista di fama mondiale. La cerimonia basata su facciate e apparenze più o meno tangibili  rivela fin dalle prime inquadrature il tocco inconfondibile del suo autore. Un ambiente vacuo e ciarliero, tumulato nell’ipocrisia delle buone maniere, popolato da scialbi individui ingessati, vestiti a puntino e avvolti da un’atmosfera rarefatta che cela probabilmente qualche inconfessabile segreto. Non troppo distante l’impetuosa e giovane Jeanne Pollet (Anna Mouglalis) ambiziosa pianista di futuro successo apprende quasi per gioco da sua madre di essere stata scambiata il giorno della sua nascita per la figlia di Polonski, divenendo per qualche minuto sua erede legittima. Un equivoco prontamente chiarito, ma che scatena nelle fantasie della giovane la voglia e curiosità di conoscere quel “falso” genitore con il quale sembra avere molto in comune.

La sua irruenza la porta a varcare casa Polonski con estrema disinvoltura, ricevendo (dopo aver spiegato le ragioni della visita) una calorosa accoglienza soprattutto da parte di Andrè che sembra rivedere in lei l’incantevole grazia di Lisbeth, la sua prima moglie, madre di suo figlio Guillame (Rodolphe Pauly) morta alcuni anni prima in seguito ad un incidente stradale mai del tutto chiarito, provocato da un inspiegabile colpo di sonno e dall’assunzione di un sonnifero di cui nessuno era a conoscenza. Se l’uomo sembra provare per la giovane un istintivo legame, lo stesso non può dirsi per Mika e Guillame che intravedono nella ragazza una pericolosa minaccia da tenere “cortesemente” alla larga. Soprattutto Mika che dietro a falsi sorrisi e sbadataggini più o meno volute inizia a tessere la sua tela criminale. Tutto sembra ruotare attorno a un misterioso thermos di cioccolata (da lei abilmente preparata) che la donna, in presenza di Jeanne lascia accidentalmente cadere sul pavimento. Quel gesto apparentemente fortuito e privo di conseguenze apre una breccia, facendo riemergere l’odore nauseabondo di un fetido passato, sostituito e narcotizzato da quello di una cioccolata decisamente poco invitante che coinvolgerà tutti i personaggi facendoli sprofondare in una spirale del male pronta a riproporsi.

Lo sguardo asettico e glaciale di Chabrol pietrifica ancora una volta gli orrori di un gruppo di famiglia in un interno e l’arrivo di Jeanne ospite inattesa e indesiderata non fa che amplificare una tensione palpabile, raggelata, suggerita e mirabilmente evocata da volti, sguardi e silenzi acuminati come fendenti. Mika è l’immorale burattinaia di un gioco perverso basato su una folle e spietata concezione del male. Un gioco al quale tutti sembrano sottostare attraverso un sonno indotto dal dominio silenzioso e incontrastato di una donna “brava a fare del male” e capace a trasformarlo in bene quando più violento e incontrollato. Come in quasi tutte le sue opere Chabrol lascia da parte l’intreccio manifestando un’intenzione più o meno voluta di relegarlo “fuori scena” come fosse un intralcio alla sua personalissima indagine. Da sempre affascinato dalla monotona e malsana aria di provincia, i suoi personaggi di matrice borghese dialogano incessantemente con l’ambiente circostante. In questo film in particolare la sontuosa villa dei Polonski (concessa nella realtà da David Bowie) mostra con  fierezza le ragnatele dell’anima, finemente intessute nei suoi interni impeccabili. Una sinistra custode che in quel finale crudelmente “fetale” diviene emblema di un’intera classe sociale. Sedotto inevitabilmente da rimandi hitchcokiani (su tutti Rebecca la prima moglie, Il sospetto, L’ombra del dubbio), folgorato da maestri quali Fritz Lang e Renoir (puntualmente omaggiati), Grazie per la cioccolata è un film che ha sparso i suoi semi e li ha visti germogliare nel cinema di un altro eccezionale maestro del male: Michael Haneke. La sua pianista deve ringraziare non poco la diabolica Mika. E non solo per la cioccolata.

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