Heat – La sfida, di Michael Mann (1995)

Di A.C.

Los Angeles. Un gruppo di rapinatori professionisti assalta un furgone portavalori, ma nell’eccesso di foga di uno dei banditi rimangono uccisi i tre agenti di scorta. Viene dunque incaricato delle indagini lo zelante tenente Vincent Hanna (Pacino), il quale dà il via ad una intensa caccia all’uomo che ha come obiettivo principale il capo della banda criminale Neil McCauley (De Niro).
Riferendosi a Michael Mann, spesso lo si menziona come uno dei massimi maestri del cinema d’azione americano; elogio certamente veritiero, ma talvolta anche riduttivo della sua poetica che ha sempre espresso nella sua disamina umana una posizione di centralità. Un cinema, il suo, di diretta ispirazione da John Huston e (soprattutto) Jean-Pierre Melville, due dei suoi principali punti di riferimento artistici.
In Heat vi sono tutti gli ingredienti di un poliziesco in piena regola: un crimine da risolvere, rapinatori spietati e poliziotti solerti pronti a contrastarli. Mann, però, plasma tali schemi a seconda della sua impronta autoriale combinando i ritmi serrati e incalzanti dell’action thriller con una forte componente di introspezione psicologica.

Di qui un totale stravolgimento dei codici del genere, di cui l’autore si avvale come pretesto per andare oltre la superficie del conflitto tra guardie e ladri, scavando più a fondo nell’intimità dei suoi protagonisti, rivelandone difficoltà, crepe ed effetti collaterali nell’adempimento dei rispettivi ruoli, fino a trovare elementi di sorprendente comunanza.
Infatti ciò che emerge in Heat è l’aspetto umano dei suoi personaggi, che accomuna indistintamente poliziotti e criminali: tra vite solitarie, matrimoni in rotta e tentativi frustrati di cambiamento di chi è troppo votato al proprio mestiere per poter ripiegare in una vita cosiddetta regolare.
Mann costruisce il racconto, della durata di quasi tre ore, alternando digressioni di vita personale di tutti i suoi personaggi, principali e comprimari, nelle loro sensazioni e nelle loro emozioni, con l’esplosività delle scene d’azione, in cui tocca picchi di resa magistrale come nella straordinaria sequenza della rapina in banca con tanto di ferocissima sparatoria urbana.

Ed è proprio negli stralci di vita personale che Mann rivela le comunanze dei suoi personaggi, indipendentemente dai loro ruoli. Rinuncia a qualunque demarcazione tra bene e male soffermandosi proprio su quelle complessità umane che fungono da punti di contatto di ciascuno di loro, in particolare nel rapporto tra Hanna e McCauley, ai quali prestano il volto un Pacino efficacemente istrionico e un De Niro misuratissimo, alla (finora) seconda delle loro compartecipazioni e la prima che li vide condividere la medesima scena. Il primo è un poliziotto tenace, determinato, esuberante e con una tale dedizione al proprio lavoro da sacrificare più matrimoni, indubbio rappresentante della legge eppure distante dall’archetipo dell’eroe; il secondo un ladro estremamente lucido e meticoloso, che vive la propria professione criminale in modo quasi monastico, portando avanti un rigido codice di condotta che non può piegarsi mai e per nessuna ragione, ma proprio per questo un personaggio particolarmente sfaccettato e ambiguo, lontano dalla figura canonica del gangster.
Due personalità estremamente complesse che rappresentano due facce della stessa medaglia, divisi dai rispettivi ruoli ma accomunati da un sentimento di solitudine che li induce anche a manifestare una tacita intesa, assimilabile a una forma anomala di amicizia, nella tanto celebre e celebrata scena del dialogo tra i due protagonisti alla tavola calda.

Azione, epica, malinconia, tragedia e suspense. Mann condensa tutti questi elementi con precisione di scrittura ed efficacia nella messa in scena, supportato dalle prove dei suoi interpreti e dalla fotografia superba di Dante Spinotti.
Un racconto che semina vari frammenti nell’arco della narrazione per poi ricomporli gradualmente in un mosaico di perfetta struttura; talvolta soffermandosi su momenti di semplice quotidianità che fungono, però, da quiete prima della tempesta, preludio all’inevitabile redde rationem, in un finale tanto teso e avvincente quanto struggente e poetico dove anche nell’esito fatale di un duello all’ultimo sangue c’è spazio per un commovente commiato con un gesto di reciproca solidarietà.
Caposaldo del genere e titolo cult del del cinema americano anni ’90, ispiratore di tantissima produzione successiva e anche di alcuni tentativi di imitazione di netta inferiorità qualitativa.

“Mi ci vedi a rapinare un negozio di liquori con su scritto in fronte “Arrestatemi, sono un perdente”?”
“No, in effetti no.”
“Bravo. Non tornerò mai in prigione.”

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