Ecco Fatto, di Gabriele Muccino (1998)

di Laura Pozzi

Muccino sì, Muccino no, Muccino nì. Per chi scrive la risposta esatta è la tre, sopratutto se limitata al primo Muccino, quello che con assoluta nonchalance chiude un secolo e ne apre un altro trasformandosi con L’ultimo bacio nel nuovo golden boy del cinema italiano. Si perché al di là di come la si possa pensare il regista romano, con il suo titolo più noto, ma lungi dall’essere il più riuscito sbanca i botteghini, seduce pubblico e critica, rimane in sala per sei mesi consecutivi e parte alla conquista di un’ America più problematica e meno indulgente di quella di Colombo. Da sempre al centro di polemiche più o meno astruse, il suo cinema urlato, dispnoico, costantemente sull’orlo di una crisi di nervi è divenuto nel tempo bersaglio fin troppo facile per tutti i cinefili spocchiosi benpensanti che gongolano nello scatenare l’immancabile crociata a colpi di tastiera. E’ di pochi giorni fa quella relativa ai discutissimi David di Donatello e alle noiose e poco accessibili Favolacce dei fratellini D’Innocenzo. Muccino ha manifestato con vivida amarezza e una punta di livore la sua delusione verso un premio e una giuria che dal 2003 esclude sistematicamente le sue opere dalle categorie maggiori. Sorte che anche quest’anno non ha risparmiato il suo Gli anni più belli, (solo 3 nomination) pellicola discutibile e disastrosa quanto si vuole, ma regina incontrastata del box office. Questo per sottolineare come, fra alti e bassi a stelle strisce, il feeling con il pubblico resta inalterato. Una polemica o più semplicemente un’esternazione di certo non buttata a caso, ma fondata su dati certi. Il fatto che poi Muccino non sia riuscito a terminare Favolacce (ben 13 nomination) è un discorso del tutto personale che esula dall’argomento principale. Naturalmente “apriti cielo”, perchè nel paese dei tuttologi, dei complottisti e dei social dipendenti un’uscita come quella non viene perdonata e letta semplicemente come un’opinione che uno scartato “di lusso” ha tutto il diritto di palesare, ma è più comodo liquidarla come il patetico piagnisteo di un “rosicone” frustrato. Di cosa dovrebbe essere invidioso poi qualcuno lo dovrebbe spiegare una volta per tutte, visti gli strabilianti (almeno in termini economici) risultati dei suoi film.

Comunque tutto questo preambolo ha il solo scopo di introdurre il suo film d’esordio, quello in cui Muccino non è ancora diventato Muccino e può concedersi la sciccheria di realizzare dopo un lungo apprendistato televisivo un’opera ancora oggi molto divertente (impreziosita dagli irresistibili camei di Sergio Rubini e Piero Natoli), frizzante, figlia di un’epoca che muore, caratterizzata da uno stile brioso, esasperato, facilmente riscontrabile nelle opere successive. In Ecco fatto sono già presenti gli alleli che ritroveremo più edulcorati in Come te nessuno mai e maneggiati con maggior perseveranza e ostentazione ne L’ultimo bacio. La storia banale e leggerissima pur comprendendo problematiche più o meno accennate ruota intorno al tema della gelosia. Matteo (Giorgio Pasotti) e Piterone (Claudio Santamaria) sono due eterni ripetenti e amici per la pelle. Una sera ad una festa, Matteo incontra Margherita (Barbora Bobulova) e se ne innamora perdutamente. Le differenze (non solo anagrafiche) fra i due sono abissali: Matteo è un bamboccione, ancora alle prese con la scuola, mentre Margherita è un’artista libera e indipendente venuta dalla Slovacchia. Un ti amo gridato a squarciagola in riva al mare ed ecco fatto lo smarrito e oramai in trappola Matteo si ritrova a convivere con questa ambigua e incantevole creatura dal passato amoroso tutt’altro che cristallino. Tra ricomparse di ex, uscite con amici di vecchia data, misteriose lettere chiuse a chiave nel cassetto della scrivania e preservativi scomparsi, il giovane entra in un vortice di gelosia e perdizione che gli farà compiere più di qualche azzardo. Senza contare l’enigmatica presenza di Floriana (Ginevra Colonna) ex coinquilina introversa e spigolosa, ma decisamente troppo amorevole nei confronti della mutevole Margherita.

Il film unico italiano presentato in concorso al Torino Film Festival nel 1998 (anno in cui la kermesse abbandonerà definitivamente il titolo di Festival internazionale cinema giovani) non suscita particolare entusiasmo, tanto che l’uscita in sala sarà supportata da un massiccio passaparola e da centinaia di anteprime gratuite. Probabilmente se Muccino non avesse replicato all’infinito uno schema in questo caso originale e innovativo, i suoi detrattori avrebbero avuto molte meno soddisfazioni nei suoi confronti. Eppure è innegabile con tutti i limiti del caso che Ecco fatto rappresenta un apprezzabile tentativo di svecchiare una commedia italiana che sul finire del secolo girava distrattamente a vuoto. I personaggi di Muccino (chi più chi meno) sono costantemente attraversati da una forza misteriosa che li rende pazzi, isterici, fuori controllo. Dei riposseduti insomma. Matteo all’inizio è un ragazzo come tanti, il suo punto di riferimento è Piterone un simpatico cialtrone dalle reminiscenze sordiane che elargisce indiscutibili perle di saggezza “Gallina che becca, ha già beccato” (riferendosi alla “poca voglia” di Margherita) e del resto anche Matteo non è da meno “Un preservativo scomparso non è un ipotesi e nemmeno una fantasia ossessiva. Un preservativo scomparso è la madre di tutte le prove, la madre di tutte le angosce”. I rapporti di coppia nei suoi film rasentano quasi sempre il delirio schizoide: sussurri e grida, isterismi, minacce di morte, corse a perdifiato. Un’incomunicabilità grottesca ed esasperata, accompagnata in modo quasi ossessivo da un commento musicale e dalla voce fuori campo del protagonista che scandisce le nevrosi dei personaggi. Personaggi che corrono e sbraitano per buona parte della storia, accecati da un delirio amoroso, risolto quasi sempre con un punto interregativo. Spesso si fatica, soprattutto ne L’ultimo bacio a comprendere i dialoghi, a capire le parole, ad entrare in sintonia con un meccanismo costantemente in affanno. Ma questo vortice che ruota veloce e sembra inghiottire qualsiasi ipotesi di realtà, rivela in modo originale il continuo fraintendimento tra i due sessi. E se Ecco fatto, rispetto ai film successivi (anche se Come te nessuno mai  resta un gioiellino di spiccata sincerità)  si eleva una spanna sopra agli altri lo deve anche e sopratutto alla scelta (certo non casuale) di piazzare la struggente e darkissima Where the wild roses grow di Nick Cave e Kylie Minogue tra i momenti più significativi della storia.

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