Zorro, di Duccio Tessari (1975)

di Andrea Lilli –

Esistono ben pochi eroi dal cuore romantico e dal carattere amabile. Diciamoci la verità: non c’è nessuno come Zorro.

Isabel Allende, Zorro. L’inizio della leggenda

Zorro in spagnolo significa volpe. Animale scaltro, veloce, abile, predatore che si nasconde di giorno e colpisce di notte, improvviso, inafferrabile. Così fa Zorro nella California del primo Ottocento, da più di un secolo. Creato nel 1919 dall’americano Johnston McCulley per una rivista pulp, già nel 1920 viene interpretato da Douglas Fairbanks nella prima versione cinematografica: Il segno di Zorro (The Mark of Zorro), un muto di Fred Niblo. Nero il suo mantello, le vesti, il cavallo. Nera la maschera, nero il cappello. Zorro protegge la sua vera identità con il colore più scuro, come la volpe si cela nel buio notturno, ma il nero Zorro è un eroe luminoso, che si nasconde e sfugge alla legge a fin di bene. Unico giustiziere dove giustizia non c’è, le sue prede non sono galline indifese bensì uomini malvagi e potenti: giudici corrotti, militari violenti, esattori spietati, ricchi, cardinali, boia: i dominatori. I nemici dei deboli, dei poveri, dei nativi, degli schiavi, di chiunque osi ribellarsi alla prepotenza delle armi. Dove regna la sopraffazione, gli umiliati e offesi possono sperare solo nell’invincibile spada di Zorro, angelo liberatutti, alter ego di Diego de la Vega, rampollo eccentrico di nobile famiglia.

Alain Delon, Zorro (1975)

McCulley si ispirò sicuramente ad alcuni popolari capisaldi della letteratura consolatoria, come il romanzo d’appendice Primula Rossa della baronessa Orczy, I tre moschettieri e Il conte di Montecristo di Dumas padre, l’epopea di Robin Hood. Forse anche a personaggi storici, realmente esistiti. L’intuizione, geniale o fortunata, fu quella di prendere in ciascuna di quelle figure gli ingredienti narrativi più adatti ad essere riutilizzati nel suo romanzo a puntate La maledizione di Capistrano (epiteto di Zorro) in un contesto storico del lontano passato, quello dell’ultimo periodo del dominio spagnolo nel Nuovo Mondo. Una collocazione distante, perfetta per godere senza contraccolpi polemici delle gesta di un eroe puro e romantico, un Robin Hood spadaccino californiano, cavaliere vendicatore di torti storici e istituzionali odiosi, pesanti, deprecabili, ma comunque ben precedenti l’annessione della California agli Stati Uniti (1848).

Il successo del romanzo di McCulley fu tale da dare subito inizio ad un filone creativo che, dal 1920 ad oggi, ha prodotto così tanti sequel e derivati (parodie comprese: es. Franco Franchi) da far diventare Zorro uno dei personaggi piu’ popolari nella storia della letteratura e del cinema, della televisione e dei videogiochi, nonché nei fumetti progenitore di una lunga stirpe di eroi e supereroi in calzamaglia, dagli anni Trenta in poi: The Phantom (l’Uomo Mascherato), Superman, Batman, e via di seguito (parodie comprese: es. Zorry Kid di Jacovitti). Non solo: sono debitori di Zorro l’industria dei giocattoli e dei costumi di Carnevale, i repertori dei soprannomi (dai partigiani combattenti ai presentatori televisivi, dai clochard ai campioni di calcio), la prassi dello spelling, l’arte contemporanea (Pop e Street Art, Cattelan), l’onomastica degli animali domestici. Sicché oggi, a 101 anni dalla sua nascita, registriamo Zorro tra i miti più condivisi nell’immaginario collettivo di tutti i tempi, in tutto il mondo.

Maurizio Cattelan, Untitled
1996

Se restiamo in Italia, è tra gli anni Sessanta e i Settanta che rileviamo il picco di zorrizzazione sociale, sia per effetto delle due serie televisive con protagonista Guy Williams (78 episodi prodotti nel 1958-1959 dalla Disney, trasmessi dalla RAI dal 1966 al 1968 e dal 1974 al 1976), sia per la fioritura in quel ventennio di un gran numero di pellicole su Zorro, una ventina almeno, di valore artistico forse non eccelso ma bene accolte dalle masse e dalle casse. [Tra i rapporti Zorro-Italia è curioso notare che lo Zorro televisivo, Guy Williams (1924-1989), è stato un attore italoamericano il cui vero nome era Armando Joseph Catalano, nato da siciliani emigrati a New York. E che il titolo del romanzo di McCulley, The Curse of Capistrano, cita la missione fondata in California da San Giovanni di Capestrano, frate francescano del paese abruzzese noto anche per una straordinaria statua del VI sec. a.C.: il Guerriero, gagliardo tipo con spada a tracolla e cappello a larghe tese.]

Guerriero di Capestrano, 600-550 a.C.

Tra i meno trascurabili Zorror Film degli anni Settanta, va senz’altro annoverato questo Zorro di Duccio Tessari (1975), produzione italo-francese che con Alain Delon protagonista nei panni di Zorro/Diego de la Vega e l’orecchiabile, appiccicosa colonna sonora del duo Guido & Maurizio De Angelis (gli Oliver Onions) punta anzitutto al risultato commerciale, ma grazie a una sceneggiatura disinvolta ispirata ai canoni del western all’italiana di quel periodo ci concede anche il piacere di alcune risate, da una parte, e dall’altra non scontate sollecitazioni alla riflessione sul potere, sulla dittatura militare, sul concetto di uomo forte al governo, sulla teologia della liberazione. Temi che in quegli anni erano centrali e dibattuti in Italia. Qui Zorro diventa quasi un guerrigliero antimperialista che, pur avendo a lungo mantenuto fede al giuramento di non uccidere fatto all’amico cristiano nonviolento Miguel in punto di morte, si sentirà infine autorizzato a far fuori il feroce colonnello Huerta, massima autorità istituzionale e massimo pericolo pubblico, oppressore del popolo oltre che assassino del neogovernatore Miguel. Un eroe vendicatore sì, come al solito Zorro, ma che in questo film diventa leggenda rivoluzionaria, nello spirito del tempo di quegli anni Settanta, che fatta giustizia riconsegna il villaggio ai suoi abitanti e all’ardente Ortensia, e se ne va altrove.

Un mito, appunto, come dice Isabel Allende: uno come Zorro non esiste; le cose si cambiano partendo dal proprio agire, o non si cambiano, però i miti consolano e fanno sognare.

Zorro e il colonnello Huerta

Il cast è di buon livello e ben diretto, a parte certe cadute di stile o, diciamo così, eccessive concessioni al pubblico infantile: la cruccaggine esasperata del capitano Fritz Von Merkel (Giacomo Rossi Stuart), le dimensioni delle pagnotte e del sedere del sergente Garcia, le stecche insistite del trombettiere, un paio di evitabili rutti Trinità®. Del resto Tessari è stato un maestro degli spaghetti western, certi pudori non gli appartengono.

Delon non si fa crescere i baffi e quindi evita la sfida ad armi pari coi precedenti Zorro; affida facilmente il suo charme ai primissimi piani sugli occhi magnetici, le acrobazie alla controfigura, ma a suo merito va riconosciuta una buona prova di elasticità nella parte del finto effeminato Diego de la Vega. Lo sorreggono degnamente l’antagonista Stanley Baker, Enzo Cerusico il fido servitore muto Bernardo, Ottavia Piccolo la nobile donzella.

Adriana Asti, nel ruolo secondario di Carmen, zia eccentrica e disinibita di Diego, è a nostro modesto parere la maschera più espressiva e convincente: l’unica che con le sue apparizioni regala vigore adulto e colori nuovi ad uno stinto eppur immarcescibile canovaccio. Nel festeggiare in questi giorni i suoi 90 anni, ricordiamo queste perle nel film pronunciate dall’attrice senza alcuno sforzo, anzi con gioia (forse assenti nel copione originale, chissà):

Niente al mondo mi diverte più della stupidità degli uomini, governatori e guardie del corpo.”

Voi uomini non concepite che una donna possa vivere senza la vostra maschia protezione. È meglio il convento che un altro matrimonio.”

(Ma poi, rapinata durante il trasferimento in carrozza, seduce e sposa la sua guardia del corpo, l’allibito capitano Von Merkel: “Al diavolo i gioielli, sei tu il mio tesoro.


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