Shtisel (2013): un viaggio affascinante nella vita di una famiglia di haredim. Su Netflix

di Roberta Lamonica e Marzia Procopio

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Locandina della terza stagione di Shtisel

L’affascinante galassia di Shtisel

L’universo misterioso di Shtisel, la serie in tre stagioni disponibile su Netflix in v.o. (yiddish/ebraico) sottotitolata in italiano che racconta la saga familiare di una grande famiglia di haredim (ebrei ultra ortodossi), è appassionante, divertente, commovente e a tratti – perché no – anche irritante. Tra matrimoni combinati tramite incontri pudici nelle hall di alberghi lussuosi, tecnologie che sembrano ormai provenire dalla preistoria e conflitti generazionali in cui non viene mai meno il rispetto dei ruoli secondo la tradizione, Shtisel ci rende Peeping Tom di una comunità che alza gli scudi contro ogni intrusione esterna, e si focalizza in particolare sul rapporto tra il patriarca Shulem e il suo figlio minore Akiva e sulle ‘fatiche del coniugio’ della figlia Giti e di suo marito Lippe (a nostro parere personaggio dall’evoluzione strepitosa).
Scritta benissimo da Ori Elon e Yehonatan Indursky e con un cast di attori molto affiatato, la serie israeliana, uscita in patria nel 2013 e nel resto del mondo nel 2018, ci permette di entrare all’interno di una comunità con un’identità fortissima e di conoscere un mondo che sembra anni luce lontano dal nostro. Un mondo in cui i ruoli di genere sono prestabiliti alla nascita, in cui le donne sono marginalizzate, se non invisibili, relegate nella sfera privata della famiglia che devono sostenere anche economicamente, mentre gli uomini sono dediti allo studio prolungato e quotidiano della Torah nelle yeshivot o nei kollelim, attività pagata con fondi pubblici tra le altre cose, o a riunirsi per bere, cantare (divertissement vietato alle donne) e fumare. Tanto.

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Shulem e il fumo

La ricostruzione del mondo ultra ortodosso è piuttosto fedele, anche se una parte importante della vita degli haredim, quella relativa ai rituali religiosi e all’esperienza spirituale, è solo accennata, così come la posizione e il peso politico delle correnti ultra ortodosse nello Stato di Israele. Eppure Sheitel, payot, kippah, Shabbat e Bar e Bat mitzwah diventano pian piano termini familiari e ci si affeziona ai membri di questa grande famiglia in cui si litiga, ci si sostiene, si nascondono verità, ci si sacrifica e a volte ci si inganna ma che, quando conta, si stringe intorno a chi ne ha bisogno gettando il cuore oltre l’ostacolo.

Le figure femminili in Shtisel (attenzione: contiene anticipazioni❗️)

In un mondo dominato da un patriarcato a tratti odioso, spiccano le figure femminili per la loro capacità di patire e compatire i loro uomini. Meravigliose, nello specifico, le interpretazioni di Neta Riskin, la Giti Shtisel ultra conservatrice tradita dal marito che ama, irreprensibile nella sua tzniùt (modestia della donna ebrea) e capace di affrontare nel silenzio l’oltraggio dell’abbandono, ma anche madre inflessibile e manipolatrice di Ruchami, che sfida la famiglia con un “matrimonio per sorpresa” con lo studente Hanina e di Yossele, che nella terza stagione, ormai diciannovenne, innamoratosi di una ragazza non approvata dalla famiglia osa contrastare la volontà di Giti con l’appoggio di un Lippe padre e marito sempre più maturo. Credibile e straordinario il suo doloroso percorso di perdono nei confronti del marito e il confronto con la figlia Ruchami (Shira Haas), nel solco della più rigida tradizione. Già conosciuta nella più recente e pluripremiata Unorthodox, la Haas dona alla sua Ruchami forza e dignità quasi tangibili al di là dello schermo. Il suo corpo estremamente esile trova in uno sguardo fiero, onesto e irriducibile la forza di una cultura millenaria, impenetrabile e incorruttibile. Non è un caso che ai suoi occhi lucenti che guardano dritti in camera sia affidata l’ultima inquadratura della serie.

le figure femminili in shtisel | removies
Nonna Malka Shtisel

Eppure, in qualche personaggio femminile c’è un’apertura al mondo laico e istanze di emancipazione e indipendenza davvero significative. Tovi, la moglie del figlio maggiore dì Shulem Zvi Arye, prende la patente e compra un’automobile perché “la pago con i miei soldi!”; l’amica di Giti decide di presentare il ghet (documento di divorzio) e di andarsene via con i figli. Ma splendida è soprattutto nonna Malka, la nonna ‘moderna’, che guarda Beautiful in televisione (proibita) nella casa di riposo, segna i nomi dei protagonisti sul suo quaderno per ricordarli nelle preghiere della sera e per giustificarsi davanti ai rimproveri del figlio Shulem dice che i Forrester sono molto religiosi perché “vedi, hanno tantissimi figli!”. Anche lei nel corso delle tre stagioni è un personaggio capace di evolversi: da matriarca che controlla ancora i suoi figli e nipoti a madre sempre più tenera man mano che invecchia, ma non per questo meno decisa a vivere fino all’ultimo – bellissima la scena in cui è al mare, arrivata lì in taxi, da sola perché nessuno ha potuto accompagnarla – essendo fedele ai propri desideri.  

Le figure maschili in Shtisel

Ai personaggi femminili che, pur nella loro posizione innegabilmente subalterna, spesso rubano la scena si contrappongono quelli maschili, anch’essi perfettamente tratteggiati. Al patriarca Shulem, interpretato magistralmente da Dov Glickman, è affidato il ruolo di raccordo nelle vicende che vedono contrapposte vecchie e nuove generazioni di haredim. Rabbino rispettato e temuto preside di un heder (scuola primaria maschile tradizionale in cui si insegnano i principi fondamentali della religione e della lingua ebraiche), Shulem cresce nel corso delle stagioni insieme a suo figlio Akiva (Michael Aloni), tenero e sensibile, con cui discute, di cui non comprende la fascinazione per l’arte e per il mondo secolare ma che ama profondamente. Su un balcone illuminato dalle luci gialle della notte della loro casa a Geula, il quartiere ultra ortodosso di Gerusalemme in cui vivono, si consuma il conflitto tra conservatorismo religioso e apertura verso il mondo laico ma anche il conflitto universale tra padre e figlio che attraversano qualsiasi società e comunità nel mondo.

Contornato da donne più forti e intelligenti di lui, non tutte della sua famiglia, che combattono battaglie di cui lui resta ignaro, Shulem fa sentire invadente la propria presenza nelle vite di tutti i suoi familiari, in particolare in quella di Akiva, il figlio così amato che prepara e consuma col padre i pasti frugali in una cucina spoglia e che solo con molta fatica riesce a svincolarsi dalla presa inconsapevole di questo anziano incapace di capire il presente. Shulem incarna perfettamente l’aspetto dialettico dell’ebraismo: consiglia, ascolta, borbotta, guida e tenta di imporre la sua saggezza; mangia, fuma, offre succhi di frutta e ‘soda’ ai suoi ospiti. “Se dovessi descrivermi con due parole, quali sceglieresti?”, chiede alla sua segretaria Aliza, “Padre ed Educatore”, gli risponde la donna. E questo è ciò che caratterizza il personaggio del rabbino Shulem, per cui Glickman ha dichiarato: “Dopo tanti ruoli comici, entrare nel personaggio di Shulem è stato come riscoprire una parte di me stesso. E dell’ebraismo”.

La scrittura di Shtisel

Un aspetto peculiare di questa serie sta nella forza di una narrazione nella quale le immagini riescono a comporre con grande naturalezza rapporti privati che senza forzature né passaggi didascalici pongono questioni complesse in un continuum da cui è difficile estrapolare degli esempi, dei frammenti. Anche di Akiva, il protagonista, è difficile tracciare un ritratto facendo riferimento a episodi specifici. Giovane tormentato e indeciso sul suo futuro, studente poco convinto della Torah e dotato di grande talento artistico, ‘Kive’, inizialmente molto sensibile al dettato psicologico e culturale, dichiarato o taciuto, del padre, nel corso delle stagioni riesce a imporsi, seppur con fatica e qualche esitazione di troppo, su questa figura così ingombrante, arrivando ad autodeterminarsi grazie all’amore ma anche contro l’amore. Così, se nella prima stagione perde l’amata Elisheva, rifiutata da Shulem perché più grande di Kive e soprattutto più volte vedova, nella seconda lotta per sposare la cugina Libbi: contro Shulem, inizialmente contrario, contro lo zio Nuchem, che lo vorrebbe imprenditore e non pittore, infine contro Libbi stessa, che prima ne incoraggia le ambizioni artistiche e poi, anche lei prigioniera delle rigide regole della comunità, le osteggia.

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Michael Aloni/Akiva

Una scena quasi onirica evidenzia la sensibilità esitante, dubbioso, profonda di Akiva: mentre è ospite in campagna di una collega che gli offre un posto dove abitare e con esso la possibilità di affrancarsi dal controllo paterno, la donna racconta ad Akiva che il luogo è pieno di sciacalli e che da bambina, con il padre, avevano una sorta di rituale magico per far smettere gli sciacalli di ululare nella vallata: il gesto di stendere le braccia con i palmi alzati rivolti contro di loro, un gesto simbolico di respingimento, un’imposizione rituale delle mani che scacciano il male. Akiva e la giovane replicano il gesto, e riescono a ottenere il silenzio intorno a loro. Quando Akiva torna a casa dopo il suo inaudito, inaspettato atto di ribellione, sulla via del ritorno vede gli annunci funebri della morte di sua nonna. Tutto si ferma, nella sera modesta e anonima, e Akiva alza le braccia; le tiene così per qualche minuto, concentrato e incurante della gente che gli passa intorno, per placare gli sciacalli intorno al corpo della nonna morta.

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Ruchami

Un’umanità che si ritrova in archetipi universalmente validi

Con la sua messa in scena in cui la poesia irrompe grazie a scelte di scrittura e regia deliberatamente antiretoriche, antiestetiche, prosaiche, grazie all’assenza di qualsiasi concessione al convenzionale “bello” cinematografico e televisivo, Shtisel ha una connotazione anche teneramente politica, perché non idealizza la povertà e non estetizza né esibisce l’amore (mai dichiarato, al contrario sempre sommerso dalla fatica delle battaglie quotidiane), ma lo mette in scena senza che ci sia mai un bacio, con un pudore che non appartiene solo a quel mondo – ed è un aspetto che spiega il suo straordinario successo – ma che ricorda il mondo che abbiamo da pochi decenni lasciato, quello delle campagne che ancora oggi riaffiora nelle isole o in alcune comunità isolate del Sud: la rigida divisione dei ruoli di genere, un rapporto nostalgico e rassicurante con il passato, uno più difficile con il presente, insidioso perché difficile da decodificare e perciò così seducente. Conflitti raccontati con l’ironia disincantata e malinconica tipica della tradizione ebraica, amori nati per sbaglio, interessi che portano ad azzuffarsi, umanità riconoscibile e condivisa anche in un contesto alieno sono il segreto del successo di Shtisel. La capacità della saggezza ebraica di trasformare la tradizione antica e adattarla alla realtà circostante, sfumando i contrasti e integrandoli in una vita che prevede continue rinegoziazioni.

A uno spettatore laico tutto ciò risulta esotico ed estraneo, ma ad alcuni, invece, le vicende raccontate in Shtisel potrebbero far venire una qualche nostalgia per principi etici e valori forti che nella nostra società contemporanea fluida e liquida (per dirla con Bauman) sono sempre meno presenti.
È una visione del mondo che sembra lontanissima, ma che a guardare dietro le spalle è il ritratto dei nostri nonni.
Imperdibile.

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Akiva

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