The Suicide Squad, di James Gunn (2021)

Di A.C.

James Gunn riaccende la fiamma della produzione supereroistica della DC con un cinecomics quantomai distante dal filone cinematografico sotto la guida di Zack Snyder.
Un sequel del prodotto firmato David Ayer del 2016, ma che in realtà sa di un rifacimento ex novo dello stesso soggetto ma in maniera molto più creativa, dissacrante e divertente del precedente che tra le tante cose aveva pagato una sceneggiatura fiacca e un irritante fan service, in cui il focus su certi elementi, come la puerile e quantomai fuori luogo love story tra Harley Quinn e Joker, aveva drammaticamente compromesso l’operazione.

Il regista dei Guardiani della Galassia, con buona probabilità i prodotti migliori del filone Marvel dell’ultimo decennio, si ripresenta col botto scuotendo anche le fila della DC con una ventata di aria freschissima.
La storia proposta è la stessa del precedente film: uno squadrone di supercriminali incarcerati viene riunito da Amanda Waller, la faccia più oscura e spietata del governo americano, per un’autentica missione suicida nella fittizia isola Corto Maltese. Ognuno di loro, mosso da coercizione, obbedienza o convenienza accetta, ma gli imprevisti non si faranno attendere.

Gunn dà massimo sfogo alla sua personalità esplosiva. Se nei due film sui Guardiani della Galassia ha comunque dovuto inibire in parte la sua arte politicamente scorretta dietro pressioni della Disney, qui ha avuto totale libertà creativa.
Infatti in un mix perfetto di comicità, violenza, dramma, splatter e grottesco The Suicide Squad è un omaggio originale e divertentissimo al cinema blaxploitation degli anni ’70. E di conseguenza tra i cinecomics più riusciti dell’ultimo ventennio e un ritorno a quell’entertainment tipicamente irriverente e scorrettissimo del regista che non si vedeva dai tempi di Super – Attento crimine!!!
James Gunn trasla l’estetica del fumetto all’interno del film creando una perfetta commistione delle due narrative, cosa che si evince soprattutto nei titoli di testa e nelle didascalie all’interno del racconto.

Un racconto il cui ritmo si mantiene vivo e divertente per tutta la sua durata di oltre due ore in una sequela di gag, scene d’azione, momenti sentimentali e spassosissimi plot-twist. Ma soprattutto Gunn corregge il tiro del film predecessore nella perfetta coralità dei suoi personaggi, che appunto nell’operazione di Ayer era venuta nettamente a mancare. Tra personaggi vecchi e new entry, tutti sviluppati il giusto e perfettamente esaltati dai propri interpreti: l’efficiente Margot Robbie e un Idris Elba insolitamente comico alla guida di un cast ben assortito e calzante in cui tutti i comprimari hanno loro dignitosissima presenza scenica, come il Peacemaker di John Cena o l’irresistibile King Shark con la voce di Sylvester Stallone.

Un cinefumetto esplosivo, anarchico e corrosivo come non si vedeva da tempo. Ogni cliché del genere viene completamente messo da parte e qualunque svolta narrativa rifugge dalla convenzionalità di certi canoni triti e ritriti che hanno più che mai mortificato il cinema d’intrattenimento americano dell’ultimo periodo.
Un’autentica evasione da un entertainment sempre più fastidiosamente polarizzato, ripetitivo, monodimensionale e un possibile punto di svolta per la produzione DC.

2 risposte a "The Suicide Squad, di James Gunn (2021)"

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