Paolo Conte – Via con me, di Giorgio Verdelli (2020)

di Bruno Ciccaglione

Il film di Giorgio Verdelli è insieme un tributo e una celebrazione, di una delle figure più grandi della cultura popolare italiana a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo. La viva voce dell’avvocato cantautore di Asti che si racconta oggi, assieme ai numerosi filmati di repertorio che ne ripercorrono la carriera e le esecuzioni dal vivo delle canzoni più importanti, ne fanno un film imperdibile per chi ami la musica e le canzoni di Paolo Conte. Eppure, probabilmente con l’intento di realizzare un prodotto molto appetibile anche all’estero, il documentario perde forse una delle ultime occasioni per raccontare qualcosa di nuovo o di inedito dell’opera del musicista.

Sin dalle prime inquadrature un po’ patinate che dall’alto seguono una Topolino amaranto  percorrere una strada di provincia in mezzo al verde avvolgente dei vigneti, si intuisce come il film intenda raccontare Paolo Conte come il narratore di quella italianità capace di affascinare e emozionare il pubblico di mezzo mondo, con uno sguardo nostalgico verso un’Italia del passato forse perduta ormai irrimediabilmente.

Paolo Conte ritratto da Daniela Zedda

Una prospettiva che non è priva di verità, ma che rischia in alcuni momenti, soprattutto per il pubblico che meglio conosce Conte e il suo lavoro nel contesto italiano, di esagerare nella retorica sul made in Italy. Il documentario infatti, nella difficile scelta di quali elementi mettere al centro del racconto di una carriera lunghissima, sceglie innanzitutto di unire con un filo rosso molti dei nomi di spicco della cultura italiana del mondo, in alcuni casi in modo un po’ arbitrario. Mentre infatti il rapporto tra Roberto Benigni e Conte meritava indubbiamente lo spazio che gli viene riservato nel film, non si capisce bene il così grande peso dato a un singolo incontro – avvenuto a favore dei media – tra Conte e Camilleri, che sembra l’unica plausibile ragione della scelta, a cascata, di Luca Zingaretti (il Montalbano televisivo conosciuto in tutto il mondo) come voce narrante e quindi poi anche di sua moglie Luisa Ranieri. Ancora meno comprensibile è la breve (per lo meno!) apparizione di Lorenzo Jovanotti che in pochi secondi si mostra incapace di eseguire anche solo un frammento di Bartali e si dichiara, con il suo tipico spirito giovanilista davvero fuori luogo, totalmente incapace di scrivere qualcosa che vagamente si avvicini alla poeticità di Conte (ma questo lo sapevamo già).

Ci saremmo aspettati anche la testimonianza di Celentano, citatissimo durante il film e che sarebbe stato bello ascoltare oggi parlare della sua canzone più celebre nel mondo, ma molti degli altri testimoni chiave offrono spunti davvero interessanti per entrare nel mondo di Conte e anche nel mondo della canzone italiana in genere. Oltre al citato Benigni – esilarante la sua performance al premio Tenco di un suo brano dal titolo Mi piace la moglie di Paolo Conte) – sono significativi gli interventi di Francesco De Gregori, Caterina Caselli (interprete e poi discografica di Conte), Renzo Arbore, Pupi Avati, Vinicio Capossela, tutto il racconto del mondo del Club Tenco, gli interventi di giornalisti e amici come Mollica.

Uno dei momenti più divertenti del film: Benigni che al Premio Tenco esegue un proprio brano dal titolo Mi piace la moglie di Paolo Conte

A svettare, tra le figure chiave per la carriera di Conte, e ben messa in evidenza nel film attraverso filmati di repertorio e registrazioni poco conosciute, fotografie, aneddoti, c’è la figura di Enzo Jannacci, che Conte nella sua intervista, senza alcuna esitazione, definisce “Il più grande cantautore di italiano di tutti i tempi”. Scomparso nel 2013, Jannacci era per alcuni versi un alter ego di Conte: proprio come lui aveva un mestiere “serio”, essendo uno stimato medico e non aveva rinunciato a esercitare la sua professione, nonostante il successo come cantante, intrattenitore, autore e attore. D’altra parte, Jannacci era tanto estroverso, improvvisatore, folle, quanto Conte era l’opposto: controllato, sottile nell’esprimere le proprie passioni, mai sopra le righe. In un certo senso le loro sensibilità artistiche si combinavano. Un amore per il paradosso era il tratto umoristico che li accomunava, oltre alla comune passione per il jazz. L’esecuzione di Jannacci di Messico e Nuvole in televisione che si vede nel film (sotto gli occhi di un entusiasta Modugno tra gli spettatori), con la esplicita giustapposizione di strofe pacate e “riflessive” e ritornelli che sono una esplosione di gioiosa follia è forse l’esempio più bello di quanto fruttuosa fosse quella collaborazione.

Enzo Jannacci e Paolo Conte insieme al pianoforte in una rara immagine dal vivo insieme

Infine c’è lui, Paolo Conte, con le sue parole – quelle della bella intervista e quelle delle sue canzoni – e la sua musica. Anche se il principale tratto distintivo di Conte all’interno del mondo dei colleghi cantautori italiani è proprio la sua preparazione e cultura musicale, la sue abilità come musicista, arrangiatore e direttore di orchestra – è questa musicalità, come bene viene evidenziato dai testimoni internazionali, che arriva al pubblico all’estero che pure non capisce i testi – proprio sui titoli di coda Conte realizza: anche se per lui la cosa più importante è sempre stata la musica, forse alla fine sarà ricordato per i suoi testi, per la sua capacità cinematografica di raccontare per immagini, per i suoi lampi di genio (citatissimo nel film il verso “Come piove bene sugli impermeabili”), per la scelta di un lessico che abbia innanzitutto delle qualità sonore ed evocative.

Ormai a fine carriera, anziano ma ancora in grande spolvero, Conte racconta come abbia iniziato a cantare da sé le proprie canzoni per il suo desiderio di salvaguardarne l’integrità, per essere “l’avvocato difensore” delle canzoni. Vedendo Paolo Conte – Via con me si capisce bene che ha fatto molto di più.

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