Come un gatto in tangenziale (2017); – Ritorno a Coccia di Morto (2021), di Riccardo Milani

di Andrea Lilli –

Lei è romana e vive in una periferia malfamata, la bolgia del residence Bastogi. Lui è milanese e sulle periferie elabora statistiche e progetti europei, ha un bell’appartamento nel centro della Capitale e vola spesso a Bruxelles. Lei lavora in una mensa per anziani, lui in una équipe di esperti di politica economica. Lei ha un ex in carcere, lui una ex in Provenza. Lei truccatissima, indossa zeppe, tacchi a spillo, jeans aderenti e magliette sbrilluccicanti, lui austeri completi ministeriali. Lei va al mare a Coccia di Morto, lui a Capalbio – sempre lungo la via Aurelia ma più a nord, una spiaggia meno raggiungibile dal volgo. Li unisce: la preoccupazione per il legame tra i figli adolescenti; la legge dell’attrazione degli opposti; l’ubiquità televisiva e balneare di Franca Leosini.

A Roma di una storia così, destinata a finire presto, prima di questa fra Monica e Giovanni, si diceva: durerà come un gatto sull’Aurelia. Dal 2017 il percorso del malcapitato felino è meno locale: ora si dice Come un gatto in tangenziale, titolo che dopo il successo del primo film torna in queste settimane a riempire le sale con il sequel Come un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di Morto. Nel primo avevamo lasciato Monica titolare di una pizzeria a taglio multietnica aperta grazie ai fondi europei suggeriti da Giovanni, nel secondo la troviamo in carcere, non per colpa sua ma delle sorelle gemelle cleptomani. Spetta a Giovanni tirarla fuori dai guai e rimettersi in gioco, rilanciando il feeling anomalo, mentre in quel di Londra rifioriscono le rose tra i pargoli Alessio e Agnese.

Dunque nel secondo capitolo le due storie parallele continuano, testarde e precarie lungo la tangenziale ostile di una società articolata in classi, se non caste, ben distinguibili nonostante ogni tipo di contaminazione. Giovanni Il Benestante e Monica La Coatta scoprono altre periferie di Roma: stavolta Tor Bella Monaca e San Basilio, dove incrociano altre case popolari, altri progetti di riqualificazione culturale, attività caritatevoli, artisti e suore, e un prete (Luca Argentero) tanto attento al disagio sociale quanto di bell’aspetto. I due vanno a riscoprire anche il centro: Castel Sant’Angelo, Fontana di Trevi, la Galleria Borghese, angoli nascosti, passaggi sotterranei affascinanti. Il rapporto tra i due personaggi/mondi interpretati da Paola Cortellesi e Antonio Albanese (bravissimi) si consolida attraverso situazioni imbarazzanti, paradossali, comiche, ma infine tutto converge verso la loro intesa, la riduzione delle differenze e delle diffidenze, il miracoloso superamento delle barriere culturali e sociali.

Il doppio seme germogliato per caso tra il cemento dissestato di Bastogi e i salotti buoni dell’Intellighenzia, piantina improbabile rimasta fragile e in bilico alla fine del primo Gatto, cresce fiorisce e matura dolci frutti in Ritorno a Coccia di Morto. La spiaggia chiassosa di Passoscuro incornicia definitivamente l’alleanza tra classe dirigente e neoproletariato sognata da Riccardo Milani e dalla co-sceneggiatrice (nonché sua moglie) Paola Cortellesi: quell’Italia utopica in cui si possa raggiungere finalmente un dialogo costruttivo tra italiette diverse tuttora impermeabili, se non in conflitto tra loro.

Sotto gli sguardi perplessi delle gemelle Dallas (Alessandra e Valentina Giudicessa), del flemmatico carrozziere Alvaro (Paolo Di Clementi), degli ex Sergio (Claudio Amendola) e Luce (Sonia Bergamasco), il gatto-chimera MonicaGiovanniAgneseAlessio perciò non solo sopravvive, ma compie l’intero percorso e arriva a destinazione in splendida forma, mentre nel 2017 barcollava così sotto il peso del conflitto etnico e di classe:

Lei: – Qui so’ tutti incazzati. Gli italiani ce l’hanno coi rumeni; gli egiziani hanno le frutterie ma nun ce vojono dentro i senegalesi, perché so’ negri. I cinesi… quelli nun guardano in faccia a nessuno. I bangladini so’ mussulmani, mo’ c’è pure er Ramadan e pe’ mesi ce tocca ‘a puzza de cipolla fritta tutta la notte. Bello, eh? Tu nun ce l’hai ‘sta roba nella piazzetta tua. Com’è che la chiamate voi… Contaminazione? –
Lui: – E allora perché io e lei non andiamo d’accordo? Siamo entrambi italiani, mangiamo le stesse cose… –
Lei: – Eh. Tu le compri in rosticceria. I miei so’ l’avanzi della mensa. –

Omnia vincit amor, ok ci arrendiamo (e ridiamo) anche noi, ma -se po’ dì?- se il primo film va giù liscio, il secondo stona, stride, e sbanda alle ultime curve. Forza troppo i rapporti, accelerandoli verso il finale rassicurante, dal sapore un tantino pedagogico. Milani ha esagerato in tarallucci e vino, ci aspettavamo più sobrietà nell’ex aiuto regista di Mario Monicelli e Nanni Moretti. D’altra parte, se è già difficile in una commedia sentimentale raccontare le periferie, è impossibile dipingerne una complessa come quella delle duemila anime che popolano i sei palazzi Bastogi senza alterare la realtà. Inevitabile semplificarla, ad uso del videoconsumatore medio. Edulcorandola, se il film è comico; tragicizzandola se è un docufilm, come nella serie TV Residence Bastoggi, trasmessa dalla RAI nel 2003, che trasformava persone reali in attori di se stessi e pertanto mescolava in un brodo torbido la finzione con una realtà tra le più ingovernabili dell’assistenza alloggiativa romana.

Per molteplici ragioni (storiche, economiche, religiose, militari) l’Occidente ha fin troppo ben compreso questa legge: tutte le città sono concentriche; ma, conformemente al movimento stesso della metafisica occidentale, per la quale ogni centro è la sede della verità, il centro delle nostre città è ‘pieno’: luogo contrassegnato, è lì che si raccolgono e si condensano i valori della civiltà: la spiritualità (con le chiese), il potere (con gli uffici), il denaro (con le banche), le merci (con i grandi magazzini), la parola (con le «agorà»: caffè e passeggiate). Andare in centro vuol dire incontrare la «verità» sociale, partecipare alla pienezza superba della «realtà».

[Roland Barthes, da L’impero dei segni, Einaudi 1970]

Mentre il Centro storico è più definibile, la Periferia è un mondo contraddittorio, complesso, variabile di città in città, nel perimetro della stessa città. Periferia è un concetto-contenitore enorme, una dimensione più imprevedibile di quanto ci faccia comodo immaginare, comunque meno patetica, meno retorica del brano di Renato Zero scelto da Monica come suoneria shock del campanello di casa. Periferia è una biosfera dai mille volti e sempre viva, anche quella invisibile dei quartieri dormitorio, non può essere immobilizzata e ridotta ad esercizio estetico, al titolo di una canzone o di una mostra, come quella del fotografo di esterni marginali Gabriele Basilico, dove Giovanni incontra un’assistente sociale demotivata.

Riccardo Milani ci suggerisce invece che Periferia=ignoranza e degrado, Centro=civiltà e benessere, che per migliorare le periferie bisogna portarle verso il centro, verso la cultura alta, oppure estendere la cultura “di qualità” (la cultura del centro) nelle periferie. Una visione ‘centripeta’ che ignora ipotesi urbane alternative: quelle di metropoli prive di centro, o composte da città più piccole, o da tanti quartieri-città, da luoghi ed esperienze come quella di cui si è invece ricordata Sabina Guzzanti, regista di Spin Time – Che fatica la democrazia! (2021), presentato a Venezia. Paradossalmente, perché in Ritorno a Coccia di Morto si replica il clamoroso intervento del cardinale elettricista avvenuto nel palazzone oggetto del film della Guzzanti. Un edificio occupato come a Bastogi da richiedenti casa popolare, ma non aspetta mediatori, fa cultura e formazione da sé, nei seminterrati.

Probabilmente Milani già pensa al terzo capitolo della serie. Siamo incuriositi. Dopo aver creato, con la benedizione della Chiesa, un ponte magico tra classi sociali contrapposte e sordomute tra loro, cos’altro se potrà ‘nventà?

– 16.9.2021


  • in sala

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