Una relazione, di Stefano Sardo (2021)

di Antonio Sofia

Locandina

È possibile che un film sia diretto e fotografato benissimo, interpretato in modo convincente, scritto con dialoghi brillanti e senza buchi di trama, ma allo stesso tempo risulti, senza girarci intorno, brutto? Brutto che ti lascia l’amarezza di averlo visto, accresciuta dallo spreco di talento e conoscenza. E non brutto come i film di Muccino, che quelli son ben diretti e ben fotografati come una fototessera efficace sulla tessera della palestra. Una relazione non paga dazio all’egotismo, all’egoismo, alla vanità tecnica: è armonioso, persino, e soprattutto non c’è gente che ansima o urla o parte per un viaggio come se partire per un viaggio significasse partire per Megalopolis a realizzare il sogno di avere un corpo meccanico (sì, il riferimento è a Galaxy Express 999 di Leiji Matsumoto, ambientato – incredibile a dirsi – nel 2021, ma qua di treni interplanetari non se ne vede l’ombra).

Però qualcosa in comune ce l’hanno il film di Stefano Sardo e l’epopea mucciniana: i quarant’anni, quella soglia insuperabile in certo cinema, l’età in cui si fanno bilanci, cene, si pensa all’amore tutto il tempo e si prova un insopprimibile bisogno di autoanalizzarsi ad alta voce.
E allora forse è questo il punto? Il cinema dei quarantenni in crisi è brutto in sé?
Non voglio abusare del ragionamento induttivo. Probabilmente un film sui quarantenni irrisolti che non sia brutto esiste. Anzi ne sono sicuro anche se adesso non mi viene in mente. Torniamo quindi a Una relazione, perché non è brutto come i film di Muccino e allora si merita qualche parola in più.

Una scena del film

Tommaso e Alice, interpretati dai bravi Guido Caprino ed Elena Radonicich, stanno insieme da quindici anni, organizzano una cena con gli amici arguti, dalla battuta pronta ma non posticcia (tra loro spicca Libero Di Rienzo, che ci ha lasciato con il rammarico per quanto poco spazio il cinema abbia saputo dare al suo straordinario talento). È l’occasione per un annuncio: hanno deciso di interrompere la loro relazione e di farlo restando amici. Seguono i quarantacinque giorni necessari alla vendita del loro appartamento, periodo in cui la promessa si sgretolerà o forse no. Tommaso, Tommy, è un cantante di una band indie e compositore di colonne sonore, trapiantato da Torino a Roma; Alice è un’attrice irrisolta, anche lei adottata dalla Capitale, una città ben presente sullo sfondo (“Qui ci sono i fuochi d’artificio tutti i giorni”) senza far cartolina, ma asciugando la fotografia ozpetekiana degli eccessi retorici più stucchevoli. Alle spalle hanno due famiglie tipiche della filmografia recente, quelle composte da genitori divorziati e logorati dai sensi di colpa o affettuosissimi e vagamente rincoglioniti dall’aria salubre della provincia.
Il film segue con garbo la vicenda sentimentale, alternando i registri del dramma poco drammatico e della commedia “sempre più commedia” negli inserti dei personaggi secondari. Il vulnus della relazione si rivela via via coi minuti: la coppia non ha fatto un figlio quando sarebbe stato desiderato da lei, digeribile per lui, come naturale evoluzione del loro rapporto. Vabbè. A dirla tutta, nessuno nella comitiva ha fatto il gran passo di assicurare un futuro alla specie umana e in un paio di gag si richiama l’apocalisse climatica come deterrente e giustificazione. E l’unica madre che compare dichiara la sua invidia agli spiantati senza prole, durante il pranzo di battesimo del pargolo, rimpiangendo i bei tempi in cui poteva divertirsi e ubriacarsi.
E qui si dirada la nebbia sul mio errore interpretativo. Questo film non mi è risultato “brutto” perché parla delle paturnie di un nugolo di quarantenni.

Guido Caprino

Una relazione non potevo apprezzarlo perché è un film vecchio, vecchissimo in ogni suo frammento, e vecchio non di quella vecchiaia saggia e canuta che suscita rispetto e tenerezza, bensì di quella vetustità malsana, stantia, a cui vorresti addebitare tutte le disgrazie sì dell’ecosistema, dell’economia, della politica, per non parlare del tempo d’attesa in fila alla Posta o dal medico curante, perché a qualsiasi ora tu decida di andarci loro sono là, i pensionati, a darsi appuntamento a decine, prima del tuo turno. Tutta la manfrina del realizzarsi nella vita come individui e come coppia si infrange contro un iceberg e la vetta dell’iceberg è nell’ingrediente tecnico che no, non si salva per nulla: la colonna sonora.
Ecco, era lì, sotto gli occhi e nelle orecchie, l’estesissimo minutaggio concesso a pessime canzoni, piene zeppe di metaforine e piccole cose; era proprio lì nell’indie-pop più degradato che il film faceva pozzanghera delle emozioni; era nei testi, nei suoni e nelle melodie che moriva qualsiasi buona intenzione e si rivelava il meriggiare pallido e assorto presso un avvilente schermo morto, quello che dedica sforzi creativi a una società che non esiste o a un racconto che non dovrebbe esistere, quello delle rappresentazioni vane di chi non riconosce il peso che comporta il parlare d’amore oggi, nel 2021.
Oggi, nel 2021: quando l’assenza d’amore ha ammalato il pianeta Terra e non c’è un treno spaziale per scappare via.

Elena Radonicich

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