La classe operaia (non)va in paradiso

“Ciò che resta originario nell’operaio è ciò che non è verbale: per esempio la sua fisicità, la sua voce, il suo corpo. Il corpo: ecco una terra non ancora colonizzata dal potere”. (P.P.Pasolini)

Nel 1971 Elio Petri dirige un film importantissimo e controverso fin dalla sua uscita, ‘La Classe operaia va in Paradiso’, con Gian Maria Volonté, Salvo Randone, Flavio Bucci e Mariangela Melato e con la straordinaria colonna sonora di Ennio Morricone.

Petri prova a raccontare l’Italia attraverso il lavoro e le incessanti e feroci lotte politiche volte a garantire un salario equo a ogni dipendente. Oggi quest’Italia sembra lontana perché l’idea di equità retributiva è stata annientata da quella di flessibilità del lavoro. Ciò non toglie forza a questo bellissimo film che accanto alle prestazioni magistrali dei protagonisti offre un esempio di grande cinema con una colonna sonora che come mai è parte integrante dell’universo filmico e una fotografia dall’impasto cromatico espressionista che esalta, anzi esaspera, il lato emotivo di una realtà invece fredda e priva di emozioni.

Il film ruota intorno alle vicende di Lulù Massa, operaio cottimista di una grossa fabbrica del Nord Italia. Dipendente modello, la sua vita sarà sconvolta da un incidente sul lavoro e il suo caso diventerà ‘exemplum’ per le rivendicazioni di padroni, sindacati e gruppi studenteschi estremisti con conseguenze devastanti sulla sua integrità psicofisica.

Il titolo del film, ‘La Classe operaia va in Paradiso’, velatamente ironizza su due elementi essenziali del lavoro operaio post fordista: l’etica calvinista secondo cui solo il lavoro e la fatica possono portare l’uomo alla Grazia e l’idea di ‘classe’ come gruppo di persone che umanisticamente condividono interessi socioeconomici e culturali comuni.

Questo aspetto è particolarmente evidente nella scena finale. Alla coordinazione delle azioni degli operai sulla macchina alla catena di montaggio non corrisponde eguale coordinazione di pensiero e sentire. Lulù parla, perso nei suoi pensieri alienati e nei suoi sogni di ‘Altrove’, e i suoi colleghi ripetono urlando ciò che lui dice. Essi passano il messaggio di Lulù in modo disarticolato e deformato. Ognuno aggiunge elementi puramente verbali ma nulla si aggiunge in realtà al messaggio da veicolare. Questo causa la inevitabile mancanza di condivisione dello stesso.

E Il linguaggio riveste un ruolo molto importante ne ‘La Classe Operaia va in Paradiso’. Lulù è portatore di un linguaggio povero e dal moriniano ‘pensiero breve’. Tante le ripetizioni ‘un pezzo, un culo’, ‘ vi spezzo io, vi spezzo’ ‘sono una bestia’ ‘hai visto il Militina’ che, se è vero che da un lato vogliono rappresentare il senso di meccanicità e ripetitività del lavoro in fabbrica, dall’altro non possono che sottolineare la povertà del mezzo comunicativo come limite all’autoaffermazione e all’autodeterminazione.

Petri fa un film che, pur avendo una matrice essenzialmente di sinistra, è aperto a molteplici interrogativi e a un dinamico dibattito politico. Nello stesso cognome del protagonista, ‘Massa’, Petri sembra sposare (anche qui ironicamente) le teorie trontiane su una lotta di classe incentrata essenzialmente intorno ai conflitti interni alla fabbrica dell’ ‘operaio massa’. L’operaio massa, descritto da Tronti come “rude razza pagana senza ideali, senza fede e senza morale”, soggetto allo sfruttamento capitalistico e all’alienazione della catena di montaggio, trova perfetto riscontro nella figura di Lulù. Il protagonista del film di Petri, infatti, non ama la fabbrica nonostante essa occupi tutti i suoi pensieri. Sin dalle prime battute del film egli afferma che ‘la fabbrica è merda’ e che il suo corpo funziona come la fabbrica: produce merda. Ma proprio quando il potere rappresentato dalla fabbrica sembra aver colonizzato anche il corpo dell’operaio, rendendolo un tutt’uno con la macchina cui è assegnato, adeguando i movimenti dell’uno a quelli dell’altra, facendogli prendere il ‘ritmo’ (così Lulù spiega la propria elevata produttività), ecco che il corpo si ribella con la mutilazione e opponendo la fuga da una realtà alienata a un altrove alienante.

‘Rude razza pagana senza fede e senza morale’: Lulù sembra non avere punti di riferimento affettivi o etici. Il rapporto con le donne nel film è estremamente meccanico e utilitaristico. Non ama più la moglie dalla quale è separato ma con la quale (nell’unica scena che la vede protagonista) tenta un approccio fisico. Non ama la sua compagna Lidia, che appella ripetutamente con l’epiteto ‘Porca’ e che trascura nella vita intima, arrivando a tradirla con un’operaia sua collega con cui consuma un rapporto freddo e meccanico per dimostrare a se stesso di essere ancora vivo. Ma non lo è già più. I suoi rapporti affettivi e familiari sono claustrofobici e relegati al buio di fabbriche abbandonate, di scomode seggiole in cucina sotto la fredda luce blu di un apparecchio televisivo o alla condivisione di un sonno agitato e sudato. Gli unici con cui Massa sembra riuscire a stabilire un rapporto affettivo sincero sono il suo collega Militina e il figliastro Arturo.

A Militina, operaio internato in un manicomio per cause di lavoro, Lulù mostra il suo lato umano e la sua profonda fragilità in un gioco di rispecchiamento che porta l’operaio Massa a vedere nel compagno internato l’emblema del suo funesto destino.

Ed è alle parole del folle Militina (un infinito Salvo Randone) che sono affidate le grandi verità del film: “Sono gli altri che decidono quando devi diventare matto” oppure “ mentre mangiavo pensavo di essere ancora in fabbrica” o ancora “ Un uomo ha il diritto di sapere che cosa fa e a che cosa serve” e infine “ il problema per tutti comincia dall’’argent’. Noi diventiamo matti perché ne abbiamo poco e loro (i padroni) diventano matti perché ne hanno troppo”.

Ma è ad Arturo, figlio della compagna di Lulù, che è forse affidato il messaggio finale del film.

L’operaio Massa va ad aspettarlo fuori scuola e parla con lui come a un adulto degli ultimi accadimenti della sua vita. Lulù guardando gli scolari uscire da scuola ripete più volte “sembrate degli operai piccoli” ma quando arriva il momento del commiato a Lulù che dice di andare da una parte della strada Arturo risponde di andare dalla parte opposta. E’ in questa scelta di un’altra via, di un’altra strada che risiede forse il messaggio di speranza per l’affrancamento delle generazioni future. Scegliere di non essere un ‘operaio grande’ ma un ‘uomo grande’. Triste illusione e cocente delusione…a distanza di 50 anni.

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