La scuola cattolica, di Stefano Mordini (2021)

di Roberta Lamonica

La scuola cattolica: locandina

Si sta parlando molto del film tratto dal romanzo “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega 2016. Più di quanto si sia parlato del libro. Si parla del titolo fuorviante, della regia ignava, della censura ingiustificata. Il racconto di sei mesi di ‘romanzo di formazione’, che a tratti sembra Romanzo Criminale, di Edoardo e dei suoi compagni del quartiere Trieste, in una prestigiosa scuola cattolica frequentata dai rampolli di famiglie abbienti diventa il presupposto su cui poggia uno dei delitti più efferati e violenti della storia italiana recente.

La scuola cattolica è un libro di quasi 1300 pagine, un romanzo che sembra un saggio socio-filosofico, e a tratti una cronaca giornalistica. Mille trecento pagine. Poco meno di “Guerra e pace”, per dire. Woody Allen, in una delle sue celeberrime battute, ha detto: ”Ho fatto un corso di lettura veloce. Ho letto “Guerra e Pace”. Parla della Russia”. Il romanzo di Albinati e il film di Mordini da esso tratto, invece, non “parlano del Delitto del Circeo”, come si è detto e come molti immaginano. Il massacro del Circeo è solo un pretesto per una lunga analisi sociologica sull’educazione cattolica, sul diventare ‘uomo’ negli anni della liberazione sessuale prima, e dell’avvento del femminismo, poi.

Edoardo: il ‘narratore’ de La scuola cattolica

Ambientato nella prima metà degli anni ‘70, anni in cui ancora, secondo Albinati, “essere maschio è una malattia incurabile”, il romanzo racconta momenti di formazione e crescita di un gruppo di giovani, tutti frequentanti il San Leone Magno, scuola cattolica che nel romanzo e ancora più nel film si delinea come un luogo di formazione e aggregazione, più che contesto determinante, per l’evoluzione drammatica dei fatti narrati. Pur condannando senza attenuante alcuna i colpevoli del Massacro del Circeo – Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido – l’intento principale di Albinati è quello di riflettere e contestualizzare quelle azioni, di radicarle in una realtà che ne favoriva il germinare, portando alcuni di quei giovani a un largo superamento dei limiti imposti da religione, educazione o timore della punizione. In linea con l’analisi che fece Pier Paolo Pasolini al tempo dei fatti, Albinati ritiene parziale e insufficiente la qualifica di quelle azioni come solo semplicisticamente ‘neo fasciste’ e le inserisce in una visione più ampia: Pasolini le vedeva come il segno della deriva antropologica che stava travolgendo i giovani italiani, per lui senza distinzione di classe, vittime di una ‘falsa democrazia’ e di una ‘falsa tolleranza’ introdotta dal nuovo potere totalitario dei consumi e sostenuta dalla sua retroguardia ancora clerico-fascista; per Albinati invece la centralità è nella “questione maschile” dei ceti medio-alti, la cui educazione è retaggio di una cultura cattolica che, pur predicando l’attenzione agli ultimi, da sempre ‘faceva comunella’ con i ‘primi’. E per essere primi non si deve avere alcuna pietà, o incertezza, come dice il personaggio interpretato da Scamarcio in una scena del film.

Guido, Izzo e Ghira nelle interpretazioni convincenti di Francesco Cavallo, Luca Vergoni e Giulio Pranno

Un film come “La scuola cattolica” non poteva che essere un’impresa titanica e di conseguenza ‘offrire il fianco’ a innumerevoli critiche: ridurre il libro di Albinati era davvero difficile e comunque si deve render atto a Stefano Mordini e ai co sceneggiatori Massimo Gaudioso e Luca Infascelli del coraggio di aver tentato. Ma il regista toscano aveva di fronte a sé diverse opzioni: trattare il materiale letterario per trarne un’analisi sociale o usare l’episodio clou del romanzo come spunto per un film di genere, come pure già fatto in alcune produzioni degli anni ‘70; o ancora focalizzarsi sulla natura filosofica dell’origine del male. Troppo, forse, per un regista dalla tecnica sempre più solida ma dalla scrittura ancora molto ‘traballante’. Mordini non ha scelto una linea e ha adottato una regia ‘neutra’, a tratti pilatesca, che mostra ma non troppo, che suggerisce senza indagare, che piazza due discorsi filosofici sulla natura bifronte e fallace dell’uomo davanti a La flagellazione di Cristo, mentre racconta episodi di famiglie disfunzionali della Roma bene tratteggiate solo superficialmente.

E altrettanto superficialmente, anzi incidentalmente, vengono accennate le circostanze in cui avviene l’incontro con Donatella e Rosaria, le ragazze della Montagnola incontrate per caso che cantano a squarciagola Battisti nella bella macchina del bel ragazzo del quartiere Trieste. Un incontro fatale, incastrato lì, da qualche parte del film, in uno degli sbalzi temporali che a tratti non sembrano nemmeno funzionali alla narrazione.

Il prof. Golgota (Fabrizio Gifuni)

Tra le pecche di questo film, l’unica che è però davvero imperdonabile è la mancanza di un’anima, di una identità precisa. Per come è girato, per la quasi totale assenza di un impianto ideologico a cui ancorare gli eventi e di una contestualizzazione storica necessaria, nello specifico; per la struttura frammentaria e l’insistenza su episodi anche incidentali nella vita dei protagonisti, che quasi avvalorano la tesi del male come unica possibile conseguenza di un modello familiare svuotato di senso, ecco per tutto questo risulta incomprensibile la censura che si è abbattuta su un film che non sciocca nel profondo né si discosta troppo, nella resa finale, da tante serie tv di successo sul mondo complesso e a volte sconosciuto degli adolescenti e su tanto sottobosco socio-culturale di riferimento.

Jasmine Trinca, nel film madre di Pick

Una madre depressa che va a letto con un compagno del figlio ‘difficile’, una famiglia ultra cattolica alle prese con le istanze di autodeterminazione della figlia, con un grave lutto e la conseguente ridefinizione di tutto l’impianto strutturale della loro vita; un padre scoperto in atteggiamenti inequivocabili con un ragazzo poco più grande del figlio, un prete che va a prostituite, episodi ripetuti di bullismo e violenza, sono i pilastri su cui poggia la tesi del film e costruiscono l’ennesimo ‘guscio’ di cui parla Edoardo in una delle scene iniziali. Guscio che, per sua stessa definizione, non può che rimandare uno spaccato, una visione parziale e conseguentemente limitata, circoscritta della storia. Edoardo, lo stesso Albinati, personaggio sempre ai margini del male, ‘salvo’ per destino più che per differente condizione familiare e sociale. Sua l’insistita voce fuori campo che spiega ciò che è già nelle immagini, buttando lì singole frasi dal romanzo che così usate perdono molta della forza espressiva originaria. Suo lo sguardo da spettatore stupito ma mai ‘contro’ dei fatti narrati.

La prima scena de “La scuola cattolica”

Un film senza anima, dunque. Lontano dall’intento di Albinati di indagare le aberrazioni a cui ‘l’educazione del maschio’ poteva condurre, Mordini giustappone come già accennato, una serie di quadretti isolati di famiglie disfunzionali il cui unico collegamento sembra essere abitare nello stesso quartiere, partecipare dello stesso contesto socio-economico e frequentare la stessa scuola. Il focus su questi episodi ‘segnanti’ nelle vite dei diversi protagonisti (ma non in quelle dei tre aguzzìni, le cui personalità non sono indagate, con la sola -parziale- eccezione di Guido) fa perdere tensione al climax che prelude l’efferato fatto di cronaca che non viene ‘indagato’ né storicamente, né sociologicamente, né tanto meno risulta ben costruito dal punto di vista narrativo. Nessun riferimento all’infiammato clima politico, né alle tensioni sociali, né all’odio di classe o ai cambiamenti in atto all’epoca. Buone le prove dei giovani attori, nonostante una certa insistita enfasi su sguardi continuamente allucinati. In particolare, davvero brava la ‘smunta’ Benedetta Porcaroli che, con i suoi grandi occhi impauriti, il corpo esile e acerbo segnato dal male, scuote le corde dell’anima più di una volta e, per chi ne ha memoria, ricorda gli sguardi svuotati di ogni anelito vitale di Donatella Colasanti nelle interviste in tv qualche anno dopo i fatti. Piazzato lì negli ultimi 20 minuti, quasi come un fardello di cui sia necessario liberarsi, Mordini sembra voler osservare lo stupro del Circeo dall’esterno, quasi a volerne suggerire una presa di distanza anche in termini di partecipazione emotiva, quasi come attraverso il vetro infrangibile di una grande finestra (e in alcuni momenti lo è davvero).

Federica Tronchetti e Benedetta Porcaroli nei panni di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti

Quando Donatella Colasanti si sforzava di spiegare a Enzo Biagi come fosse infastidita dal fatto che ciò che era successo a lei e Rosaria Lopez fosse stato stato ricondotto a una violenza sessuale sulla donna fine a se stessa e non avesse stimolato una riflessione molto più ampia sul serpeggiare di un male assoluto, per lei inspiegabile, che derivava dal vuoto emotivo e valoriale delle giovani generazioni, è probabile si riferisse proprio a questo.

Guardare l’indicibile attraverso una finestra, aiuta a sentirlo altro da noi, a farci sentire protetti, a non parteciparne, ma anche a non compatire, non empatizzare, non sentire il ‘dovere’ di partecipare. Così come fastidioso è risultato l’averlo chiamato nel romanzo DdC (Delitto del Circeo) quasi un modo sbrigativo per togliere alle parole il giusto spazio, il giusto tempo e respiro per essere comprese nel loro deflagrante e doloroso significato, quello di un sorriso che non avrà
“Né più un volto, né più un’età…”. Mai più.

“Un sorriso che non ha
Né più un volto, né più un’età…”

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