Suspense, di Jack Clayton (GB/1961)

di Girolamo Di Noto

Non vi è forse scommessa più ardita per un regista che portare sullo schermo un capolavoro letterario: non è alquanto semplice prestarsi ad una traduzione in immagini di pagine indimenticabili, già di per sé vivide di forza visiva. Clayton, il regista di Suspense, tratto da Giro di vite di Henry James, riesce però nell’intento, dando vita a uno dei suoi film più eleganti e affascinanti.

La grandezza di questo film sta nel fatto che ha saputo conservare l’ambiguità del racconto, mostrando una realtà sempre sfuggente, inconoscibile. Del resto è stato lo stesso James ad avvertirci che “se gli avvenimenti si mantengono velati la fantasia è più libera di sbizzarrirsi“. Nel film non viene mai alzato il velo, e in tal senso il mistero e il senso del terrore di certo non si dissolvono.

Presentato al Festival di Cannes nel 1962, sceneggiato tra gli altri da Truman Capote, il film racconta la storia di Miss Giddens (Deborah Kerr) che viene assunta come istitutrice in un castello inglese, per badare a due bambini, Miles e Flora, dagli strani comportamenti. La giovane donna dovrà confrontarsi con l’idea – sempre più gradualmente ossessiva – che i bimbi possano essere succubi dei fantasmi di un guardacaccia e della sua amante, inquilini precedenti della villa, morti in circostanze tragiche. Ossessionata dalla storia dei due amanti e decisa a liberare i bambini innocenti dagli spettri che li corromperebbero, Miss Giddens tenterà di salvarli prendendo fatali decisioni.

Suspense è uno dei più terrificanti e raffinati film di fantasmi della storia del cinema. A renderlo così angosciante è un paradosso, uno stratagemma indispensabile per rendere i film horror, ad esempio, avvincenti: il male non viene mai mostrato, ma solo fatto pensare e sentire. Non scorre una goccia di sangue, ma regna un’atmosfera claustrofobica, aleggia un’ambiguità di fondo che lascia le perplessità in sospeso e i dubbi sempre in agguato: le presenze sono autentiche o frutto di una psicosi dell’istitutrice?

Miss Giddens è una donna che lotta strenuamente contro le forze maligne per salvare l’innocenza dei bambini, o è solo una pazza isterica bisognosa di attenzioni? Non c’è risposta, non può esserci risposta, non c’è un chiarimento che conforta. Clayton preferisce, come James del resto, non scoprire le carte e lasciare lo spettatore in una situazione percettiva di incertezza. Secondo Todorov “l’esitazione” costituisce l’essenza del genere fantastico. Nella sua ormai classica La letteratura fantastica lo studioso bulgaro individuava “nell’incerta attribuzione dell’evento all’ordine dei fatti soprannaturali o naturali” il fondamento del genere.

In Suspense la verità si sottrae costantemente dissolvendosi in significati ingannevoli e deformanti, a partire dall’inizio del film che si apre con uno schermo totalmente nero: durerà quasi un minuto, mentre una voce infantile intona il motivo principale, e le mani giunte in preghiera di Miss Giddens appaiono pian piano. Un’immagine che lascia un senso di intimità ma che suggerisce attraverso l’oscurità un altro spazio possibile, un’altra dimensione.

Clayton è abile nel mantenere l’equilibrio – l’esitazione – grazie anche all’alternarsi tra la dimensione spettrale e quella razionale, tra il caos dell’oscurità e improvvisi bagliori di senso. Rimarca questa ambiguità dei contenuti sul piano stilistico giocando sui suoni (sussurri, echi, suoni distorti) e sulla forza delle immagini, non ricorrendo al repertorio di porte che scricchiolano ma costruendo, attraverso i primi piani e la profondità di campo, una tensione impalpabile e angosciante. Indimenticabile è l’inquadratura del putto in pietra dalla cui bocca fuoriesce un insetto che sembra un filotto di sangue, o l’apparizione attraverso il vetro di uno strano sconosciuto “che aveva preso ad aggirarsi all’esterno della casa”.

Cosa è accaduto in passato in quel castello? Dietro la maschera di perbenismo cosa si nasconde? Rivelare il meno possibile, questo è il comandamento a cui bisogna necessariamente attenersi nel castello: del resto diversi personaggi del film sono permeati a questo principio, a partire dallo zio dei bambini che non vuole essere disturbato per nessuna ragione al mondo su quello che succede nel castello, fino alla governante che consiglia a Miss Giddens di curare le ferite con il silenzio, e alla bambina che, alla richiesta da parte dell’istitutrice della spiegazione di un rumore, risponde: “Bisogna far finta di non sentire… Altrimenti poi uno ci ripensa”.

Tutto quindi sembra ammantato nel quieto vivere, tutti i ‘fantasmi’ del passato sembrano essere sepolti nell’ambiente idilliaco che circonda il castello, nel giardino rigoglioso, nella faccia d’angelo dei bambini, eppure ciò non basta per acquietare la mente della protagonista e questa storia dei due amanti che sembrano usare i corpi dei bambini per pratiche innominabili si impadronisce di lei come un veleno ad azione lenta.

Il personaggio interpretato magistralmente da Deborah Kerr rende davvero oscura l’atmosfera che regna nella casa: l’attrice, dallo sguardo ora smarrito, ora invasato, è mirabile nel mostrare la sua condizione fragile, in bilico tra angosciosi dubbi e l’ostinata volontà ad indagare. A volte dolce e comprensiva, in altre fredda e isterica, la Kerr personifica l’aspetto tetro della vicenda, i suoi risvolti morbosi, la tensione crescente, l’ambiguità di fondo: i fantasmi esistono davvero o sono frutto della sua sessualità repressa? Non si capisce quanto sia realtà e quanto proiezione dell’istitutrice, non è chiaro, ma ripeto, è giusto che sia così, se le ombre che si aggirano tra le mura siano animate di vita propria.

Così come non sembrano definiti i due bambini, dall’aspetto angelico e dai modi perfetti, abbigliati in modo impeccabile, ma dal volto smarrito, talvolta diabolico, che sembrano nascondere nell’animo misteri che non si possono rivelare: e l’indicibile, questo lo sapevano James e Clayton, genera sentimenti perturbanti.

Virginia Woolf nell’analizzare il racconto di James scrisse che i fantasmi di Giro di vite “sembrano non avere nulla in comune con i vecchi spettri violenti, ma hanno le loro origini dentro di noi, sono presenti ogniqualvolta l’emozione supera le nostre capacità espressive”. Può essere una chiave di lettura come può non esserlo. Credenza e consapevolezza, razionale e irrazionale si mescolano fino a confondersi del tutto come la vite che si attorciglia intorno al suo supporto fino a inglobarlo dentro di sé. Un film che merita di essere riportato all’attenzione del pubblico, una pietra miliare del cinema fantastico, “un’escursione nel caos” magistrale e raffinata.

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