“I basilischi” (1963), il film d’esordio di Lina Wertmüller

di Federico Bardanzellu.

Nonostante il suo altisonante cognome teutonico, il padre di Lina Wertmüller era un avvocato meridionale. Per la precisione di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. Questo spiega il dialetto parlato da molti dei suoi personaggi. Spiega anche, soprattutto, per quale motivo abbia esordito con un film ambientato nel profondo Sud: “I basilischi”.

Lina, a metà degli anni Cinquanta, era stata una delle animatrici dei burattini di Maria Signorelli. Oltre ai clown, che cosa c’è di più “felliniano” di un burattino? Non sappiamo se Federico Fellini abbia notato Lina in qualche spettacolo di burattini della Signorelli. Fatto sta che la volle tra i suoi assistenti alla regia in , anche se non appare nei credits. Questa collaborazione fu senz’altro decisiva per l’arte della regista romana. Nella creazione di molte caratterizzazioni dei suoi futuri film, infatti, Wertmüller fu sicuramente ispirata da Fellini. Tale base di partenza, tuttavia, sarà sempre lo spunto per una propria rielaborazione personale. Come nel film che segnò il suo debutto dietro la macchina da presa.

“Basilischi” del sud, contrapposti ai “Vitelloni” del nord

“I basilischi” (1963), infatti, non è altro che la rielaborazione del felliniano “I vitelloni”. Ma anziché nella provincia romagnola, Wertmüller ambienta il suo film in quella del Meridione. Proprio nei luoghi di nascita del suo genitore. Ebbe l’ispirazione di girare il film dopo aver visitato il paese d’origine del padre, che descrisse come «la scoperta di un mondo, di quella parte d’Italia tagliata fuori dalle rotte delle tante guerre e dalla Storia». Alla fine scelse per gli esterni Minervino Murge, nelle Puglie, poco al di là del confine con la Basilicata. Fu lei a scrivere soggetto e sceneggiatura. L’operatore alla macchina fu Pasqualino De Santis. Il montatore, Ruggero Mastroianni. E per le musiche chiamò Ennio Morricone. Il film fu girato in bianco e nero.

L’ispirazione felliniana è evidente già nel titolo. Fellini paragonò i giovanotti nullafacenti e mantenuti della sua Rimini al bovino maschio nutrito e non utilizzato come forza lavoro sino all’età matura. Wertmüller, quelli della provincia lucana, paragonandoli a quell’animale sempre fermo e immobile alla luce del sole. Il film inizia infatti con il rito della mangiata e poi prosegue con la pennica pomeridiana. Appisolarsi al sole è infatti la caratteristica del basilisco. Tale spiegazione ce la fornì la regista stessa, in un dibattito cinematografico.

Sono però ragazzi borghesi, quelli ritratti da Lina Wertmüller. Studiano svogliatamente giurisprudenza, e il rapporto con i genitori non è vissuto come un’oppressione ma come un rifugio. L’unica occupazione: lo struscio pomeridiano per guardare le ragazze. Anche se il paese è pieno di uomini. Sì perché all’epoca, diversamente dai coetanei romagnoli, per i giovani del sud il sesso rappresenta ancora un tabù. Il massimo della divagazione è sognare le grazie della bionda moglie di un ricco paesano. Non la si vede mai eppure è soprannominata “Coscialunga”. I tentativi di approccio con le coetanee sono un’impresa.

Il cast

Wertmüller cercò attori sconosciuti o esordienti per interpretare quelle parti. Tra costoro, fu lei a lanciare e scoprire un eccezionale Stefano Satta Flores (Francesco). Fa la parte del più intraprendente dei “basilischi”, ma i suoi tentativi sono goffi e maldestri. A un certo punto appare un personaggio che è sicuramente l’alter ego della Wertmüller. È una donna impellicciata, interpretata dalla caratterista Flora Carabella, che riprende il paese e i paesani con la cinepresa.

Capita di passaggio con la zia di uno dei tre protagonisti e si trova proprio in mezzo alla riunione del circolo cittadino. Scopre con sorpresa che nessuno dei tre giovani conosce gli eventi della sommossa sindacale di Cerignola del 1947. Francesco tenta con lei un goffo approccio e viene immediatamente sbeffeggiato. L’altro protagonista è Antonio, interpretato da tale Sergio Ferranino, il “bello” dei tre ma molto più timido di Francesco. Lo ritroveremo in parti minori in altri due film della Wertmüller: “Rita la Zanzara” e “Se permettete parliamo di uomini”. Il terzo è Antonio Petruzzi (Sergio) che è il cugino della Wertmüller.

Finale non felliniano

Ciò che differisce da “I vitelloni” è soprattutto il finale. Nel film di Fellini, Monaldo – un po’ l’alter ego del regista – stanco dell’ambiente di provincia prende il treno e parte, anche se non si sa per dove. La vita de “i basilischi” invece è troppo intrisa di apatia e di provincialismo, per far loro individuare mete più stimolanti. Quando un giorno la zia di Antonio gli offre di trasferirsi a Roma da lei per studiare in una Università più prestigiosa di quella di Bari, Antonio accetta di malavoglia e poi comincia a rimandare. Alla fine resta in paese, incapace di abbandonare quei pregiudizi e quei rituali della provincia meridionale, ormai irreversibilmente radicati in lui.

“I basilischi” è sicuramente un film ben fatto. Ha in sé le caratteristiche della pellicola neorealista ma già si notano gli spunti della commedia “wertmülleriana”. Ricevette anche una discreta accoglienza dalla critica. Vinse la Vela d’Argento e il Premio della giuria al Festival di Locarno. Nelle sale, ebbe però risonanza soltanto tra il pubblico dei cineforum.

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