‘8 1/2 (1963), di Federico Fellini: un viaggio nei chiaroscuri della memoria alla ricerca della luce’.

di Roberta Lamonica

‘La Dolce Vita’ di Federico Fellini esce nel 1960 e ridefinisce i confini dell’arte cinematografica in Italia, spiazzando la critica e ricevendo la censura della Chiesa.

Quell’enorme Cristo che fluttuava su Roma con le braccia aperte quasi a benedire una città corrotta e malata proprio non piacque al Vaticano; come non piacque la resa incondizionata al buio di un’esistenza disperata che voltava le spalle alla Grazia (personificata nel meraviglioso sorriso senza enigmi di Valeria Ciangottini) e che costituiva il finale del film.

Fellini fu travolto dal clamore internazionale per ‘La Dolce Vita’ e sprofondò in una crisi profonda, quasi un ‘hangover’ da successo che lo portò addirittura a pensare di aver esaurito la vena creativa.

In questo contesto prese forma l’idea di 8 1/2, un film che denuncia il suo carattere autobiografico nel titolo stesso (otto film, più la regia congiunta di ‘Luci del varietà’ con Lattuada) e che trova in Marcello Mastroianni un alter ego cinematografico perfetto del grande Maestro riminese.

Guido Anselmi è un regista di grossa fama con un film da fare, pressato dal sistema e intimamente a disagio nella ragnatela delle sue relazioni personali; paralizzato e profondamente inquieto, sente di ‘non aver più niente da dire ma lo vuole dire lo stesso’. E per dire quel ‘nulla’ che spinge per venir fuori, Guido fa un percorso di ricerca interiore in cui presente e passato dialogano incessantemente, con uno sguardo obliquo volto a un vago futuro.

8 1/2 è un film complesso e stratificato in cui sogno e realtà, luci e ombre si inseguono e si alternano in una forma di narrazione che ricorda quella dei grandi autori del modernismo europeo: Joyce, Proust e anche Virginia Woolf. Il film celebra la rivendicazione dell’immaginazione come luogo in cui far convergere sogni e desideri, una scatola vuota che ognuno (spettatori compresi) può riempire come sente e può.

8 1/2 è il dolce abbandono dell’artista al gioco creativo; è l’abdicazione della centralità del soggetto per una rinascita come individuo in completa armonia con il proprio sé.

E la ricerca del sé e la conseguente accettazione dello stesso segue l’impianto metodologico della filosofia di Jung, di cui si riconosce agilmente l’influenza.

Fellini si era avvicinato a Ernst Bernhard e al pensiero junghiano grazie ai suggerimenti di Vittorio De Seta e aveva avuto accesso alla lettura del Libro Rosso. In questo manoscritto, esercizio di immaginazione attiva ricco di immagini fantasmatiche, l’ego di Jung è imbevuto dell’archetipo del ‘giovane eroe’ il quale – ambizioso, arrogante e di successo- ha pagato la propria tracotanza (novello Faust) con la tragica conseguenza della perdita dell’anima. Nell’entrare nell’età adulta, Jung si imbarca in un viaggio mentale con prove impegnative ed edificanti, un viaggio di formazione, per ritrovare la propria ‘anima’ che ritorna a lui nella forma di elemento femminile profondo all’interno della mente maschile.

Nel Libro Rosso, emerge il conflitto di Jung con il Cristianesimo, religione della sua infanzia e religione dominante in Europa.

Sotto questo aspetto, Il Liber Novus di Jung può essere considerato la risposta a ‘Così parlò Zarathustra’ di Nietzsche, dato che entrambi condividono un tema comune: la ricerca di significato nel mondo moderno in cui molte delle istituzioni tradizionali che prima fornivano significato e contesti, sono state minate e distrutte.

Ma laddove Nietzsche conclude la sua ricerca con il suo famigerato “Dio è morto”, Jung risponde con l’idea che Dio possa essere riscoperto e possa rinascere nella mente umana come esperienza psicologica.

Questa premessa è necessaria per comprendere i diversi e molteplici piani e nuclei tematici di 8 1/2.

Fellini trova nel Libro Rosso, in primo luogo, l’incentivo alla creatività che la Chiesa tende a sopprimere e trova in Jung la conferma che “essere in contatto con l’immaginazione è un dono che va nutrito”.

La narrazione del senso di colpa e della vergogna di matrice cattolica permea il capolavoro di Fellini: i ricordi filtrati dalla memoria della sua infanzia, ci restituiscono un Guido colpevole per la scoperta del sesso, per la disobbedienza; un Guido da punire, da dimidiare e da far scomparire nell’ombra enorme e opprimente della rigida morale cattolica. Enormi i confessionali, nel sogno, in un processo di alterazione e distorsione delle dimensioni come solo in ‘Citizen Kane’, di O. Welles; enormi le stanze e troppo piccolo Guido per reagire al castigo.

Cardinali ossuti, lunghi e adunchi, vecchie antiche che parlano una lingua antica, ricordi di comunione, di donne antiche e profumi antichi. C’è una formula magica, un gioco d’infanzia per fuggire dalla realtà delle ombre enormi proiettate su muri bianchissimi in una dimensione altra, nel sogno: “Asa Nisi Masa”, una porta spazio-temporale per mettere in contatto il mondo dei ricordi, elaborati nel tempo, con la realtà, un modo per dare alla fantasia nuove coordinate per vivere il presente.

E nel presente immaginato da Guido tutto è possibile, anche che tutte le donne della sua vita, quelle avute e quelle desiderate, quelle immaginate e quelle appena sfiorate possano vivere uno spazio di comunione, un harem confuso e sovraffollato, dove “la felicità consiste nel poter dire la verità senza far mai soffrire nessuno”.

“Ho capito cosa volevi dire, sai? Che non puoi stare senza di noi”, dice Carla (Sandra Milo) prima del girotondo finale.

‘Noi’ sono i quattro archetipi femminili necessari per lo sviluppo dell’ ’anima’ di Guido: Eva, Elena, Maria e Sofia che nel film sono rappresentate da Carla, Luisa, Saraghina e Claudia. Carla rappresenta l’istinto sessuale ma anche l’immagine della madre portatrice di nutrimento, sicurezza e amore. Luisa (Anouk Aimée) è la moglie che, se su un piano realistico si pone come dura e inflessibile nel richiamare Guido alle mancanze del suo ruolo di compagno di vita, nel mondo delle immagini ideali è, invece, fedele angelo del focolare.

La terza fase della ricerca della anima è la Vergine Maria, incarnata dalla prostituita Saraghina (Eddra Gale). Anch’ella, in un gioco di deformazione delle dimensioni, appare enorme agli occhi di Guido: grande, grassa, generosa. Il ricordo che affiora in Guido è gioioso, libero, di felice scoperta. Saraghina è associata alla luce, al mare, al canto, al movimento, alla tolleranza, al perdono. È a lei che va la ‘devozione spirituale’ di Guido. Lei lo libera dalla colpa e lo allontana dai castranti dogmi della Chiesa.

E infine Claudia (Claudia Cardinale) incarna Sofia, l’ultimo stadio dello sviluppo dell’anima junghiana. Presente come una sorridente apparizione per gran parte del film, Claudia è davvero la manifestazione dell’anima di Guido, in quanto le sue virtù sono ‘costruite’ in perfetta armonia con la sua immaginazione. Ed è per questo che quando Claudia si paleserà come donna reale, diva internazionale e bellissima, lo rinnegherà 3 volte con quel suo “perché non sa voler bene”, che ancóra una volta àncora Guido al suolo, come la fune all’inizio del film.

Fellini in 8 1/2 mette in discussione tutti, dunque: la religione, la società, la famiglia, le relazioni. Ma se l’anima pertiene e può essere ricomposta dalla componente femminile profonda, è la componente maschile, quella che Anceschi chiama ‘perdita del padre’ con conseguente svalutazione di tutti gli statuti, a determinare il caos, la crisi e il primo disorientamento.

Il nuovo film del suo alter ego Guido dovrebbe essere un film di fantascienza, dovrebbe dominare e vivere il progresso, magari offrire chiavi di lettura e interpretazioni dello stesso e invece la grande piattaforma di lancio, la grande struttura metallica, rappresenta un mostro senza vita, il mostro della prima globalizzazione culturale che punta a tutte le stelle senza davvero riconoscerne una. Essa rappresenta le sovrastrutture della nostra esistenza, la problematizzazione verticale della vita che ne impedisce il naturale fluire. La soluzione dei problemi e della difficoltà di vivere può essere trovata solo sospendendo il giudizio e lasciandosi ‘vivere’ dalla vita. Le costruzioni mentali di cui la piattaforma di lancio è rappresentazione materiale, possono essere distrutte solo allontanandosene o immaginando di inscenare il proprio suicidio, come unica possibilità concreta di rinascita. Non è un caso che il film finisca con tutti i personaggi della vita e della fantasia di Fellini che scendono dalla grande struttura in una forma completamente rigenerata. Lo scendere dalla struttura, dall’impalcatura implica il rifiutare l’omologazione e il far abdicare l’io lacerato al flusso benefico della creazione artistica.

Fellini ha spesso raccontato di come la madre avesse rimarcato il fatto che circhi e clown, sua vera e propria ossessione, non avessero fatto parte della sua infanzia. Lui ribadiva divertito che, anche se non c’era mai stato nella realtà, lui al circo in qualche modo c’era stato e ciò lo aveva di molto influenzato.

Paul Bouissac giustifica in una sorta di identità, la fascinazione che il circo suscita nell’infanzia, nei poeti e negli artisti, “individui che non sono stati completamente integrati in una cultura” o che vi hanno uno status marginale ed eccentrico.

Ecco perché 8 1/2 non può finire altrimenti che con un girotondo e un circo, il luogo dove ognuno può essere libero di essere chi vuole o sembrare chi vuole. Al circo del set si sostituisce il circo della vita, con le sue marce, le sue maschere, la sua compassione e la sua diversità. Il luogo dove tutto ciò che sembra impossibile diventa possibile. Il luogo dove l’immaginazione diventa realtà quando diventa condivisa. È solo allora che Guido/Fellini potrà avere l’illuminazione e dire che la vita è una festa da vivere insieme e che solo nell’accettazione della sua inconoscibilità c’è la speranza di trovarsi.

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