Diabolik, dei Manetti bros. (2021)

di Laura Pozzi

Non un film su Diabolik, ma il film di Diabolik”. I Manetti bros. nel presentare alla stampa la loro ultima e attesissima creatura cinematografica sono categorici e anche comprensibilmente prudenti, visto il confinamento forzato a cui è stato sottoposto il Re del Terrore a causa del covid. La pellicola esce con un anno, (ma sembra un secolo) di ritardo il 16 dicembre in 500 sale, supportata da una massiccia campagna promozionale che dovrebbe garantirgli buon esito al botteghino. Ma non è cosi scontato, data la presenza in contemporanea del lanciatissimo Spider – man: No Way Home pronto a scalare  la vetta.  Una bella sfida tra pugnali, maschere e ragnatele, ma anche una scommessa ardita su cui è impossibile tentare pronostici. Ma i bros. ci tengono non poco a marcare il territorio, a tenere una distanza di sicurezza volta a sottolineare la natura prettamente artistica, squisitamente cinefila e poco natalizia della loro ultima opera che ha tra l’altro il coraggio di uscire in sala in un periodo altamente concorrenziale e remunerativamente (almeno sulla carta) redditizio. Diabolik non ha nulla in comune con il tipico e rimbombante giocattolone a stelle e strisce tutta azione e poca sostanza. Lo si potrebbe definire  un noir d’autore “sedotto” da vari generi, ma fedelmente ancorato a una visione di cinema classico, finora insospettabile nel DNA dei fratelli romani.

Di certo si tratta di un progetto fortemente voluto, un sogno infantile accarezzato per lunghissimo tempo, ma avvolto da un alone di maledettismo e inviolabilità che ne ha posticipato più volte la realizzazione. Il rapporto fra il celebre fumetto creato dalle sorelle Giussani e la settima arte non è mai stato idilliaco ne tantomeno fecondo. Nonostante l’enorme popolarità l’unico illustre precedente lo si deve a Mario Bava che nel 1968 finanziato da Dino De Laurentiis realizzo’ uno psichedelico e coloratissimo Diabolik in salsa avant pop con protagonisti John Philip Law, Marisa Mell e Michel Piccoli. Un film, nonostante i diktat produttivi, leggero, visionario, straripante letteralmente stroncato dalla critica nostrana, ma osannato dai Cahiers du Cinéma. Per chi ha in testa quel piccolo cult frivolo e disimpegnato definito da Tullio Kezich “uno dei film più stupidi degli anni sessanta” l’approccio a Diabolik 2021  può rivelarsi inizialmente problematico, ma col passare del tempo incredibilmente affascinante. L’azione si svolge a Clerville verso la fine degli anni sessanta e prende spunto dal fumetto n. 3, “L’arresto di Diabolik” dove compare per la prima volta la seducente e ricca ereditiera  Eva Kant. Una scelta ponderata, studiata nei minimi dettagli, plasmata sul volto e sull’eleganza di Miriam Leone una ex “signorina Italia” volutamente hitchcockiana che ce la mette davvero tutta nell’elargire fascino e ambiguità, ma che purtroppo è lontana anni luce dal magnetismo felino di Marisa Mell, pantera senza chignon capace  con la sola presenza (nel film di Bava parla pochissimo) di rubare la scena a un divertito e svagato John Philip Law.

Ma è indubbiamente una nota di merito quella di attribuire al personaggio femminile un ruolo così incisivo e risolutore da far passare in secondo piano le adrenaliniche imprese dell’antieroe in calzamaglia. A dire il vero l’impavida Eva deve condividere la gloria con una terza fiammeggiante coprotagonista: la mitica Jaguard E-Type, autentica compagna d’avventure del diabolico duo. La storia si apre proprio su un inseguimento e su uno dei magistrali trucchi architettati da Diabolik (un algido e monocorde Luca Marinelli) per sfuggire all’ispettore Ginko, il suo più acerrimo nemico, ma anche (forse) suo segreto ammiratore. Dopo l’ennesimo colpo andato a segno l’attenzione si sposta su un prezioso diamante rosa in possesso di Lady Kant. L’affascinante vedova  costantemente tallonata dalle avances del subdolo George Caron (Alessandro Roja) viceministro di Giustizia e detentore di un fascicolo compromettente sul suo passato arriva nella cupa e suggestiva cittadina, ma invece di collaborare con le autorità per incastrare il sanguinario uomo in maschera finisce per innamorarsene perdutamente. Del resto anche Diabolik che sotto falsa identità porta avanti una patetica e tediosa relazione con Elisabeth (l’ottima depalmiana Serena Rossi) non può che arrendersi e naufragare negli occhi smeraldo di quell’intrigante sconosciuta capace di sfidarlo e “affondarlo” nonostante una lama puntata alla gola.

Il primo incontro fra i due consumato nella penombra di una suite remota e senza tempo non sancisce tanto una definitiva parità dei ruoli, quanto un superamento non sempre intelligibile, laddove le compagne dell’eroe di turno una volta finite nei guai venivano portate in salvo, qui le parti s’invertono: è grazie al tempestivo intervento di Eva che Diabolik riesce più volte a salvare la pelle. E a quel punto il film diviene a tutti gli effetti il suo film con ovviamente tutti i limiti e le anomalie del caso, che sono da ricercare essenzialmente nella poca incisività del protagonista, ma anche nella sobrietà di un ispettore Ginko, più a suo agio nel ruolo di spettatore che vero di vero antagonista (e qui il “solito” Mastandrea è decisamente in parte, anche perché un paragone con Piccoli risulterebbe impietoso). Permeato da molte ombre e poca nebbia, i bros, nonostante la Jaguard adottano una velocità da crociera e si affidano all’eloquio di un’atmosfera tetra e avvolgente, ma mai realmente inquietante. Questo è probabilmente il limite più grande di una narrazione eccessivamente “posata” e meticolosamente programmata, sporcata da qualche rifinitura gotica di chiara matrice baviana lasciata sedimentare nella stanza segreta, poi scoperta da Elisabeth, dove Diabolik custodisce la sua collezione di maschere e teste mozzate.

Non a caso la suspense riesce a fuoriuscire dalle sottili strettoie di una sceneggiatura inespugnabile e a penetrare abilmente sottopelle condensando qualche brivido negli incontri fuori programma fra i due. E’ proprio la mancanza di quest’ultimi a intrappolare il film nelle tavole di un fumetto che resta in ogni caso fedele a se stesso, anche a costo di apparire anacronistico e fuori dal tempo. Se non fosse per la presenza di Manuel Agnelli (splendidi i due brani d’apertura e chiusura) che insieme ai fedeli Pivio e Aldo De Scalzi ci riporta ad un presente non propriamente esaltante. E allora quel rigore, quei tempi dilatati, quel distacco drammaturgico tipici di una stratosferica occasione mancata, per qualche misterioso motivo, ora, restano appiccicati addosso come una maschera diabolika.

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