Il nostro Natale (‘R Xmas) di Abel Ferrara (USA, Fr 2001)

di Laura Pozzi

Dopo i deliranti eccessi e i cocenti insuccessi di Blackout e New Rose Hotel, il cattivo tenente Abel Ferrara torna dietro la macchina da presa e nell’apocalittico 2001 realizza Il nostro Natale, pellicola che gli consente di quietare fugacemente l’acredine e l’insofferenza di critici intransigenti impegnati a fomentare voci su una presunta e irreversibile crisi professionale. Il film, dopo la presentazione a Cannes nella sezione Un certain regard, apre il Torino Film Festival per poi uscire timidamente nelle sale italiane un mese dopo. L’accoglienza da parte degli addetti ai lavori è pacata e favorevole e anche il pubblico sembra ben disposto a concedere una rivincita a quel regista “prodigo” che si appresta a tornare a casa in un momento storico in cui l’odissea kubrickiana buca lo spazio e assume vesti terrene. Chi conosce l’ambiguo e decadente universo di Ferrara sa bene che ogni sua opera rappresenta una scommessa e un’intrigante sfida per lo spettatore che si trova ad interagire con personaggi amorali, poco raccomandabili, nostalgici scorsesiani sull’orlo del baratro,  affascinati da una possibile redenzione.

Il Natale 2001 ferito e colpito al cuore dalla  tragedia delle Twin Towers avvenuta qualche mese prima, non può essere considerato un Natale come tutti gli altri. Per quanto  la volontà di restare umani sia forte il clima tragico e opprimente, non molto diverso da quello attuale, non si lascia facilmente “addobbare”.  ‘R Xmas, nonostante il formidabile tempismo viene girato prima dell’attacco terroristico al World Trade Center, ma la figura di Rudolph Giuliani, lo sceriffo della tolleranza zero, proclamato uomo dell’anno aleggia nell’aria come uno spettro. Il film è ambientato nel 1993 quando il mandato di David Dinkins primo sindaco afroamericano di New York che durante l’elezione aveva fatto ben sperare nella  risoluzione dello spinoso problema razziale da sempre presente nell’infuocate strade newyorkesi, volge al termine e si conclude proprio sul nome dell’agguerritissimo repubblicano che di lì a poco prenderà in mano le sorti della città . La precisazione è d’obbligo per respirare appieno il clima magmatico e incandescente, anche se non troppo esibito di una storia fallimentare dove droga, corruzione e denaro facile la fanno da padroni. L’input si deve ad uno scandalo scoppiato a New York nel 1991 quando un gruppo di poliziotti corrotti fu sorpreso a spalleggiare la criminalità locale.

Ferrara elabora lo spunto e lo immerge nelle correnti buoniste del Natale e in quelle apparentemente  patinate e senza nome di un’insospettabile famiglia newyorkese di origine ispanica composta da un marito (Lillo Brancato Jr.), una moglie (Drea De Matteo) e una bimbetta petulante particolarmente eccitata al pensiero di trovare la party girl dei sogni sotto l’albero. Tra recite scolastiche, canti natalizi e atmosfere festose l’affannosa ricerca dell’ introvabile bambola fa di colpo precipitare gli eventi innescando una reazione a catena che culminerà con il rapimento dell’uomo e con una rocambolesca corsa il tempo per trovare trovare i soldi del riscatto. A tenere in mano l’incerto destino della coppia, un gangster (Ice T) con cui avviare le trattative e con cui condividere un atipico e riconciliante happy end poco incline alla resa. Questo perché i due coniugi, una volta spogliati degli eleganti e rassicuranti abiti di genitori modello, vestono quelli di spacciatori professionisti, che devono la loro vita agiata agli sporchi traffici condotti tra Sudamerica e Stati Uniti. Ferrara gioca abilmente su questo doppio registro, soprattutto nella prima parte particolarmente curata e incisiva. Il lungo periodo di stallo e la separazione da Nicholas St. John (storico sceneggiatore dai tempi di  The driller killer fino a The funeral) gli consentono di trattare “la materia” con distacco e freddezza. Con precisione chirurgica cesella e “dissolve” la sua storia attraverso immagini sporche, ruvide, dal ritmo claustrofobico, incalzate da violenti campi/controcampi e da un montaggio che annulla le distanze consegnandoci un inquietante RX di quell’universo che conosce benissimo, ma sembra coinvolgerlo sempre meno.

Dopo The funeral il regista torna nuovamente a riflettere sul tema della famiglia, sui fragili equilibri che la compongono e sui diversi modi di minarla. Non più un lutto a fare da sfondo, ma  la più importante tra le feste cristiane. Un inizio sobrio e rassicurante al Rockfeller Centre e pochi minuti dopo una discesa agli inferi tra strade notturne, spazi chiusi e fatiscenti garage dove i personaggi cambiano ruolo tramutandosi in paladini del male. Ferrara da navigato Caronte ci traghetta e abbandona con estrema disinvoltura nel suo personalissimo girone dantesco. E qui assistiamo a un contrappasso lucido e spietato, ma necessario nel tratteggiare la disgregazione di un nucleo familiare fermamente e inconsapevolmente ancorato ad un ordine malato in grado di garantire sussistenza. Un film nerissimo, disperatamente “credente”, supportato da un cast di perfetti Sopranos (in particolare la devota femme fatale Drea De Matteo) e dalla stravagante idea che a Natale la vita non sia poi così meravigliosa.

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