Yuppi Du, di Adriano Celentano (1974)

di Laura Pozzi

Non per soldi…ma per denaro. Parafrasando la fantasiosa traduzione in italiano di The fortune Cookie (1966), cinica e amarognola commedia di Billy Wilder con protagonista Jack Lemmon, possiamo arrivare al cuore eternamente “spezzato” dell’eccentrico e pazzoide Yuppi Du, film girato e interpretato da Adriano Celentano nel 1974. Presentato l’anno dopo al Festival di Cannes, la pellicola riscosse inaspettato successo da parte di critica e pubblico per poi circondarsi di un’aura di mistero e scomparire per circa trent’anni fino a quando per volontà del molleggiato e del suo clan un discusso e discutibile restauro (per molti un vero e proprio scempio) l’ha rimesso in circolazione accorciato di 15 minuti e presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia nel 2008. Di certo l’invisibilità, ma ancor di più l’inaccessibilità (nonostante l’enorme successo al botteghino non fu mai pubblicato in home video, avvalendosi soltanto di rarissimi passaggi in Tv) hanno alimentato una sempre più fervida immaginazione verso un’opera che nelle sue volute e lucide strampalaggini, racchiude mirabilmente il pensiero “non allineato” di un’artista profeta tra i più lungimiranti della nostra moribonda cultura. Yuppi Du, titolo nonsense (da intendere come dichiarato dallo stesso Celentano  un grido universale d’amore, di gioia verso la donna che si ama e di dolore per la violenza contro le donne, per la povertà, per le ingiustizie e per le morti sul lavoro), nonché brano traghettatore della mitica colonna sonora, rappresenta il secondo spericolato approccio del molleggiato dietro la macchina da presa.

Il primo, supervisionato e forse interamente girato da Piero Vivarelli fu lo sgangherato e sfortunato Super rapina a Milano passato del tutto inosservato al botteghino. Undici anni dopo supportato da una carriera d’attore “musicarella”, ma sotto sotto strapazzata da anomale ambizioni autoriali, Celentano ci riprova e spiazza tutti realizzando un musical imprevedibile e fuori controllo, mitigato da  una trama esile e  apparentemente innocua, ma tuttavia feroce nel trattare temi scomodi e per certi versi impopolari. Celentano non si accontenta, il suo pensiero si nutre di abbondanza e per esprimersi al meglio ha bisogno di contaminarsi o meglio di “sporcarsi” lo sguardo con tutti i generi che la settima arte gli mette a disposizione. Certo il rischio di affondare è alto, come mostrano i “molleggianti” titoli di testa superbamente “vogati alla valesana”, ma il cantautore non si lascia intimorire e decide di affrontare il rischio giocandosi il tutto per tutto su un terreno umido e scivoloso, ma senza il quale sarebbe impensabile qualsiasi tipo di sperimentazione. Felice Della Pietà è un barcaiolo senza un soldo che sbarca il lunario tra le calli decadenti e impure di una fatiscente Venezia. Rimasto vedovo dopo il suicidio dell’inquieta e insofferente Silvia (un magnetica e glaciale Charlotte Rampling scelta su suggerimento della Mori) decide di risposarsi con la mite e amorevole Adelaide (Claudia Mori) anche per dare una seconda madre, quella dell’amore (la prima è quella di sangue) alla piccola Monica (Rosita Celentano). Ma l’enigmatica Silvia di colpo riappare, per spiegare le motivazioni del finto suicidio e per sconvolgere il destino di tutti i partecipanti, in particolar modo quello di Felice ancora una volta irriducibile innamorato pazzo di una femme fatale vestita di soldi e ricoperta di ghiaccio.

Sulla carta uno script senza pretese, ma che diviene iperbolico se filtrato dall’ottica controcorrente del Re degli ignoranti. Celentano sceglie come location il barocchismo soggiogante di  Venezia a cui dichiara il suo amour fou – Venezia è la mia amante, visto che la moglie già ce l’ho ed è la più grande protesta contro l’avanzare del brutto”– contrapposto all’astruso grigiore esistenziale di una Milano claustrofobica, fagocitata dalla logica insensata del profitto. Le due città rappresentano due poli a parte, ma che rischiano pericolosamente di relazionarsi attraverso un processo degenerativo sordido e nefasto. Le morti bianche, la violenza sulle donne, l’inquinamento, la venerazione smodata per il denaro, sono temi sul quale Celentano si interroga, invita a riflettere e a rappresentare come la prima grande prova generale dei suoi illuminanti e per alcuni indigesti sermoni futuri. Molte le sequenze disturbanti: la scena dello stupro al ralenty con successivo pestaggio ai danni di Napoleone (Gino Santercole) la morte sul lavoro, la squallida trattativa su Monica  e quel finale sul treno dolorosamente consapevole. Tuttavia il futuro Joan Lui ama l’eccesso sopratutto quando asseconda la sua geniale e spregiudicata vena creativa nel “copiare” chi arriva prima. “Io sono uno che prima di essere originale, copia molto. Ho sempre guardato i film di Clark Gable per vedere la sua gestualità, il modo in cui muoveva le mani. C’è sempre qualcuno che arriva prima di te, l’importante è che tu lo superi!

Basta buttare un occhio all’iconica locandina del film per capire quanto Felice, ripreso di spalle con le braccia alzate e  “crocifisse” rappresenti un Cristo proibito fatalmente sedotto dall’anima rockeggiante e rivoluzionaria del Jesus Superstar di Norman Jewison. In effetti non è azzardato affermare che ci troviamo al cospetto di una psichedelica via crucis, raccontata attraverso una narrazione visionaria, anarchica, figlia di ripetuti corto circuiti formali, di dialoghi picchiatelli e surreali, di un’incontenibile voglia di sperimentare. La marcia militaresca di Silvia, la contestatissima scena rifatta dei fiammiferi, la morte in diretta di Scognamilo, la danza lisergica tra Felice e Silvia, l’avvolgente e riconciliante Such a cold night, tonight interpretata dal compianto Gino Santercole si imprimono indelebilmente nella memoria. Potrà non piacere a tutti e apparire falsamente provocatoria e priva di senso, ma Yuppi Du rappresenta ancora oggi alla vigilia dell’ottantaquattresima primavera del molleggiato un’esperienza da rivivere o recuperare, magari confrontando le due versioni (non di eccelsa qualità) presenti su Youtube. Dopodichè tutto il resto è noia.

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