UN MONDO DI MARIONETTE, di Ingmar Bergman (1980)

di Bruno Ciccaglione

Compreso tra un prologo e un epilogo a colori, Un mondo di marionette rappresenta il ritorno di Bergman al bianco e nero, alla ricerca di una attenzione e concentrazione dello spettatore, che i colori rischiano di distrarre. Non a caso le due sequenze a colori riguardano i momenti in cui la vita ordinata e ordinaria del protagonista va in crisi: il prologo, dominato dal rosso di un bordello, riguarda l’esplosione violenta e senza freni delle ossessioni di Peter, il ricco borghese protagonista, che uccide “inspiegabilmente” una prostituta; l’epilogo, poi, dominato dai tenui grigi e verdi della clinica psichiatrica dove verrà rinchiuso, riguarda il momento in cui la dimensione sociale della sua vita è stata cancellata dalla regressione psichica.

Il corpo centrale del film, quello in bianco e nero, è la ricostruzione psicologica e non cronologica degli eventi che hanno portato al delitto. Attraverso il susseguirsi di 11 episodi preceduti da didascalie “brechtiane”, come le definì Bergman (ecco alcuni titoli: «Una settimana dopo l’assassinio: l’investigatore con la madre di Peter» o «Tre settimane dopo la catastrofe Katarina Egerman visita la madre di Peter»), assistiamo a una indagine che dovrebbe svelarci il perché della esplosione di follia di Peter.

Peter/Robert Atzorn e Katarina/Christine Buchegger

Al centro della “indagine” ci sono il ricco uomo d’affari Peter (Robert Atzorn) e sua moglie Katarina, stilista di moda (Christine Buchegger). La agiata coppia tedesca (il film è l’ultimo del periodo tedesco di Bergman ed è realizzato con cast e in lingua tedeschi) vive una relazione coniugale ormai stanca, con reciproci e aperti tradimenti e insofferenze più o meno represse da parte di entrambi. C’è la invadente madre di Peter, ex attrice famosa; c’è lo psicanalista di Peter, amante più o meno occasionale della moglie del suo paziente, Katarina; c’è il più creativo collaboratore dell’atelier di Katarina (Toni Berger), che forse a causa della discriminazione continua che deve sopportare per la sua omosessualità, è il personaggio che più chiaramente sa cogliere nella mancanza di amore il principale problema delle vite borghesi che il film racconta.

Toni Berger

Al culmine del più cupo pessimismo, con Un mondo di marionette, facendo esplicito riferimento a elementi già presenti in altri suoi film, Bergman sembra voler realizzare una sorta di summa della propria opera, offrendone una rilettura ancor più disincantata.

Se nella partita a scacchi con la morte de Il settimo sigillo vi era comunque la lotta di un cavaliere dai nobili propositi, che tenta di guadagnare tempo per compiere buone azioni, la partita a scacchi con un computer che impegna il protagonista nel finale di Un mondo di marionette, ormai in piena regressione infantile in una clinica psichiatrica, non ha nulla di romantico e si conclude, immancabilmente ma quasi stancamente, con lo scacco matto subito dal protagonista.

L’epilogo del film, a colori, con Peter in una clinica psichiatrica, in compagnia del suo orsetto di peluche e della scacchiera

Se la crisi di coppia di Scene da un matrimonio, che pure deflagrava in forme anche drammatiche, trovava nel finale una sia pur difficile e non scontata ricomposizione (sperimentando sprazzi di libertà in fughe dalle proprie vite borghesi), qui degenera in una catastrofe irrimediabile.

Bergman sul set con i due attori protagonisti

Se in Persona la crisi della protagonista, pur nelle sue forme enigmatiche e contraddittorie, trovava spiegazione nella interpretazione della psichiatra che le prescriveva un periodo di riposo sull’isola di Fårö, la figura dello psicanalista di Un mondo di marionette è molto meno rassicurante: non solo si rivela assolutamente incapace di capire e prevedere la gravità della condizione del suo amico/paziente (anzi si potrebbe dire che ne approfitta…), ma quando alla fine viene richiesto di una spiegazione della “catastrofe”, ne offre una in fondo piuttosto banale, cui Bergman non sembra credere fino in fondo.

La perizia che lo psicanalista fornisce alla polizia, spiega il delitto come conseguenza di un “corto circuito emotivo”

Alla fine del percorso il film dunque, in qualche modo ci offre una spiegazione accettabile della “catastrofe”: l’ambiente in cui Peter è cresciuto censurava l’espressione delle emozioni, trasformava il successo personale in una ossessione, Peter ha interpretato un ruolo sociale che era per lui una gabbia e tutto questo lo ha condotto fino al “corto circuito emotivo”. Era una marionetta che, come evidenziato dalla ricostruzione che il film mette in scena, è stata pian piano portata a un destino di pazzia.

Ma Bergman non sembra accontentarsi. Il suo Peter dice varie volte: “Tutte le strade sono chiuse”, percepisce di non avere vie di uscita dalla sua condizione, molto al di là di un occasionale corto circuito. E il titolo allude a un mondo in cui tutti siamo o rischiamo di essere delle marionette, le cui vite sono “agite” da meccanismi, regole, costrizioni che non abbiamo stabilito noi. Ma è la mancanza di amore, forse, ciò che fa davvero diventare pazzi. Un film che è dunque da un lato disperato, ma dall’altro di una bellezza formale mozzafiato, sia per la quantità di sequenze memorabili, sia per la coerenza e la naturalezza della struttura a incastri complessiva dell’opera. Per una volta non si deve aver paura di usare il termine di capolavoro.

From the Life of the Marionettes (1980) | The Criterion Collection

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