”LA NOTTE BRUCIA”, di Angelica Gallo (2021)

di Vincenzo Laurito

La notte dell’ 8 dicembre del 2018 a Corinaldo, un piccolo comune della provincia di Ancona, 6 giovani persero la vita in una discoteca del posto, dove stava per svolgersi il concerto di una star del rap popolare tra i teenagers . In molti erano accorsi quella sera a quel tanto atteso concerto, forse troppi, dato l’epilogo che ne sarebbe seguito di lì a poco. Quella sera infatti, poco prima dell’esibizione prevista, un gruppo di ragazzi mimetizzatisi nel fiume umano di volti imberbi, cominciò a spruzzare dello spray al peperoncino su quella folla ignara, e fu subito il preludio d’una strage annunciata. Uscirono tutti all’impazzata nello shock generale, ma le uscite di sicurezza non seppero contenere quella fiumana impaurita, che travolse e uccise loro malgrado sei di loro, sei innocenti che perirono per mano di altri coetanei, i ragazzi con lo spray, che quell’innocenza l’avevano perduta.

Da questo terribile fatto di cronaca ha tratto abilmente spunto la giovanissima regista Angelica Gallo per il suo bel cortometraggio “La notte brucia”, presentato in anteprima il 18 dicembre presso la Sala Troisi di Roma. Il corto si sviluppa e svolge nell’arco di quindici minuti, un tempo necessario e sufficiente a scioccare lo spettatore, che assiste allo svolgersi dell’azione filmica inerme e pietrificato come i ragazzi di Corinaldo.

Il film segue le vicende di tre personaggi, tre ragazzi che vivono di espedienti, furti e rapine, tra serate che si ripetono stanche, caratterizzate dall’uso smodato di droghe e dalla violenza come unico linguaggio conosciuto. Non c’è speranza nel mondo descritto da Angelica Gallo, che usa la macchina da presa come un faro puntato su una realtà desolante dove vige la legge della strada, che è per forza di cose iniqua, belluina e feroce, non fa sconti. Il breve racconto sullo schermo si concentra tra gli altri su Massimo (nella realtà Tommaso, giovanissimo attore non professionista), uno di questi tre poveri diavoli in blue jeans e scarpe costose che seminano il panico tra i loro coetanei. È figlio di quella periferia (volutamente ripresa con i toni sfocati e spenti nel buio) che non ha contorni ben definiti, che non lascia intuire allo spettatore dove si svolgono i fatti narrati: è evidente lo scopo dell’autrice, ovvero far capire che il disagio giovanile è qui e ovunque, non ha limiti geografici, è un non luogo dove fluttuano in un loop fine a sé stesso i destini amari di questi protagonisti negativi, ove è il lato oscuro delle loro vite nichiliste e senza futuro a prevalere su tutto.

E’ una ‘rabbia giovane’ quella descritta, ma non nel senso che un gigante come Terrence Malick aveva dato al titolo di uno dei suoi maggiori capolavori; è piuttosto un serpente che si contorce su se stesso e attraversa i corpi dei tre ragazzi che solo con la violenza riescono a farsi largo. Urlano l’impotenza di non poter vivere altrimenti se non con l’uso della prevaricazione, con quel cinismo inconsapevole dettato dall’ignoranza imposta da uno schermo invisibile, uno specchio oscuro che impedisce di vedere oltre il giardino della loro stanca esistenza pigra e indolente, senza alcuna voglia di riscatto. Massimo dicevamo, è uno dei tre protagonisti. Vive con la madre, disarmata e sfinita ormai nel vedere nella condotta del figlio il suo fallimento genitoriale . Organizza i colpi con cui finanzia la sua vita fatta di bei vestiti, scarpe costose, cellulari su cui fa sfoggio di ragazze usate ed esibite con gli amici come trofei. Sembra la mente criminale del gruppo, il più involuto a rendersi conto delle proprie atroci azioni, ma sarà invece paradossalmente il primo e l’unico che constaterà e pagherà il prezzo di tutta questa violenza gratuita e senza motivo. Su di lui più che sugli altri, calerà implacabile la notte che brucia come dice il titolo del cortometraggio, e dà spazio al buio dell’anima, che poi è nient’altro che uno schermo nero come al cinema, che si chiuderà con una dissolvenza e nulla più, stringendo sul primo piano di Massimo, riverso a terra. Sullo sfondo, la morte di un innocente, durante l’ultima e fatale delle rapine messe a segno da questa arancia meccanica versione 2.0. descritta abilmente dalla Gallo, un giovane talento da tenere d’occhio.

Un’opera questa appena descritta, che ha ricordato a chi scrive per certi versi, il bel capolavoro di Mauro Bolognini La notte brava. girato nel 1959 e sceneggiato tra gli altri da PierPaolo Pasolini. Proprio il poeta di Casarsa avrebbe apprezzato e saputo descrivere con altrettanta nuda crudezza, quanto è raffigurato sullo schermo dalla giovane regista romana de La Notte Brucia. Fu lui più d’ogni altro a saper raffigurare già 63 anni fa, con triste e implacabile preveggenza, la deriva nichilista che un certo mondo di giovani e ragazzi di vita abbandonati al loro destino, stava intraprendendo. Ieri erano Ruggeretto, Scintillone e Bella Bella i personaggi creati da Pasolini per il film di Bolognini, oggi hanno i volti e i corpi tatuati di Massimo e dei suoi sodali nel crimine, dipinti dalla cinepresa verista di Angelica Gallo. Ma il punto è sempre lo stesso, la boa gira ugualmente nello stesso modo, verso l’orrore e la tragedia che sfociano nel sangue versato da innocenti vittime, in quel fiume di Inferi e asfalto in cui Caronte traghetta le anime perse dei Massimo di turno, vinti e annientati dalla loro stessa rabbia e ferocia.

La notte brucia e con essa la voglia e il fermento della sua giovane regista, a cui auguriamo tutto il meglio possibile e prospettiamo un futuro ancora più roseo nel mondo della celluloide.

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