I ragazzi di Feng Kuei, di Hou Hsiao-hsien (Taiwan/1983)

di Girolamo Di Noto

Una delle gemme più preziose nascoste nel grande scrigno del cinema asiatico è senza dubbio I ragazzi di Feng Kuei, di Hou Hsiao-hsien, cineasta taiwanese, autore apripista del “nuovo” cinema del suo paese. I film di Hou, nato nel 1947, hanno seguìto la parabola storica di una Taiwan tra dittatura del Kuomintang e assestamento democratico: dopo aver debuttato nel genere giovanilista e d’evasione e prima di affrontare quelli che saranno considerati i suoi film capolavoro come Città dolente e Time to live, time to die, Hou darà vita a un racconto di formazione, di taglio intimista, di quattro giovani di strada, quattro “ragazzi di vita ” che abbandonano la propria esistenza adolescente e periferica per affrontare il lavoro e le disillusioni della grande città.

Attingendo dichiaratamente all’autobiografia, Hou racconta una giovinezza punteggiata da bravate, lotte tra bande, momenti di tenerezza: i ragazzi hanno voglia di diventare adulti, ma non troppo in fretta, si relazionano alla vita con spensieratezza, crescono con un cuore tumultuoso, reagiscono istintivamente, si fanno guidare dagli eventi. L’esplorazione della grande città da parte dei novelli vitelloni taiwanesi diventerà una emozionante scoperta dell’amore e un ingresso privo di illusioni nel mondo degli adulti.

Hou mette in scena un racconto intimo, sospeso, di vita quotidiana dando vita ad un cinema di poesia che svela un’eredità occidentale che non è solo quella legata alla Nouvelle Vague francese ma anche a Pasolini: “È il suo cinema che mi ha insegnato a liberarmi delle costrizioni della logica, degli obblighi del montaggio, delle inquadrature inutili”. Hou, facendo ricorso ad attori non professionisti, attraverso campi lunghi e panoramici, interessandosi per le storie minime e interrogandosi sul significato di essere giovani e crescere a Taiwan, darà luce ad un’opera di estrema vitalità, in cui si fa strada il sentimento che partecipare all’esistenza è lavoro duro e solitario.

I ragazzi bighellonano nel villaggio dei pescatori dove sono cresciuti senza alcuno scopo; scherzano tra loro, abbordano goffamente le ragazze, entrano nel cinema senza pagare. Le disillusioni dei ragazzi, le prime amare consapevolezze della distanza tra i desideri e la realtà circostante passano nel film attraverso la riflessione che il regista fa del cinema nel cinema. Ci sono tre scene, di cui una memorabile, che focalizzano l’attenzione sul cinema come elemento della Storia e che testimoniano la passione di Hou per la settima arte: nella prima si vedono i ragazzi entrare di straforo in una sala cinematografica dove si proietta Rocco e i suoi fratelli di Visconti. Sembrano delusi dalla visione, delusi dal bianco e nero, delusi soprattutto dalla mancanza di un film porno, nonostante la sequenza proiettata riveli la sensualità di Annie Girardot.

Di significato più potente è la seconda scena: i ragazzi vengono convinti nella grande città di Gaoxiang da un imbonitore a prendere i biglietti per una proiezione clandestina in un palazzo in via di costruzione. Si tratta in realtà di un imbroglio perché quando arriveranno all’undicesimo piano si troveranno davanti ad un grande squarcio aperto sulla città, di forma rettangolare come uno schermo. I ragazzi realizzeranno con stupore e amarezza la distanza tra le proprie aspettative e la crudeltà della quotidianità. La città è lì, davanti ai loro occhi, ma rimane incomprensibile e inavvicinabile. Quell’enorme finestrone privo di vetro con vista panoramica sulla città racchiude quello che è poi lo stile del regista taiwanese, potente e contemplativo nello stesso tempo, che offre uno sguardo sul mondo, che riprende la realtà, ma senza filtri, con tutte le sue sfide e le sue insidie.

Nella terza scena, i ragazzi assistono alla proiezione del film Il serpente all’ombra dell’aquila con Jackie Chan, attore funambolo del Kung fu, personaggio pieno di risorse e invincibile. La realtà, sembra volerci dire Hou, non è uno schermo cinematografico dove si proiettano film europei o personaggi che risolvono i problemi come Jackie Chan. La realtà è quell’apertura rettangolare che si apre all’undicesimo piano, dove fuori c’è la vita crudele, cinica che lascia perennemente insoddisfatti.

Con tocchi leggeri e sapienti e con un uso straniante della musica (in particolare Le quattro stagioni di Vivaldi) utilizzata per accentuare il contrasto tra vita interiore e realtà contingente, Hou realizza uno straordinario affresco sull’attesa, l’attesa di un futuro incerto, l’attesa che cambi qualcosa in meglio. Qualcuno partirà per il militare, chi svenderà musicassette al mercato, chi, come A Qing, resterà impietrito a guardare una sedia vuota dopo essersi innamorato della donna sbagliata.

Destini tormentati e inquieti, vite che vivono impennate e ripiegamenti su se stesse, che tornano spesso con la memoria a un tempo più felice, quello dell’infanzia, quando il futuro non era ancora un’incognita. Hou aderisce alla realtà ma senza tralasciare la poesia che da essa genera e lo fa non solo attraverso la riflessione del cinema nel cinema ma anche utilizzando il gioco come chiara metafora della vita. I ragazzi giocano a biliardo, a majong, a baseball: situazioni ludiche inquadrate in una cornice di svago, in un contesto in cui la posta in gioco- come le monete sulle palle da biliardo – è chiaramente rappresentata, ma anche inserite in un gioco crudele come può essere la vita in certi momenti come quello che segna il destino del padre di A Qing, colpito da una palla da baseball e costretto all’infermità per il resto della sua vita.

La palla da baseball, come nel romanzo Underworld di Delillo, sarà un concentrato di storia che catalizzerà un distacco nostalgico tra passato e presente, raccoglierà un vissuto di cui il padre porterà addirittura i lividi, le tracce indelebili. La palla come allegoria del caso, della consistenza capricciosa da cui dipendono le sorti umane.

Hou, delineando un ritratto assai sensibile di personaggi ingenui e complessi, darà vita ad un film dal ritmo profondo, singolare, esempio magnifico di un’arte che raggiunge alti vertici, in cui si percepisce il trascorrere del tempo, un classico che sprigiona grande forza emotiva, degno di un regista tra i più significativi del cinema contemporaneo.

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