Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti (1960)

di Girolamo Di Noto

Che cosa ricordiamo di un film? Certo, una trama, un attore, delle battute. Ma nel gioco del ricordo che ci tiene attaccati per decenni a dei fotogrammi, che parte gioca lo stile di un regista? Rocco e i suoi fratelli, di Luchino Visconti, è un meraviglioso melodramma di famiglia ed emigrazione, un potente affresco di miseria meridionale raccontato con uno stile elegante, con immagini che parlano da sole, tutte da contemplare.

Narra la vicenda di una vedova, Rosaria Parondi, che lasciata la Lucania con i suoi quattro giovani figli, si trasferisce a Milano dove vive già il figlio maggiore. Ispirato dai racconti contenuti in Il ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori, il film descrive con sguardo acuto e minuzioso il mondo della periferia milanese, popolato di poveri diavoli che tirano la carretta in fabbrica ma anche di sfaccendati pronti a tutto, di prostitute e ragazzi di vita, di aspiranti campioni sportivi e di torbidi nuovi ricchi.

La storia raccontata nel film è divisa in cinque parti, che prendono ciascuna il nome dei cinque fratelli che costituiscono la famiglia Parondi, “realmente disposta come le dita della mano”: Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro, Luca, cinque diversi modi di reagire ai nuovi tempi; alcuni di loro si adatteranno alla nuova vita, altri ne verranno tragicamente schiacciati.

Il film si concentra, almeno nella prima parte, sul delicato tema dell’emigrazione e il regista milanese sa raccontare la sua città con gli occhi degli emigrati (gelida, respingente, ostile), ma poi sposta tutto il suo interesse sullo sradicamento della famiglia, sul suo disfacimento che non ha solo connotati sociali ma vive in una dimensione tragica, decadente, esistenziale.

La storia offre certo gli aspetti più importanti dell’emigrazione meridionale nella grande città del Nord: Rocco e i suoi fratelli comincia con l’arrivo del treno Bari- Milano alla stazione centrale del capoluogo lombardo. La famiglia Parondi è partita dal proprio paese d’origine per arrivare frastornata dalle mille paure verso un ambiente ignoto. La conduzione familiare è gestita dalla madre Rosaria, donna energica, testarda, che nasconde il suo desiderio di vedere i figli primeggiare anche a costo di accusare sempre gli altri per le loro mancanze.

Il ”paese” è evocato nei ricordi, riecheggia nella lingua e nei costumi: il pane di Matera, la collana di aglio appesa in cucina, il vestito nero di Rosaria pieno di spilli. Da un certo punto di vista il film può essere considerato come la prosecuzione de La terra trema, ispirato da Visconti dai Malavoglia di Verga. Là ‘Ntoni e i suoi, nella lotta per sopravvivere, tentano l’impresa del “carico dei lupini” per liberarsi dai bisogni materiali, per raggiungere il loro sogno di indipendenza economica, qui i figli di Rosaria tentano di integrarsi, chi restando fedele ai valori di partenza, chi adattandosi passivamente alla nuova realtà, chi invece lasciandosi travolgere.

Se da un lato Visconti segue le sorti “d’una umanità e d’una civiltà che non ha avuto che le briciole del grande festino del boom economico”, dall’altro il suo interesse si sposta, soprattutto nella seconda parte del film, sulla descrizione dei travagliati sentimenti dei protagonisti, soffermandosi in particolare sul conflitto acceso tra Simone (Renato Salvatori) e Rocco (Alain Delon) dall’amore per la stessa donna, Nadia (Annie Girardot), una prostituta che, come i vinti di Verga, non ha possibilità di riscatto, capace di redimersi all’inizio ma infine respinta alla sua condizione degradata.

Visconti è straordinario, grazie anche allo splendido bianco e nero di Giuseppe Rotunno, nel raccontare le passioni che agitano i personaggi, è abile nel saper dar vita ad un poderoso e meraviglioso melodramma di famiglia in cui ad emergere principalmente sono ambizione al successo più rapido, sacrificio, disperazione. In una Milano plumbea, ritratta nel grigiore delle sue squallide periferie, i fratelli si muovono alla ricerca di un riscatto. Vincenzo si accontenta di una vita modesta ma sicura al fianco di sua moglie, Ciro, il più pratico, si inserisce nell’ambiente della fabbrica, Luca, il minore, cerca di arrangiarsi come può, ma è sugli altri due che Visconti concentra l’attenzione. Simone, che sembra il più forte e che in realtà è il più debole, cerca nella boxe un possibile riscatto, è spavaldo, privo di scrupoli, rifiuta l’integrazione di un umile lavoro, si lascia soggiogare dalle seduzioni che la città offre come facili esche. Si innamora di una donna di vita che non saprà amare.

Rocco è al contrario un personaggio gentile, che ama, soffre, è costretto a combattere per provvedere a Simone. È come Myskin de L’idiota di Dostoevskij “il rappresentante più illustre della bontà fine a se stessa”. È il più sensibile dei fratelli: per amore abbandona Nadia, per amore non denuncia il fratello quando si consumerà il dramma dell’assassinio della donna, si sacrifica per aiutare il fratello.

Visconti è stato esempio di bellezza, poesia, costante ricerca della perfezione e in questo film dà sfoggio del suo stile sublime in diverse sequenze, ma due sono rimaste memorabili; una tocca l’aspetto sociale, l’altra quello caro a Visconti: il melodramma. La prima scena inquadra la miseria in un contesto poetico: l’arrivo della neve che diventa per la famiglia del Sud motivo di meraviglia ma anche consapevolezza di un po’ di lavoro per tutti dal momento che bisognerà spalarla dalle strade.

La seconda scena, più studiata, più toccante, riguarda il montaggio alternato e parallelo tra l’incontro pugilistico di Rocco e l’assassinio di Nadia da parte di Simone all’Idroscalo. Corpi che si avvinghiano in un abbraccio, gli allenatori che invitano Rocco a coprirsi dall’avversario così come Simone prega Nadia di coprirsi per il freddo, Rocco vince mentre Simone si perde, un fermo immagine sul coltello e sui guantoni, Nadia con le braccia aperte a croce, Nadia che morirà come la Carmen di Bizet, trafitta da un coltello nel costato.

Tra i capolavori riconosciuti del cinema italiano e non solo, Rocco e i suoi fratelli arrivò in sala nel 1960, anno straordinariamente fecondo per l’Italia, che vide produrre film che resteranno per sempre nella storia del cinema come La dolce vita, L’avventura, AccattAccattone, di Pier Paolo Pasolini (1961)one, Il posto, Il sorpasso, Signore e signori. Visconti darà al film un tono da epopea, una risonanza mitica, che subirà censure ma che riscuoterà anche tanto successo grazie all’apporto di un cast eccellente (oltre a Delon e Salvatori e all’indimenticabile Girardot, vanno ricordati la Paxinou nel ruolo della madre, Paolo Stoppa, Adriana Asti e Claudia Cardinale, qui in un ruolo secondario (ma qualche anno dopo l’avremmo ammirata ne Il Gattopardo), ai costumi di Piero Tosi, alla musica di Nino Rota e alla fotografia elegante di Giuseppe Rotunno, da poco scomparso, che nel film dà vita ad una continua ricerca della verità, delineando quadri pittorici fatti di sciabolate luminose di bianchi e nero molto contrastanti. Un capolavoro da rivedere, suggestivo ed elegante come può essere un film classico che non muore mai.

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