SONO NATO, MA, di Yasujiro Ozu (Giappone/1932)

di Girolamo Di Noto

Tra le esperienze memorabili che ogni cinefilo vive, momenti che non si dimenticano e nel tempo costruiscono le nostre private storie d’amore col cinema, meritano certamente un’attenzione particolare i film di Yasujiro Ozu, “il più giapponese dei registi giapponesi “, punto di riferimento di tanti cineasti, a partire da Bresson, Antonioni e soprattutto il primo Wenders, che al regista nipponico dedicherà un omaggio sentito in un suo documentario, Tokyo-ga. Il drammaturgo texano John Murrel, dichiarando in un’intervista il grande apprezzamento per l’opera del grande regista, forse ha ha dato la migliore definizione inquadrandolo come “un austero cartografo del cuore umano”.

Ozu ha saputo restituire l’essenza della vita giapponese in tutti i suoi film, ha fotografato i suoi personaggi nella loro vita quotidiana, mettendo in risalto storie di tutti i giorni attraverso uno stile unico, semplice, con pennellate poetiche, raffinate, senza dover ricorrere a effetti artificiosi.

Sono nato, ma è uno dei film più rappresentativi del cinema muto di Ozu e già a partire da quest’opera ricorrerà quello che sarà il tema fondamentale di questo regista, ovvero la famiglia. “I miei film possono sembrare tutti eguali, ma io cerco di creare qualcosa di nuovo ogni volta: come fa il pittore che dipinge la stessa rosa, sempre la stessa, e ogni volta arricchisce la propria visione”. Per Ozu la rosa è la famiglia, un tema su cui mediterà più volte.

Non ci troviamo ancora di fronte al disgregarsi della famiglia, alla distanza che separa i genitori dai figli, all’ineluttabilità del distacco presenti in capolavori come Inizio d’estate e Viaggio a Tokyo, ma sin da adesso comincia a prendere vita il conflitto generazionale che c’è, anche se ancora in embrione.

Sono nato, ma narra la storia di un impiegato che vive alla periferia di Tokyo con la moglie e due figli maschi. I due bambini devono affrontare le difficoltà del trasferimento in una nuova scuola, le angherie dei loro nuovi compagni, ma sanno cavarsela in un modo o nell’altro, sanno trovare le risorse giuste per marinare la scuola, prendere comunque voti alti, tenere a bada il bulletto che li prende di mira, ma quando vedono il padre fare il buffone in un filmino girato per compiacere il suo superiore, trovano insopportabili quelle immagini e la figura del padre, fino ad allora mai messa in discussione, agli occhi dei bambini crolla, perde importanza. Sono indignati, iniziano per protesta uno sciopero della fame, chiedono ragione di tutto ciò, poi tutto rientrerà nella norma.

Sono nato, ma è una parabola amara sull’immutabilità delle gerarchie sociali e generazionali, è una riflessione sul potere detenuto da alcune persone su altre, è la scoperta da parte del mondo dell’infanzia di un mondo adulto che cede ai compromessi e alle umiliazioni pur di vivere senza problemi. I due fratellini, prima dell’impatto con la cruda e spiacevole realtà, vivono la loro infanzia misurando il mondo con occhi di un bambino. Scorrazzano per sentieri polverosi e prati bruciati, sfuggono alle sculacciate dei ragazzi più grandi di loro, diventano protagonisti di numerose gag spensierate, ma le illusioni presto dovranno lasciare spazio ad una triste realtà che li porterà a comprendere il ruolo di subordinato del padre. La scoperta di quella maschera di servile ossequio che il padre indossa davanti al datore di lavoro rappresenta per loro una doccia fredda e l’amara consapevolezza che nel mondo esistono i rapporti di forza e d’ora in poi dovranno, anche grazie alla mediazione paziente dei genitori, interrogarsi sulle ragioni di convenienza che regolano la vita sociale.

A Ozu interessa mettere a fuoco il ceto medio rappresentato dagli impiegati e lo fa richiamandosi ad un genere allora molto in voga in Giappone, lo Shomingeki, che si occupava dei drammi della gente comune, soprattutto la piccola borghesia. Lo stile che adotta il regista per raccontare queste storie si affina sempre più diventando facilmente riconoscibile, un vero e proprio marchio d’autore: una macchina da presa praticamente immobile, posizionata a terra (il cosiddetto tatami shot) che consente inquadrature basse, allestite con estrema raffinatezza ed eleganza, che rappresentano, in questo caso, il punto di vista dei bambini.

Ozu, inoltre, non ritiene che si faccia del buon cinema se c’è troppo dramma o troppa azione e per questo motivo tende a sottrarre più che ad aggiungere. Elimina tutto ciò che è superfluo, ambienta le scene soprattutto in interni che sembrano quinte teatrali, tocca temi profondi con una semplicità disarmante, raccontando struggenti storie di vita familiare con una maestria che mette i brividi e colpisce al cuore.

“Voglio far sentire alla gente cos’è la vita”, diceva il regista e la vita la assaporiamo nei racconti intimisti che descrive in maniera essenziale e negli inserti che ogni tanto inserisce come una strada vuota, il passaggio di un treno, istanti votati alla commozione e alla consapevole serenità che si mantiene a dispetto dell’incertezza e della transitorietà della vita.

Nei film di Ozu c’è una situazione di apparente armonia che la rivelazione d’una realtà nascosta mette profondamente in crisi. Il movimento di conflitto che ne segue è superato solo dall’accettazione di questa realtà che i giapponesi chiamano mono no aware che si può interpretare come il riconoscimento dell’esistente per quello che è.

Emblematica è la scena finale in cui la ritrovata composizione familiare avviene – come accade spesso nel cinema di Ozu – attorno al desco, dove padre e figli sono intenti a mettere il cibo in bocca nello stesso momento. I bambini dopo aver spogliato la figura paterna della sua aura non fanno altro che accettare i rapporti che regolano il mondo adulto e al massimo possono solo fantasticare sul loro futuro, immaginandosi come generale o tenente, sempre e comunque inseriti in un contesto gerarchico.

“Un cinema gentile” lo definì Kiarostami. Un cinema che emoziona, potremmo aggiungere, concentrato sulla vita e che con una semplicità profonda ha saputo elevare la settima arte alla sua massima bellezza.

Ozu

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