Belfast, di Kenneth Branagh (GB 2021)

di Laura Pozzi

Durante la visione di Belfast si ha come l’impressione di sfogliare un vecchio album di foto, dove i ricordi prendono il sopravvento e la nostalgia pervade ogni singola istantanea caduta sotto i nostri occhi, magari un poco lucidi per l’emozione che non siamo riusciti a trattenere. Succede che superata una certa età si senta l’impellente bisogno di comporre e crogiolarsi in un personalissimo amarcord emotivo capace di  fermare il tempo e rievocare un passato unico e prezioso anche se a volte amaro. Kenneth Branagh  superati i 60 (compiuti nel dicembre del 2020) si lascia affascinare e in parte commuovere dall’idea di ripercorrere attraverso la magia del cinema un periodo della vita o meglio della sua infanzia vissuta nella tormentatissima Belfast, città simbolo di una sanguinosa guerra civile tutt’ora presente. Particolarmente apprezzato dai membri dell’Academy, il film punta dritto verso gli Oscar forte delle sette nomination ricevute, fra cui quella come miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale. Attraverso lo sguardo cristallino, ma tutt’altro che ingenuo di Buddy (uno strepitoso Jude Hill) irresistibile “puttino” di nove anni che ama combattere i draghi e assaporare pillole di saggezza elargite dagli amati e “monumentali” nonni Judy Dench (meraviglia) e Ciaran Hinds seguiamo le vicende di una famiglia protestante alla vigilia dei feroci scontri del conflitto nordirlandese meglio conosciuto come The Troubles.

E’ il 15 agosto del 1969, l’uomo è da poco sbarcato sulla luna, le strade di Belfast pulsano di vita, i bambini si rincorrono, gli adulti scambiano sentimenti di reciproca condivisione e le tensioni religiose sembrano lontane. Fino a quando un gruppo di facinorosi protestanti irrompe per le strade, spezzando l’armonioso equilibrio della piccola comunità. Il clima è incandescente sopratutto in un quartiere a maggioranza cattolica, ma Buddy grazie alla vicinanza dei genitori (gli eccezionali Catriona Balfe e Jamie Dornan) e del fratello maggiore protegge la sua innocenza attraverso lo stupore e lo scintillio dei suoi occhi velati di purezza e affamati di vita. Tuttavia la situazione diviene sempre più insostenibile, tra rate da estinguere, liti in famiglia e lo spettro incombente di un’inevitabile nuova sistemazione nella vicina e poco amata Inghilterra. Ma Buddy non ha nessuna intenzione di crescere in fretta e rinunciare alla spensieratezza dei suoi pochi anni. Se la realtà è aspra e minacciosa, ci pensa il cinema a trasfigurarla e renderla magica attraverso la maestosità del grande schermo. E poi c’è Catherine, la deliziosa compagna di classe con la quale scambiare dolci tenerezze e progettare un nuovo sbarco sulla luna.

A più di vent’anni di distanza da Nel bel mezzo di un gelido inverno, piccolo gioiellino imbevuto di teatro e finito inspiegabilmente nel dimenticatoio Branagh abbandona la superproduzione per tornare a un cinema più intimo e “sentimentale”. Nel farlo si affida nuovamente a un sacrale bianco e nero, quasi a voler sottolineare un distacco e un rispetto non solo formale nei confronti di un passato anche cinematografico, ( Mezzogiorno di fuoco e L’uomo che uccise Liberty Valance sono lì a ricordarcelo) irripetibile. Le pennellate di colore sono riservate alla modernità di una Belfast che apre il film e che ricorda molto da vicino le Streets of Philadelphia di Bruce Springsteen. Qui il regista irlandese sceglie di stemperare la tensione attraverso il misticismo di Van Morrison, contrapponendo la sua musica ad un clima di guerra che Branagh tiene volutamente fuori dalle sue istantanee, al fine di non “sporcarle”, ma che tende comunque a rimarcare attraverso i martellanti notiziari provenienti da radio e tv. Nel descrivere la sua penultima regia cinematografica confessa con disarmante pudore che Belfast è il suo film più intimo e personale quello in cui il legame affettivo con il luogo e con la gente del posto ha probabilmente “fatto esplodere il suo cuore”. Nonostante alle volte serpeggi una silente sindrome da primo della classe il film più che un’operazione nostalgia è da considerarsi un sentito omaggio “per coloro che sono rimasti, per coloro che sono partiti e per tutti coloro che si sono persi”.

Dietro il candore, l’allegria e l’entusiasmo del suo piccolo alter ego, Branagh rivendica con eleganza e fierezza la sua appartenenza ad una patria ed a un popolo che non ha mai smesso di amare.  “Come potrei lasciare Belfast? Gli irlandesi sono nati per partire, altrimenti il resto del mondo non avrebbe i pub. Agli irlandesi per sopravvivere serve un telefono, una Guinness e la partitura di Danny Boy. Abbiamo bisogno che rimanga la metà di noi, cosicchè l’altra metà possa diventare sentimentale su quelli che sono andati via” In questo divertente scambio di battute risiede il cuore pulsante del film e il desiderio di ricucire quelle due metà al quale il regista sente di appartenere. La regia di Branagh è prodigiosa nei suoi virtuosismi tecnici e seppur meritevole di un sacrosanto premio Oscar tende ad ingessare la storia, privandola di un disordine narrativo che avrebbe garantito maggiore autenticità. La visione risulta indubbiamente piacevole, ma è difficile sentirsi realmente coinvolti ed emozionati. Tutto appare fin troppo perfetto, troppo costruito, si resta saldamente ancorati a terra in attesa di uno scossone che fortunatamente Branagh ci riserva verso la fine con la splendida e vibrante scena di ballo/canto tra mamma e papà. All’improvviso sentiamo un fuoco dentro, come se volassimo. Siamo elettricità.

3 risposte a "Belfast, di Kenneth Branagh (GB 2021)"

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