Il Gattopardo, di Luchino Visconti (1963)

di Federico Bardanzellu –

Il 14 maggio 1962 fu battuto il primo ciak del film Il gattopardo, per la regia di Luchino Visconti. Il film, viscontiano per eccellenza, è una pietra miliare del cinema italiano. A nostro parere il miglior film di Visconti, al pari di Ludwig (1973). Ebbe la fortuna di un soggettista d’eccezione: Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore dell’omonimo libro.

Il volume era stato pubblicato nel 1958, un anno dopo la morte dell’autore, e vinse il Premio Strega nel 1959. È considerato uno dei più grandi romanzi della letteratura italiana. Si basa sulla figura di un avo dell’autore, il principe Fabrizio Tomasi di Lampedusa, ribattezzato nel testo Fabrizio Corbera principe di Salina. Il protagonista, tuttavia, vuole rappresentare l’intera aristocrazia siciliana e la sua reazione di fronte alla spedizione dei Mille con la successiva annessione al Regno d’Italia. Lo stemma dei Lampedusa, rappresentante un gattopardo, rimase anche per il personaggio letterario e dette il titolo al romanzo, e al film.

A posteriori, per quanto riguarda il film, la scelta del regista potrebbe sembrare scontata. Visconti era anche regista teatrale. Nessun altro grande regista dell’epoca poteva possedere uguale familiarità con le ambientazioni scenografiche e i costumi storici. Il milanese invece poté sedere dietro la cinepresa solo dopo che altri registi avevano rifiutato. Non senza aver preteso di affiancare i fidi sceneggiatori Enrico Medioli e Massimo Franciosa a Suso Cecchi D’Amico e Pasquale Festa Campanile, che avevano già iniziato a scrivere.

Personaggi del Gattopardo

Come detto, Fabrizio principe di Salina, realmente esistito come principe di Lampedusa è il protagonista dell’opera. Di antica famiglia aristocratica, mantiene l’atteggiamento, il tenore di vita e il modus vivendi del suo ceto sociale. Uomo di grande cultura, ha realizzato un osservatorio astronomico in uno dei suoi palazzi, essendo appassionato di astronomia. La fine del regime feudale ha però incrinato il potere incondizionato esercitato dal suo casato sino a pochi decenni prima, nel paesino di Donnafugata.

don Fabrizio Corbera, principe di Salina

La trama dell’opera prende corpo con la storia d’amore – o meglio, dell’incontenibile attrazione sessuale – tra Tancredi, nipote del principe, e la bellissima Angelica Sedara. Tancredi rappresenta l’homo novus della Sicilia risorgimentale, spregiudicato e rivolto verso l’avvenire. Figlio di una sorella di Salina e di un altro principe siciliano, è rimasto orfano e spiantato in età quasi adolescenziale. Il principe Fabrizio, quindi, ne assunto la tutela e lo ama forse più dei suoi sette figli.

Grande tombeur de femmes, Tancredi si arruola prima nei garibaldini e poi nell’esercito sabaudo. È lui a pronunciare la famosa frase “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

Angelica è la figlia di don Calogero Sedara, un piccolo borghese siciliano. Questi, grazie alla sua scaltrezza e capacità è sul punto di scalzare economicamente il principe Salina dal piedistallo locale. Per sedurre Angelica, a Tancredi bastano due frasi scandalose, dette di fronte a tutti i familiari e ai notabili del paese, che fanno immancabilmente centro sulla ragazza.

Angelica, Fabrizio, Tancredi

Senso del romanzo e del film

La frase “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” è passata nell’immaginario collettivo come l’essenza stessa dell’opera. Tanto che tale atteggiamento è stato definito “gattopardesco” o “gattopardismo”. A nostro parere ciò è vero soltanto in parte. Come detto, infatti, la frase è pronunciata da Tancredi e non dal Principe di Salina. La pronuncia per “indorare la pillola” allo zio, quando lo informa che intende arruolarsi tra i garibaldini. Il principe di Salina, a dire il vero, non è affatto entusiasta del regime borbonico e non solo per la reciproca antipatia che lo divide da Re Ferdinando.

Probabilmente Salina ritiene ineluttabile la vittoria di Garibaldi e il trapasso tra le due monarchie. Ma ritiene ineluttabile anche il declino delle aristocrazie siciliane. Soprattutto, ritiene immodificabile l’immobilismo della Sicilia e dei siciliani, indipendentemente dal regime che li governi: «Noi siciliani… siamo vecchi, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’».

Più avanti: «Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più… sono privo d’illusioni. Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a questo catafalco». Il matrimonio tra Tancredi e Angelica è perciò accettato con entusiasmo da Fabrizio Salina. In parte come inaspettato – e, forse transitorio – riscatto economico da parte del nipote. In parte come ciambella di salvataggio per il prestigio del suo casato, visto l’ineluttabile declino a cui era destinato.

Tancredi e Fabrizio

Visconti nei confronti del soggetto originale

Si può dire che Visconti abbia voluto cambiare il meno possibile il testo del libro nella trasposizione cinematografica. Per questo ha preteso che i suoi sceneggiatori di fiducia (Medioli e Franciosa) rimodificassero secondo il senso originario voluto da Tomasi l’iniziale sceneggiatura di Cecchi D’Amico e Festa Campanile, molto diversa rispetto al contenuto del libro. La concezione viscontiana del cinema, infatti, era quella di rendere in immagine i contenuti della letteratura, intervenendo solo in minima parte sul soggetto originario.

In pochissime parti, perciò, il film diverge dal libro. Il regista inserisce due fragorose risate di Angelica, quando Tancredi pronuncia le due frasi scandalose con l’evidente scopo di sedurla. Lo fa, perché ritiene di manifestare in tal modo i pensieri della giovane che – gioco forza – non poteva esprimere a voce. Aggiunge pure alcune scene sulle battaglie garibaldine, non previste nel libro, perché richiesto espressamente da una certa critica di sinistra dell’epoca. Dopo una proiezione esclusiva, però, provvide a tagliarle. Così che la pellicola, dalla durata originaria di 205 minuti, scese a 187.

Soprattutto, Visconti dà particolare rilievo al ballo finale, che dura ben 44’ – cioè quasi un quarto del totale – mentre nel romanzo copre soltanto il 9-10% del testo complessivo. Negli intermezzi della festa, il regista colloca l’appartarsi e le effusioni tra Angelica e Tancredi nelle stanze deserte del palazzo. Nel libro sono descritti in precedenti occasioni. Visconti, infine, conclude il film con i pensieri del principe di Salina, dopo la fine del ballo. Tomasi, invece, aveva inserito due sequel alla vicenda. Uno nel 1885, alla morte del principe, e uno cinquant’anni dopo gli avvenimenti, con un dialogo tra Angelica e la principessa Concetta, figlia di Fabrizio e a suo tempo innamorata di Tancredi.

Il cast de Il Gattopardo

Burt Lancaster è il protagonista Fabrizio principe di Salina. La sua prestanza fisica potrebbe sembrare poco conforme all’immagine del siciliano medio. In realtà, nel libro, il principe di Salina – di probabili ascendenze sveve o normanne – è descritto come gigantesco e fulvo di chioma, così come è reso dall’attore statunitense. Ugualmente congruo è le physique du rôle rivestito da Alain Delon, che interpreta, meglio di nessun altro, lo spregiudicato seduttore Tancredi. Vera icona della bellezza maschile, Delon era stato lanciato tre anni prima da Visconti, con il film Rocco e i suoi fratelli.

Indovinatissima la scelta di Claudia Cardinale, che appare non solo come l’attrice ideale per il ruolo di Angelica, ma emerge addirittura come la principale protagonista del film, al pari del principe di Salina e addirittura a un livello più in alto di Tancredi/Delon. La Cardinale, anch’ella nel cast di Rocco aveva già recitato ne I soliti ignoti di Monicelli, Un maledetto imbroglio di Germi e La ragazza con la valigia di Zurlini. Per questo film aveva vinto il primo Nastro d’argento. Con la sua interpretazione nel film di Visconti si impone come l’attrice italiana del momento. Non a caso, contemporaneamente al Gattopardo, recita anche in 8 ½ di Fellini, riuscendo ad alternare i due set.

Nessuno dei tre protagonisti parlava italiano. Anche la Cardinale, essendo nata a Tunisi, è di madrelingua francese. Visconti, infatti, si rivolgeva a lei e a Delon in tale lingua. Tra i personaggi di secondo piano, incredibile l’interpretazione del romano Paolo Stoppa nei panni del siciliano don Calogero Sedara. Il ruolo della moglie del principe non poteva che essere affidato a Rina Morelli, alla quale si tagliava perfettamente. Un plauso va a Lucilla Morlacchi, che interpreta la principessina Concetta, rivale in amore di Angelica. Per non parlare del grande Romolo Valli, nella parte di Padre Pirrone, confessore del principe di Salina.

don Calogero Sedara

Location del Gattopardo: interni

Visconti dava il meglio di sé nella scelta delle location e dei costumi. Entrambe furono affidate a i suoi due stretti collaboratori: Mario Garbuglia per la scenografia e Piero Tosi, per quanto riguarda i costumi. Magistrale anche la fotografia, diretta dal grande Giuseppe Rotunno. Tutti e tre i tecnici citati vinceranno il Nastro d’argento 1964. Le coreografie del ballo furono ideate dal maestro Alberto Testa, un altro genio della materia. Sostanzialmente, uno staff da vera “macchina da guerra”.

La residenza estiva dei Salina fu collocata nella Villa Boscogrande a Palermo. Venne ripristinata la facciata originale, rifatte le pareti e restaurati infissi, pavimenti, soffitti, stucchi esterni e interni, decorazioni e affreschi, da un esercito di stuccatori e decoratori. In particolare, una ventina di pittori ridipinsero l’affresco descritto nel libro sul soffitto del salone centrale della villa originale (duecento metri quadrati).

Le scene del ballo furono girate nel Palazzo Valguarnera-Gangi a Palermo, che richiese solo pochi interventi scenografici. La celebre sequenza fu girata di notte. Visconti acconsentì che la luce delle migliaia di candele poste negli sfondi fosse artificiale. Ma per quelle in primo piano pretese che fosse naturale. Pertanto, ad ogni ciak, le candele dovevano essere sostituite con candele nuove, perché parzialmente consumate. Le scene ambientate nel Palazzo dei Salina a Donnafugata furono girate a Palazzo Chigi di Ariccia, ed altri interni a Palazzo Manganelli di Catania. Chiaramente, la ricerca degli arredi d’epoca (mobili, quadri, tappezzerie, servizi di piatti, posate, cristallerie e carrozze d’epoca) richiese molti mesi. Visconti pretese che gli arrivassero ogni giorno quintali di fiori freschi da Sanremo per abbellire le scene.

Per gli esterni fu scelto il paesino di Ciminna, sulla cui piazza fu letteralmente costruita la facciata del principesco Palazzo Salina. Si dovettero utilizzare chilometri di tubi Innocenti e colossali carichi di gesso. La piazza fu liberata dall’asfalto moderno e ricostruita con una pavimentazione d’epoca. A Palermo furono allestiti cinque set, di cui uno non fu nemmeno impiegato. Fu realizzato l’osservatorio astronomico del principe su una terrazza panoramica. Fu realizzata ex-novo la Porta attraverso la quale fanno irruzione i garibaldini ed altre costruzioni. Furono sostituite con persiane centinaia di saracinesche, e la pavimentazione di asfalto occultata con la terra battuta. Eliminati i fili della luce e del telefono e le antenne della televisione.

Costumi

Il costumista Piero Tosi si dedicò principalmente a disegnare e a realizzare il costume di Angelica. Scartò l’originale color rosa, specificatamente descritto da Tomasi, per optare verso un bianco medusa. Lo volle di étamine bianco grezzo, con un’applicazione di un soutache a disegno geometrico, guarnizione tipica del Secondo Impero. Non sapeva che l’avrebbe indossato Claudia Cardinale ma il risultato fu ugualmente subliminale. Visconti ne approfittò per introdurre addirittura un evidente “sbandamento” del principe di Salina, di fronte alla bellezza di Angelica/Claudia Cardinale mentre balla il valzer con lei. A ciò contrappose lo sguardo di gelosia da parte dello sbiancato Tancredi/Delon.

Alcuni aneddoti. Visconti pretese che fosse impiantata a Palazzo una lavanderia con una cinquantina di donne addette a lavare i guanti bianchi degli attori, perché esigeva che fossero sempre immacolati, nonostante il caldo e l’inevitabile bagno di sudore. Per quanto riguarda le camicie rosse dei garibaldini, pretese che non ve ne fosse una uguale all’altra, né un pantalone identico. Tutta questa fatica valse a Piero Tosi, oltre al citato Nastro d’argento, anche la prima delle sue cinque candidature all’Oscar. Sicuramente l’Oscar alla carriera che Tosi vinse nel 2014 si dovette anche ai costumi del Gattopardo.

Il Gattopardo e il mercato

Da quanto sopra accennato, si intuisce come i tempi e i costi della produzione si fossero enormemente dilatati. Il film ebbe un enorme successo di pubblico, tanto che ancora nel 2019 era collocato al nono posto nella classifica relativa agli spettatori paganti nelle sale cinematografiche italiane. Con Il Gattopardo Luchino Visconti vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes 1963. Ciò non bastò per non far chiudere i battenti per molti anni alla Titanus, stante anche il contemporaneo flop del kolossal Sodoma e Gomorra.

Si disse che ciò fosse dovuto all’insuccesso del film nelle sale nordamericane. Ma questo dimostra la carenza d’imprenditorialità – anche allora – delle case di produzione italiane. Soprattutto l’assoluta assenza di programmazione dei costi in funzione dei ricavi introitabili nei mercati internazionali. A ciò si accompagna l’incapacità di promuovere un prodotto, per quanto qualitativamente eccellente. Per non parlare di quello che eccellente non è. Hollywood docet.


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