La caduta degli dei, di Luchino Visconti (1969)

di Bruno Ciccaglione

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Ingrid Thulin e Dirk Bogarde

È il fuoco l’elemento chiave della Caduta degli dei di Luchino Visconti: il fuoco delle acciaierie con cui si apre e si chiude il film, il fuoco che brucia il Reichstadt (il Parlamento tedesco) e che apre la strada alla dittatura dei nazionalsocialisti, il fuoco degli altoforni che serve per fabbricare le armi pesanti necessarie alla guerra, il fuoco dei roghi dei libri degli scrittori “degenerati”, il fuoco degli inferi in cui precipita la Germania dopo il 1933. Non a caso il titolo in inglese (la lingua in cui fu girato il film) era The Damned, i dannati.

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Helmut Berger che imita Marlene Dietrich in una delle prime scene del film

È il 1969, quando Luchino Visconti, ormai regista acclamato di successi mondiali come Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il gattopardo (1963) decide di dedicarsi alla cosiddetta trilogia tedesca, composta da film ambientati o influenzati direttamente dalla cultura tedesca. L’idea di questo film è essenzialmente politica: raccontare l’ascesa del nazismo attraverso il quadro familiare – ancora una volta è una intera famiglia a venir raccontata, come in Rocco e i suoi fratelli, come in Gattopardo – di una aristocratica famiglia proprietaria di grandi acciaierie, che per dimensione e rilevanza strategica saranno essenziali per le ambizioni industriali e belliche di Hitler, e che sono dunque l’oggetto del contendere, dentro e fuori il nucleo familiare. Poiché Visconti è Visconti, naturalmente, le suggestioni sono numerose, colte, diversificate. Già dal titolo cogliamo i diversi punti di riferimento cui Visconti si ispira: Caduta degli dei in italiano, leggermente diverso dal titolo tedesco Götterdämmerung (Il crepuscolo degli dei, che è il titolo della famosa opera di Wagner e da cui, nel titolo italiano, Visconti sceglie di discostarsi leggermente, enfatizzando la “caduta”) ed infine The Damned nella versione inglese, che si distacca dal riferimento wagneriano e sottolinea la dannazione, la caduta agli inferi. Ulteriori riferimenti sono naturalmente il Macbeth di Shakespeare – archetipo della sfrenata brama di potere e delle sue catastrofiche conseguenze – oltre ad una serie di riferimenti abbastanza chiari alla famiglia Thyssen. Non manca, infine, la nota autobiografica: la famiglia di Visconti era una famiglia di “dei”, una ricchissima ed aristocratica famiglia lombarda e lui conosceva quel mondo a menadito. Il suo racconto, come già nel Gattopardo, è impietoso. Ma mentre lì si coglieva anche una nostalgia, qui c’è il buio più nero ed una condanna senza appello.

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L’illusione che il proprio rango, la propria ricchezza economica o semplicemente le circostanze favorevoli, consentano di cavalcare perfino il nazismo per consolidare o affermare il proprio potere, riguarda tutti i personaggi (con l’eccezione di Herbert – Umberto Orsini – che infatti pagherà cara la sua aperta ostilità al nazismo e che alla fine, accettando di sacrificare se stesso per il futuro delle proprie figlie, rappresenta l’unica speranza di un riscatto). Ciascuno di loro, nel corso del film, sarà di volta in fatto a pezzi dal meccanismo infernale della lotta per il potere, di cui solo i nazisti riescono ad avere il pieno controllo, appoggiando di volta in volta chi di loro è più funzionale, nelle diverse fasi, al loro progetto. Perfino il più giovane e ingenuo dei protagonisti, Günther (Renaud Verley), che avevamo apprezzato come di animo sensibile e unico solidale con lo zio Herbert, diventerà l’erede prediletto delle SS ed il predestinato alla guida dell’impero industriale di famiglia: L’ufficiale delle SS Aschenbach, dopo avergli rivelato che suo padre è stato assassinato dallo zio Friedrich (Dirk Bogarde), gli spiega: “Vedi Günther, tu questa notte hai conquistato qualcosa di veramente straordinario. La brutalità di tuo padre, l’ambizione di Friedrich, la stessa crudeltà di Martin (Helmut Berger, ndr), non sono assolutamente nulla a confronto di quello che tu adesso possiedi: l’odio, Günther, tu possiedi l’odio! Un odio giovane, puro, assoluto. Ma sta attento: questo potenziale d’energia e furore è troppo importante per farne la ragione di una personale vendetta. Sarebbe un lusso, uno spreco inutile (…). Noi ti insegneremo ad amministrare questa immensa ricchezza, ad investirla nel modo giusto”. E la ricchezza cui l’ufficiale delle SS si riferisce è sì quella dell’impero economico, ma anche quella appunto dell’odio, anche esso un capitale da mettere a valore.

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Uomini delle SA, poche ore prima della “notte dei lunghi coltelli”

La decadenza e la perversione, la crudeltà e l’ambizione, la mancanza assoluta di scrupoli, la presunzione di poter violare ogni regola morale in nome del proprio potere e del proprio piacere sono i sentimenti dei personaggi del film. Una fotografia straordinaria di contrasti forti e colori taglienti (il rosso e il nero, gli aranci e il buio blu e nero, i bianchi violenti) accompagna questa rappresentazione. Straordinaria, benché assolutamente inattesa data la sua inesperienza, l’interpretazione di Helmut Berger (Martin), come quelle di Dirk Bogarde (che si sentì molto penalizzato dal montaggio, per il taglio di molte sue scene, il che riservò a Berger – amante e compagno di Visconti per 13 anni, fino alla sua morte, un ruolo molto maggiore del previsto – e Ingrid Thulin, memorabile nelle scene di amore incestuoso col figlio Martin e nel finale in cui sembra davvero una “morta vivente”. La “caduta degli dei” coincide ed è funzionale all’ascesa del nazismo, per una volta mostrato senza la banalizzazione di un blocco di potere monolitico e compatto attorno al suo leader indiscusso. Come anche nel caso del fascismo, questa rappresentazione è corretta solo da una certa fase in poi, e ci lascia ingannevolmente pensare che le numerose vicende in cui il consolidamento della dittatura si è concretizzato, gli snodi e le decisioni prese da ciascuno, poco potessero fare per evitare quanto poi si è realizzato. Ma il processo con cui il regime si consolida nelle mani di una sola persona, ci mostra Visconti, è un processo articolato, complesso, di scontro tra diverse linee strategiche, in cui in molti fanno le scelte che poi determineranno gli esiti finali, pur senza esserseli aspettati o averli desiderati pienamente: un processo che spesso è di scontro violento (esemplare è la “notte dei lunghi coltelli” mostrata nel film – tra il 30 giugno e il 1 luglio del 1934 – in cui Hitler in una notte si sbarazza di oltre 200 tra i capi delle SA, attirati in una trappola in un alberdo su un lago della Baviera e sterminati dalle SS).

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Il grottesco e inutile matrimonio di Friedrich e Sophie (Dirk Bogarde e Ingrid Thulin), subito dopo il quale saranno costretti a suicidarsi

Il film si apre e si chiude con le immagini infuocate degli altoforni delle acciaierie. In qualche modo l’idea di sviluppo centrata sull’industria resta al centro della storia – non a caso lo sterminio sarà possibile solo grazie alla estensione delle pratiche industriali all’uccisione in serie automatizzata delle persone- e forse si rivela l’illusione più grande mostrata dal film: il punto più alto dello sviluppo industriale (ma si potrebbe dire dello sviluppo culturale in genere) dell’occidente e dell’Europa, che coincide con la follia più buia e dannata.

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Martin (Helmut Berger) prima sedotto e poi seduttore di sua madre Sophie (Ingrid Thulin)

NB – La caduta degli dei è disponibile in streaming gratuito sul sito della RAI

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