Acque profonde (Deep water), di Adrian Lyne (2022)

di Laura Sabatino

Da Alfred Hitchcock (Sconosciuti in treno) a Wim Wenders (L’amico americano) a Todd Haynes (Carol), il cinema ha sempre amato molto le trame e i personaggi di Patricia Highsmith. Ma questo non vuol dire che sia un’operazione semplice adattare i suoi romanzi o che il successo sia garantito. L’ultimo tentativo è Acque Profonde, dall’omonimo libro del 1957, diretto da Adrian Lyne, scritto da Zach Helm e Sam Levinson della celebrata serie tv Euphoria.

L’ambientazione è la stessa del romanzo, Little Wesley in Lousiana, così come i nomi dei due protagonisti, Vic e Melinda, e la struttura generale: un marito che per tenere in piedi il suo matrimonio sembra accettare e tollerare i tradimenti della moglie. Eppure tutto il resto non potrebbe essere più diverso.

Ciò che accomuna tutti i romanzi della Highsmith è il fatto di bruciare come un fuoco lento che si nutre delle convenzioni e del perbenismo degli anni ‘50. Attraverso l’accumulo di dettagli in apparenza insignificanti e la descrizione puntuale di riti quotidiani – la colazione, il pranzo, la spesa – pian piano l’autrice tesse la sua tela e racconta l’emergere della violenza nei suoi personaggi, violenza che spesso resta impunita. Nel momento in cui arrivano ad uccidere, l’empatia con loro è tale da far risultare l’omicidio un gesto di rottura naturale, obbligato, quasi giustificato. È con la sua maestria che la scrittrice riesce a portare il lettore fino a quel punto, facendolo empatizzare con l’inconcepibile. Nella sua tela a rimanere intrappolato alla fine è proprio il lettore.

Lyne ambienta la storia ai giorni nostri, ma non riesce a trovare una chiave per cui il matrimonio che Vic vuole ostinatamente tenere in piedi abbia un senso o un fondamento plausibile. Non c’è una società perbenista a giudicare Vic, il contesto in cui la coppia si muove sembra essere popolato da sfaccendati, intenti solo a organizzare lunghissimi party ricchi di alcol; Vic non è passivo, conformista e disinteressato al sesso come il protagonista della Highsmith, tutto il contrario, e quindi quello in atto con Melinda e i suoi amanti sembra un gioco perverso tra marito e moglie, volto a ritrovare un po’ di pepe in camera da letto. Tutto avviene sotto gli occhi di tutti.

“Se non fossi sposata con me ti annoieresti a morte” gli dice a giusta ragione lei. Di conseguenza è debole anche il personaggio di Melinda: non è matta, né vive costretta in una società rigida, non si capisce cos’abbia contro il marito per volerlo torturare così e perché non lo lasci. Sembra solo un’esibizionista vuota, sfacciata e forse un po’ sadica.

Fatalmente il fuoco lento del romanzo in Vic non c’è, né il thriller riesce a trasformarsi in qualcos’altro date le premesse mutate. Latita anche l’erotismo.

La storia procede stanca e ripetitiva, priva di vero mistero, distaccandosi dal romanzo in alcuni punti chiave che minano irrimediabilmente la sospensione di incredulità e fanno crollare l’impalcatura thriller.

Tante le domande che non trovano risposta disseminate lungo tutto il film: non viene mai ben chiarito se Vic è davvero l’autore del primo omicidio di uno degli amici di Melinda, salvo che con una battuta buttata lì in sottofondo. In base a cosa la polizia non prosegue nelle indagini sull’annegamento in piscina del pianista jazz, quando tutte le prove portano a Vic, e la stessa Melinda lo strilla ai quattro venti immediatamente? Il personaggio dello scrittore pulp e sceneggiatore – il più stupido e odioso del film, forse non a caso – si trova convenientemente sul luogo del terzo delitto proprio nel momento cruciale. E la repentina scelta finale di Melinda è dovuta a una richiesta dell’ultimo minuto della figlia Trixie, per cui resta davvero incomprensibile cosa la muova nel profondo e quale sia il nuovo patto che stringe col marito – senza bisogno di dirselo, capendosi al volo, con un bizzarro scambio di sguardi.

In una storia tanto sciatta e malpensata è chiaro che gli attori si ritrovano dinanzi a difficoltà che non sono in grado di superare. Ben Affleck interpreta Vic in modalità perennemente corrucciata, attonita, voyeristica. Spia la moglie, va in bicicletta, si occupa delle sue lumache, gioca al gatto col topo con gli amanti di Melinda mantenendosi freddo e regalando alla macchina da presa sguardi obliqui in abbondanza. Non è mai stato un attore particolarmente espressivo, e qui la sua fissità potrebbe anche essere funzionale a un personaggio che dovrebbe rivelare la sua natura segreta poco a poco, ma sfortunatamente tutto rimane in superficie, l’obliquità non corrisponde a un vero spessore. E quindi resta corrucciato, attonito, voyeristico fino agli ultimi minuti del film.

Ana De Armas è la moglie infedele Melinda. Altrove ha dato prova di poter interpretare sia ruoli da fidanzata d’America simpatica e rassicurante (Knives Out), sia da seduttrice (la sequenza elettrizzante dell’ultimo Bond). Ma in questo contesto risulta poco credibile, anche le sue scene assieme all’ex compagno Ben Affleck mancano di chimica, con il ridicolo sempre in agguato dietro l’angolo, negli amplessi frettolosi e tagliati bruscamente, quando deve recitare da ubriaca, quando esplode contro il marito in presenza dei vicini e della polizia. Non c’è spazio per alcuna sottigliezza, tutto viene strillato, e le contraddizioni abbondano. In un film in cui quasi nessuna nota viene toccata senza stonare, l’acme viene raggiunto nella scena del party a casa di Vic e Melinda. A sorpresa Melinda intona “Via con me” di Paolo Conte e d’un tratto tutti in coro la seguono ripetendo “cips cips doo doo doo doo (ci boom-ci boom)”, mentre lei inizia a ballare sotto lo sguardo di Vic/Ben Affleck. Attonito neanche a dirlo, per una volta giustamente, come tutti noi.

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