Spencer, di Pablo Larraín (USA 2021)

di Laura Pozzi

Presentato in concorso all’ultima mostra del cinema di Venezia, arriva nelle sale italiane dopo il forzato stop covid (sarebbe dovuto uscire a gennaio) Spencer, film incentrato sulla figura di Lady Diana firmato dal cileno Pablo Larraín e interpretato da Kristen Stewart. Un’uscita per certi versi strategica alla vigilia di una notte degli Oscar che potrebbe incoronare (meritatamente aggiungiamo noi) come migliore interprete la giovane attrice statunitense divenuta celebre per il ruolo di Bella Swan nella serie cinematografica Twilight. Nel cimentarsi con una delle figure più amate e iconiche del secolo scorso, Larraín insieme allo sceneggiatore Steven Knight non si lascia tentare dalla rassicurante natura di un biopic tradizionale, ma preferisce inoltrarsi nella selva oscura di “una favola che parte da una tragedia vera”. Dove inizia l’una e finisce l’altra è facile da intuire, grazie alla storia e al drammatico epilogo che tutti conosciamo, quello che invece appare meno scontato è quel “prima” vissuto da Diana nella residenza reale di Sandringhman durante le feste natalizie del 1991.

La principessa del Galles appare confusa, smarrita, traballante. Il suo matrimonio è in crisi, la sua identità ferita e frammentata dalla presenza di Camilla oltre che  minacciata da quei tre giorni in cui dovrà indossare un abito diverso e accuratamente scelto per ogni singola occasione e dove regole, tradizioni e sciocchi rituali, su tutti quello della bilancia indice di felicità e divertimento ad ogni chilo assimilato, negheranno qualsiasi ipotesi di futuro a favore di un eterno e inviolabile passato/presente. Un clima da guerra fredda perfettamente rievocato nelle immagini iniziali, in quella campagna idilliaca e un po’ sbiadita in cui una carovana di mezzi simili a carri armati raggiunge la dimora reale per consegnare e deliziare con ogni sorta di prelibatezza culinaria gli autorevoli interpreti di un mondo remoto e irraggiungibile. Diana al volante della sua Porsche è a poche miglia da quella gabbia dorata eppure non ha la minima idea di dove si trova. Si aggira nervosa, trafelata, farfuglia qualcosa ai clienti basiti di una caffetteria ai quali chiede indicazioni. Un’apparizione che cela il misticismo e la tragicità di una “pecorella smarrita”, di una donna in fuga che non sa e non vuole giungere a destinazione.

Più che nella storia al regista interessa entrare nella mente di Diana, penetrare nei suoi guasti nucleari, indagare la sua solitudine e sprofondare nelle crepe esistenziali che rappresentano indubbiamente la componente più affascinante e spiazzante della pellicola. Più che una favola, Larraín costruisce una favolaccia dove l’immancabile “c’era una volta” perde ogni suggestione e linearità, a favore di un simbolismo onirico assolutamente necessario nel fornire una visione alternativa e originale di  un personaggio rappresentato nella versione più umana. Un’umanità fragile e avvolgente capace di riscaldare gli interminabili corridoi di quel labirinto kubrickiano gelido e mortifero, di diffondere luce sui piccoli William ed Harry, gli unici ad avere voce in capitolo sulle stranezze della madre e di incendiare il cuore di Maggie (la splendida Sally Hawkins) domestica e confidente segretamente innamorata. Non è facile districarsi tra  le ossessioni e percezioni di Diana, la realtà filtrata attraverso i suoi occhi assomiglia ad un incubo popolato da fantasmi (lei stessa lo è nelle incursioni notturne che la portano a varcare quel recinto per tornare nella casa natia, dove ad attenderla c’è uno spaventapasseri con indosso la giacca del caro papà Spencer).

Gli oggetti, così come la musica ossessiva, ma mai invadente di Jonny Greenwood sono due elementi imprescindibili del film, due fondamenti narrativi capaci di evocare sentimenti contrastanti. Il forte potere emotivo, ma anche visivo (si pensi all’inquietante e orrorifica presenza della collana di perle) emanato da ogni singolo oggetto contribuisce in modo encomiabile a dar forma al personaggio, a tormentarlo, a portarlo a un punto di rottura tale da farlo deflagrare. Le conseguenze dell’inevitabile esplosione, avvenuta nella fatiscente casa paterna sotto gli occhi di Anna Bolena (tragico e fatale alter ego), permette a Larrain di uscire di scena e lasciare a Diana il compito di modellare e capovolgere la sua favola come meglio crede. Assistiamo così a un film dalla doppia anima: la prima funerea, tetra, asfittica, la seconda libera, anarchica quasi miracolosa con al centro una principessa che rinuncia al ruolo di regina pur di continuare a ballare da sola. Un film che deve molto alla trascinante performance emotiva di Kristen Stewart capace di esplorare e allo stesso tempo mostrare la splendida vulnerabilità di una principessa senza speranza.

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