Sobborghi, di Boris Barnet (Urss/1933)

di Girolamo Di Noto

L’elemento più evidente che permea il cinema di un regista di spessore è solitamente l’idea di dare respiro, sostanza, poesia e sincerità ai suoi film, lasciando intravedere inattese profondità. Moscovita di nascita con origini anglosassoni, Barnet, classe 1902, da sempre curioso e istintivo, ha da sempre raccontato gli aspetti più imprevisti e autentici della vita con estrema semplicità e amore, rivolgendo in particolare la sua attenzione a quella parte di umanità destinata a scomparire all’ombra di gesti memorabili.

Sobborghi (Okraina), primo film sonoro del regista, risponde perfettamente a questo stile. In una remota cittadina di provincia, dove l’economia ruota esclusivamente intorno ad un calzaturificio e tutti sono calzolai, la lentezza del tempo sarà sconvolta dall’urto della Grande Storia, con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre a scuotere i destini di un’umanità sospesa e a metterla alla prova.

Dimostrando una grande maturità registica, Barnet, rispetto ai registi più rivoluzionari dell’epoca come Ejzenštejn, Dovzenko e altri, fa avanzare la storia arricchendola con continue sfumature, mescolando abilmente drammaticità, umorismo e lirismo in una perfetta coesione.

Sobborghi è animato da una profonda commistione tra tragico e comico, spaziando dai ritratti degli innumerevoli personaggi ripresi nel loro vivere quotidiano alla denuncia della guerra, dal melodramma sociale agli orrori di un conflitto che ingloba tutti, vincitori e vinti. Tratto da un racconto di Konstantin Finn, il film è una commedia dolceamara che affronta il tema della guerra non con intenti documentaristici, ma concentrando la sua attenzione sull’individuo, sulla sua relazione con la vita messa così a dura prova dagli eventi luttuosi.

Tracciando continuamente con un montaggio alternato il parallelismo tra fronte e villaggio, Barnet include nello stesso suono il rumore della mitragliatrice e quello delle macchine nell’industria di calzature, guarda alla guerra come uno specchio in cui si riflettono orrore, ma anche amore paterno, retorica, opportunismo, ma anche desiderio, soprattutto di chi combatte, di terminare il conflitto.

“Noi non vogliamo combattere, loro non vogliono combattere, eppure è il quarto anno che combattiamo”. Sono le parole di un soldato che si chiede il senso della guerra, parole che non trovano nessun riscontro se non nella considerazione che farà Brecht anni più tardi quando scriverà a proposito della fine dell’ennesima guerra: “Fra i vinti la povera gente/ faceva la fame. / Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”.

Questa riflessione emerge nel film in due scene importanti: quella che vede protagonista il rappresentante del nuovo governo che, una volta acquisito il comando alla caduta dello Zar, pronuncia discorsi pieni di retorica mentre ha già pronti i contratti per cui gli industriali, che cercano un nemico per avere un nuovo mercato, si sfregano le mani. L’altra scena mette in primo piano uno dei protagonisti del film, Kadkin, un artigiano con folti baffi che ha due figli al fronte e ha dato lavoro nel suo sobborgo ad un prigioniero tedesco. Quando riceve la notizia della morte del proprio figlio minore e del grave ferimento del figlio maggiore proprio ad opera dei soldati tedeschi, Kadkin non è animato da nessuna vendetta nei confronti del giovane ragazzo tedesco, sa che, al di là di tutto, anche il ragazzo è figlio di un altro padre che a migliaia di chilometri di distanza è in penosa attesa di notizie e di fronte a chi vorrebbe che gli si faccia del male risponderà con una delle battute più significative del film: “Che importa se è tedesco? È un bravo calzolaio!”

Le parole inaspettate del padre inseriranno il regista in modo del tutto originale nel panorama cinematografico sovietico e lo collocheranno spesso in un registro linguistico che è quello dell’assurdo o dell’inatteso, come in un altro film di guerra di Barnet, Un comandante inestimabile in cui un partigiano in fuga ormai braccato dai nazisti consiglia alla donna che coraggiosamente lo nasconde di denunciarlo, così potrà intascare la taglia e riuscire a curare il figlio.

Ancora una volta Barnet focalizzerà la propria attenzione sulla storia privata, in cui gli ideali politici sono secondari rispetto ai valori esistenziali come la fraternità, la felicità, il desiderio di riscatto. Che si tratti di trincee al fronte o scioperi, Barnet li affronta non con l’occhio della cronaca, ma con intima partecipazione. C’è nel suo film l’attenzione verso la vita, la bellezza delle piccole cose, l’inusuale amore tra una ragazza russa e un prigioniero tedesco, il “distratto” percorso di un giovane che abbandona il corteo degli scioperanti per seguire una signora con il cagnolino, la chiesa riflessa in una pozza d’acqua, un fisarmonicista che attraversa la piazza, un calesse fermo con il suo conducente quasi addormentato.

Prima ancora di uscire, il film fu accusato di non avere ” una visione ideologica chiara “: non c’è in effetti un eroe bolscevico intento a mostrare la potenza dell’uomo rivoluzionario; per Barnet è il sentimento che dovrebbe animare la società in cui la Rivoluzione ha trionfato, è il sentimento di fraternità proprio di Nikolaj che esce dalla sua trincea e con i suoi commilitoni fraternizza con i soldati tedeschi, è lo splendore muto della bellezza della Natura che rende minuscolo l’uomo che combatte, è la vita raccolta nell’intesa degli sguardi dei giovani amanti sulla panchina del villaggio.

La forza di Barnet sta nell’aver restituito, come a suo tempo fecero i grandi della letteratura come Dostoevskij, Tolstoj, Cechov, l’anima russa attraverso l’umorismo, l’orrore, l’allegria, la malinconia e nell’aver svelato, con tutta la sua potenza innovatrice e la sua sensibilità poetica, l’insensatezza della guerra facendola assurgere a fenomeno assurdo, incomprensibile e che anche solo per questo merita la riscoperta e la rivalutazione.

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