I giorni contati, di Elio Petri (1962)

di Bruno Ciccaglione

Al suo secondo lungometraggio, Elio Petri realizza il più esistenzialista dei suoi film, I giorni contati, con il quale mette in scena per la prima volta una delle ossessioni più forti e durature della propria vita: la paura della morte. Una paura tanto più tremenda, quanto più chiara è la consapevolezza, tipica del mondo contemporaneo neocapitalista, di quanto poco si sappia vivere.

Se nel suo ultimo film Buone notizie (1979) il personaggio che non sa vivere e che ha paura di morire è un esponente della borghesia intellettuale, nevrotico e disperato (in una scena grida in ginocchio “Non voglio morire!”), in questo film girato molto prima, all’esplodere del boom economico, il protagonista è una figura di origine popolare, lo “stagnaro” Cesare (un superlativo Salvo Randone, il quale tornerà curiosamente a ricoprire proprio il ruolo di uno “stagnaro” in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto).

La storia, pare ispirata dalla scelta del padre stesso di Petri, che a un certo punto aveva deciso di smettere di lavorare, è quella di un idraulico ormai non più giovane, il quale scioccato dalla morte improvvisa di un passeggero del tram su cui sta rientrando a casa, prende coscienza di avere, come tutti del resto, “i giorni contati”. Da questo episodio scaturisce una riflessione sul senso della propria esistenza e l’uomo decide di smettere di lavorare, di cercare di godere quel che gli resta da vivere scoprendo ciò che del mondo non conosce. Dopo vari tentativi più o meno maldestri, l’illusione di una fuga dal mondo lo ricondurrà al punto di partenza.

Petri, che si era formato alla scuola di Giuseppe De Santis e che aveva lavorato con Zavattini (da quest’ultimo riceverà un  pubblico apprezzamento in particolare per il lavoro di indagine fatto sul grave fatto di cronaca che aveva ispirato Roma ore 11 di De Santis), prende già nettamente le distanze dall’esperienza neorealista. Anche se in molte sequenze racconta la Roma disgraziata delle periferie e ancora misera dei primi anni 60 (i bagni pubblici dove lavora la vecchia fiamma di Cesare, Giulia/Regina Bianchi, le baracche con le zecche, il “monte dei cocci” di Testaccio ecc.), tuttavia racconta anche con sarcasmo la monumentalità di Roma (il film è pieno di luoghi diventati poi simbolo della bellezza della città eterna, qui ancora molto poco valorizzati) e soprattutto rappresenta la realtà attraverso simboli e metafore, senza mai rappresentarla piattamente.

In questo senso la figura di Cesare, aperto alla scoperta del mondo dopo lo shock della prima scena del film e la sua scelta di affrontare la vita in modo nuovo, ci offrono la possibilità di uno sguardo ingenuo e curioso sul ventre molle della città e della società.

Salvo Randone e Regina Bianchi

La parte borghese e colta di quella società, quella del mondo della cultura e dell’arte, è raccontata con l’episodio dell’incontro di Cesare/Randone con un cinico mercante d’arte (uno straordinario Vittorio Caprioli), che guida lo “stagnaro” come un Cicerone nel mondo dell’arte classica (i musei vaticani) e di quella informale, al solo scopo di farsi riparare le tubature di casa, intasate dalla incuria degli artisti che ospita (una chiara metafora: il mondo borghese, al di là di una apparenza ammaliante, nel relazionarsi con le classi subalterne, non ha altro interesse se non lo sfruttamento del loro lavoro, come del resto fa anche con gli artisti).

“Vede professore, se uno come me si accorge solo oggi di certe cose… Uhm, ti dicono che è troppo tardi. E questo è ingiusto”

Il mondo proletario degli amici di Cesare/Randone, è diligentemente al lavoro. Gli operai addetti alla segnaletica stradale sulla pavimentazione nera di Piazzale Esquilino realizzano strisce bianche di cui Petri esplicitamente mostra la somiglianza con le opere informali degli artisti tenuti “a libro paga” dal mercante d’arte (il tema dell’artista come mero salariato e alienato sarà poi sviluppato a pieno in Un tranquillo posto di campagna).

Anche se l’illusione di un benessere a portata di mano (straordinaria la giornata al mare di Cesare con i suoi amici) serve soprattutto a tenerli al loro posto, Amilcare, l’operaio amico di Cesare che per tutto il film oppone alla sua visionaria fuga la concretezza della sua cultura del lavoro, alla fine confesserà all’amico tutta la sua stanchezza per una vita in cui solo la fatica ha avuto cittadinanza.

Il vecchio mondo della provincia e rurale precapitalistico, dove alla ricerca del senso perduto Cesare/Randone rivolge lo sguardo immaginando forse di tornare al paesino di origine in cui era cresciuto, è mostrato in tutta la sua desolazione: i vecchi amici di Cesare, esclusi dallo sviluppo del boom, vivono in una sorta di sottosviluppo e l’unica soluzione è stordirsi con il vino.

Il mondo della piccola malavita, infine, con cui Cesare viene in contatto alla ricerca di denaro al di fuori dei circuiti del lavoro e della alienazione, non è molto diverso da quello borghese, nel suo essere dominato dal cinico movente del profitto (se ti fai spezzare un braccio per truffare l’assicurazione, meglio scegliere il braccio destro, visto che “lo pagano meglio”), solo con qualche ipocrisia in meno.

Anni più tardi, raccontando un altro personaggio, il Total/Flavio Bucci di La proprietà non è più un furto (1973), Petri proporrà un analogo incontro tra chi aspira ad una fuoriuscita dalle nevrosi del capitalismo e il mondo criminale, ma qui sia la scrittura di Tonino Guerra e Petri che l’interpretazione di Randone, puntano a un racconto meno ideologico e più esistenziale.

Dal punto di vista formale il film è chiaramente influenzato dalla lezione della Nouvelle Vague, basti pensare ai violenti contrasti tra luci e ombre e alla esplicita sovversione di alcuni canoni estetici tradizionali. Si ricordi, emblematicamente, la scena iniziale, in cui il turbamento del protagonista è rappresentato attraverso una sequenza in cui la macchina da presa nel seguirlo appena sceso dal tram, d’improvviso si trova esposta a un violento controluce: un chiaro “errore”, secondo i canoni precedenti al Godard di Fino all’ultimo respiro, ma che Petri enfatizza e tiene al montaggio, perché perfettamente in sintonia con lo smarrimento del protagonista. È stato probabilmente il concorso di tutti questi elementi (esistenziali, politici, formali) a far sì che parlando dei film che più lo avevano influenzato, di Petri Bernardo Bertolucci abbia citato proprio I giorni contati.

Il controluce e lo smarrimento di Cesare

Il film si chiude circolarmente su un tram, stavolta nel buio della notte, anziché nell’accecante luce della prima scena. E anche qui un uomo, rientrato ormai nella routine da cui aveva invano cercato di sottrarsi, sembra essersi addormentato con la faccia sul finestrino. “Signore, siamo arrivati!”.

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