La piscina, di Jacques Deray (La Piscine FR/1969)

di Laura Pozzi

La piscina, settimo lungometraggio realizzato da Jacques Deray nel 1969 si colloca tra i film più emblematici e seducenti della cinematografia francese. Girato durante la bollente estate sessantottina, ha sempre goduto di una fama a detta di alcuni spropositata e fin troppo benevola nel dissimulare le imperfezioni di una pellicola abile e particolarmente scaltra nel lusingare lo spettatore attraverso la perturbante bellezza dei suoi protagonisti, impegnati in una feroce partita a quattro all’interno di una lussuosa villa a Saint-Tropez. Teatro di scontro è il bordo di una maestosa, quanto diabolica piscina su cui Jean-Paul (Alain Delon) affascinante e ombroso pubblicitario e Marianne (Romy Schneider) luminosa giornalista e attenta osservatrice risvegliano i sensi, liberano pulsioni amorose, lanciandosi in spregiudicati “giochi d’adulti” . Cielo, sole, mare, nell’indolenza di una lunga estate calda, la complicità dei loro sguardi e l’erotismo emanato dai loro corpi umidi e scultorei sprigionano il climax ideale per deliziare lo sguardo e rilassare la mente in attesa di un arrivo imprevisto, di un ospite (in questo caso due) inatteso volto a destabilizzare l’oscuro equilibrio della coppia. Una telefonata, un veloce scambio di battute ed ecco comparire al volante di una fastosa Maserati Ghibli, Harry (Maurice Ronet), sbruffone e presuntuoso produttore musicale in compagnia di sua figlia Pénélope (Jane Birkin), diciottenne infantile, taciturna, già profondamente annoiata dalla vita. La magica quiete della coppia viene drasticamente interrotta, così come l’apparente armonia elargita da  un quartetto dove affiorano invidia, risentimento, rivalità e frustrazione. Un mix letale, che giungerà a un punto di non ritorno, attraverso un delitto commesso a mani nude e lasciato sedimentare sul fondo della piscina.

Prima di essere un film, La piscina è un libro scritto poco tempo prima da Alain Page. Durante un soggiorno a Saint-Tropez in compagnia di Françoise Sagan, lo scrittore viene folgorato dalla magia della Costa Azzurra e in particolare da Ramatuelle, una striscia di terra affacciata sulla baia di Pampelonne, location resa celebre dalla peccaminosa silhouette di Brigitte Bardot. Le follie tropeziane, il jazz e la rivoluzione sessuale in atto lo ispirano a scrivere un’opera basata sulla potenza distruttiva della gelosia e su un delitto compiuto sotto il sole. La “scoperta”di Ramatuelle, dei suoi vigneti e delle lussuose ville che a partire dagli anni cinquanta monopolizzano lo spettacolare scenario francese offrono lo spunto per il film. In particolare una villa con piscina (come quasi tutte del resto) colpisce l’immaginario di un produttore che decide di magnificarla sul grande schermo per legarla indissolubilmente a una storia  raccontata e vissuta sull’ istintualità di corpi sedotti da istinti omicidi. La scelta di Alain Delon che a sua volta impone quella di Romy Schneider appare un passaggio obbligato e un incredibile vantaggio cinematografico dovuto al loro travolgente passato sentimentale. Vale la pena ricordare la grande passione amorosa che legò per sei anni (dal 1958 al 1964) i fidanzati di Francia più famosi del pianeta e fece sognare il pubblico di tutto il mondo.

Nonostante la separazione, dovuta alle infedeltà di Delon, l’alchimia tra i due è ancora molto forte e rappresenta senza dubbio il punto di forza del film. Percepiamo fin dall’inizio, da quell’incipit incandescente dove i due ex amanti si scambiano tenere effusioni e baci ardenti che la temperatura tra i due è ancora molto alta e che quella storia d’amore è probabilmente più viva che mai. Deray coglie al volo l’occasione e lascia alla macchina da presa il delicato compito di annusare e tramutare in immagini tutto ciò che non si può spiegare a parole. Un omaggio cinematografico inevitabile per una coppia “immortale” capace di provocare ancora oggi un sottile turbamento. Ma in questo film, di bellezza ce n’è davvero tanta, forse troppa, basta volgere lo sguardo su Jane Birkin conturbante e magnetica lolita, che grazie a questo film avrà modo di rivelarsi al pubblico francese. Non sorprende quindi che l’intruso di turno, colui che osa “deturpare” tanta perfezione vesta i panni di Harry, il personaggio meno avvenente e più sgradevole del film. Ex amante di Marianne, interessato esclusivamente a nutrire il suo ego (come mostra il piacere provato nel far passare Pénélope non come sua figlia, ma come una conquista), a carezzare “le forme” del suo bolide sgargiante, a  lanciarsi a folle velocità sulla mitica Route des Plages è destinato ad avere la peggio. Rapiti da tanta bellezza, è naturale che il film perda forza e credibilità nei contenuti (ma non sulle psicologie) correndo il rischio di tramutarsi in pura esperienza sensoriale.

Un rischio comunque calcolato, smarcandosi da qualsiasi genere (non lo si può considerare un poliziesco, così come un thriller in piena regola), il film smorza la tensione, ne esalta la fisicità, avanzando con passo lento verso una staticità a volte esasperante. Dietro le false apparenze ciò che viene mostrato è un vuoto esistenziale che restituisce mirabilmente le contraddizioni di un’epoca folle, libera e sregolata. Ma anche estremamente fatua e superficiale, consegnata alla sfarzosità dell’auto sportiva o alla villa con piscina. Tutti simboli destinati a decadere, fra i quali la stessa Ghibli, fortemente voluta da Deray (nel libro si parla di una Lancia) e completamente distrutta a riprese ultimate in un incidente stradale. Ciò che non decade invece a più di cinquant’anni di distanza è lo sguardo finale tra Jean-Paul e Marianne. Un velo di tristezza squarcia la finzione, la nostalgia pervade lo schermo portandoci di colpo alla realtà e a quel “voglio divorarti di sguardi” pronunciato da Delon davanti al corpo senza vita della sua sfortunata e indimenticabile amante, scomparsa il 29 maggio del 1982, a soli 44 anni.

Il film è disponibile su Raiplay

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