‘Qui rido io’: rigore e innovazione nel teatro di Eduardo Scarpetta.

di Roberta Lamonica e Marzia Procopio

Locandina

“A ggente sà che dice?

Ca tu sì ‘a Voce ‘e Napule

e sà che dice pure?

Ca Napule songh’io!

E si tu si ‘a voce ‘e Napule

e Napule songh’io,

chesta che vene a dicere?

Ca tu si ‘a vocia mia… “

(Eduardo De Filippo)

Maestro mai abbastanza ricordato, Sergio Bruni in questa poesia viene definito da Eduardo De Filippo “la sua voce”. E in effetti, oltre a una stima infinita, Eduardo condivideva con il maestro partenopeo un rigore delle cose che agli altri poteva apparire maniacale, un perfezionismo esasperato della tecnica e un amore smisurato per la cultura e le tradizioni canore e musicali napoletane. E non è un caso che Mario Martone, cineasta colto e raffinato, strutturato e rigoroso, abbia affidato proprio alla voce di Sergio Bruni le canzoni che accompagnano il suo ultimo lavoro, Qui rido io, dedicato alla vita e all’arte di Eduardo Scarpetta.

La musica e le canzoni hanno un ruolo importantissimo in questo film. Le canzoni napoletane inserite dal sagace Martone, tutte d’autore, sono state scritte, guarda caso, dai poeti che nel film avversano Scarpetta, coloro che prenderanno la scena con la poesia dando continuità alla famosa ‘epoca d’oro’ della canzone napoletana. Le scritture non sono perfettamente contemporanee a Scarpetta. La scelta sembra indicare che ciò che è venuto dopo, dal punto di vista artistico, è debitore di quel momento, di quel gusto artistico, di quei presupposti stilistici che sono stati superati nella profondità della lettura del passato ma che da esso non possono prescindere.

Scarpetta/Felice Sciosciammocca

Il rigore di Martone, fine intellettuale e architetto dei suoi film

Il film inizia con un filmato d’epoca in b/n e si chiude con l’unica canzone d’epoca, contemporanea ai fatti narrati, ‘A Risa, la prima incisa su grammofono nel 1902 e cantata dal cast in b/n, la virtuale chiusura di un percorso circolare accuratissimo. Ai silenzi protagonisti di Morte di un matematico napoletano e ai rumori protagonisti di L’odore del sangue, Martone qui oppone il colore del teatro, il marrone del palcoscenico, del legno degli oggetti di scena, delle barre del tribunale, il seppiato della fotografia, con una maniacale attenzione alla ricostruzione filologica e alla creazione rigorosa delle atmosfere dell’epoca.

È il rigore, appunto, il filo conduttore del film di Martone scritto insieme a Ippolita Di Maio e presentato in concorso all’ultima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha riscosso grande successo di pubblico e critica.

Con una serie di quadri non legati da uno svolgersi cronologico quanto piuttosto da un fil rouge tematico, Martone ‘racconta’ il grande commediografo napoletano. Scene iconiche, non solo palcoscenici ma anche pranzi di famiglia, feste sontuose, la campagna idilliaca e semplice; costumi raffinati, una regia e una fotografia sorvegliate, eleganti, senza una sbavatura. Così viene omaggiato l’erede di Antonio Petito, colui che aveva rivitalizzato la figura del Pulcinella di Silvio Fiorillo nelle sue ‘farse cavaiole’. Eduardo Scarpetta diede una struttura rigorosa alle ‘vaudevilles’ francesi che adattò in napoletano, facendo evolvere i canovacci usati fino ad allora, recitati a soggetto con la partecipazione attiva del pubblico, in veri e propri copioni dalla struttura estremamente rigorosa e precisa. Nel film di Martone, Eduardo Scarpetta è magistralmente interpretato da Toni Servillo, che ‘segue’ il finissimo cineasta partenopeo nel rappresentare anche questa caratteristica di precisione maniacale del grande commediografo.

Toni Servillo nei panni di Eduardo Scarpetta

La figura ‘ingombrante’ di Eduardo Scarpetta

Artista immenso e padre padrone, uno che decideva per tutti e a cui il figlio Vincenzo chiedeva il permesso quando voleva recitare in lavori che non fossero i suoi, Eduardo Scarpetta è stato l’uomo di teatro più ricco e importante di Napoli tra fine ‘800 e inizio ‘900. Guappo, prepotente, all’occorrenza anche falso, fino alla fine pronto a combattere per le sue ragioni: Martone ci mostra un artista all’apice del suo successo, ricchissimo, potente, intenzionato a esercitare il potere su donne, figli, attori. Tutti sotto il giogo dello “zio”, una figura gigantesca e paurosa, che trasuda vita e che nel suo vitalismo rischia di morire, perché si sa che gli estremi si toccano. E in effetti, è una figura eccessiva e scomposta, quella di questo istrione che pretende di dirigere le vite delle sue donne, dei suoi attori, dei figli e della buona società napoletana. Un vitalismo che trionfa nella decina di figli illegittimi, che sembra voler contrastare un sottile senso di morte che aleggia nella casa ma che infine vince sulle resistenze degli altri a farsi manovrare, sui deboli tentativi di ribellione e di auto-affrancamento.

La compagnia Scarpetta


Scarpetta, così sempre sopra le righe, accentratore ed ego-riferito, pervade le anime e le ambizioni di quelli che gli stanno intorno pur detestandolo. Ed è questo un altro aspetto peculiare del film: la natura profondamente intima e fisica della recitazione, un carattere che emerge da quei volti e da quei corpi, una napoletanità che fa venire dispiacere di non esserci nati, a Napoli, in quella città dove alto e basso, miserie e nobiltà, cultura e volgarità si mescolano continuamente.

Vincenzo Scarpetta ed Eduardo De Filippo

Qui rido io: il teatro…casa, famiglia e vita di una ‘dinastia’

Scene sontuose sono dedicate al teatro – “dove tutto è finto ma niente è falso”, secondo la celebre, felice definizione di Gigi Proietti – alla vita della compagnia di Scarpetta, che inevitabilmente diventa parte di quella famiglia allargata in cui – come dice la moglie Rosa, interpretata dalla meravigliosa cantante Maria Nazionale – “niente è normale”. E quindi il teatro come casa, come vita, come luogo di lavoro e spazio di espressione dove la perdita di una battuta comporta delle conseguenze serie, dove un ritardo nell’entrata in scena viene punito con uno scapaccione, dove l’illuminazione di un’intuizione tiene svegli a scrivere tutta la notte a lume di candela. Ma dietro le quinte, nel buio dietro le luci del palco, i profondi occhi neri attenti a ogni dettaglio, un bimbetto magro ed emaciato, Eduardo, figlio di Scarpetta e Luisa, nipote della moglie di lui Rosa, ruba la scena al grande istrione partenopeo. Eduardo studia, studia sempre. Copia in bella grafia le commedie dello ‘zio’, e in mezzo ad esse mette qualcosa di suo. Eduardo, che al fratello Peppiniello dice che ‘se vuoi essere libero, allora là devi andare: perché la libertà la puoi aver solo sul palcoscenico’; Eduardo che assiste al processo per plagio intentato dal poeta-vate D’annunzio ai danni di Scarpetta; Eduardo che porta a compimento il percorso iniziato dal padre, ponendosi come felice punto di contatto tra le istanze dei giovani intellettuali della Belle Epoque napoletana (Bovio, Russo, Di Giacomo, Murolo) sulla qualità dei contenuti e la grande tradizione farsesca della commedia dialettale napoletana perfezionata da Eduardo Scarpetta. E più che la vita di Scarpetta, Qui rido io sembra essere l’antefatto di ciò che ha portato alla nascita del genio di Eduardo. Un genio maturato in fretta, frutto di riflessività e cultura costruite sui sentimenti ambivalenti di repulsione e attrazione nei confronti del grande padre che non aveva voluto dare a lui e ai suoi fratelli il proprio nome; un genio forte di una rabbia repressa e di una ammirazione/competizione coltivata con rigore, che la madre capisce e che a un certo punto del film tenta di sopprimere, stracciando tutto il lavoro di copiatura del figlio m.

L’abbraccio tra Scarpetta ed Eduardo De FIlippo

Coltissimi i riferimenti di Martone: gli intellettuali napoletani che rappresentano il ‘nuovo’, determinano in qualche modo l’inizio del declino di Scarpetta, reo, a loro dire, di promuovere e perpetuare una tradizione teatrale dai contenuti bassi e poco lirici, mentre loro si sentono legati al teatro colto dannunziano con cui si incontravano al Gran Caffè Gambrinus dove pare D’Annunzio avesse composto la canzone in napoletano ‘A Vucchella, nel periodo in cui lavorava al Mattino di Napoli. È interessante il fatto che Martone focalizzi l’azione del suo film intorno all’episodio del processo per plagio e contraffazione per la parodia che Scarpetta fece de La Figlia di Jorio di D’Annunzio. Scarpetta trasformò la sua deposizione in tribunale in un esilarante assolo, suscitando così applausi fragorosi da parte del pubblico.

Eduardo Scarpetta

Qui rido io: la querelle con D’Annunzio e il processo-spettacolo

Mentre il grande filologo avellinese Enrico Cocchia, perito di parte di D’Annunzio, rispondeva alle domande del presidente del tribunale e confermava la sua tesi, che Scarpetta era colpevole di plagio, il commediografo napoletano sbottò in una invettiva divenuta celebre: “ma che cacchio m’accocchia ‘sto cacchio di Cocchia”. Il tribunale alla fine diede ragione a Scarpetta, e torto a D’Annunzio, e il processo fece giurisprudenza nel campo dei diritti d’autore. Fu sancito, insomma, che la parodia non è né plagio, né contraffazione. Intorno a questo tema aspra fu la battaglia tra due periti eccezionali, Salvatore Di Giacomo, che sosteneva il querelante D’Annunzio, e Benedetto Croce, schierato con Scarpetta. Croce ebbe buon gioco nel dimostrare che l’opera di Scarpetta era destinata a suscitare il riso, mentre quella di D’Annunzio sollecitava il pianto degli spettatori: e dunque la parodia del commediografo napoletano non poteva essere né un plagio, né una contraffazione, perché “contraffare un’opera d’arte significa appropriarsi dell’effetto artistico di quell’opera”: invece le due opere di Scarpetta e di D’Annunzio mirano a effetti artistici opposti. La parodia, argomentò Croce, può conservare “moltissimi particolari e perfino quasi integro il linguaggio dell’opera parodiata, ma ne muta sempre lo spirito animatore…la parodia è nell’arte, perché è nella vita: accanto all’infinitamente grande, vi è l’infinitamente piccolo. Non a caso qualcuno ha definito il ridicolo come il sublime a rovescio”. Questo qualcuno era H. Bergson, il cui saggio “Sul ridere” era stato pubblicato cinque anni prima. Dissacrare attraverso la parodia un’opera tanto strutturata come quella di D’annunzio e darle uno statuto e una dignità artistiche indipendenti significava intrinsecamente riconoscerne struttura e rigore formale. Questo è il motivo per cui il processo occupa uno spazio importante del film. Il rigore è la cifra di questo grande artista che apre la via al rigore ancor più strutturato di uno dei più grandi drammaturghi al mondo, Eduardo De Filippo.

L’incontro tra Scarpetta e Benedetto Croce

Qui rido io: un omaggio al teatro napoletano

Qui rido io è dunque un omaggio al teatro napoletano in tutte le forme, anche quelle relative al diritto d’autore. Un omaggio atemporale al teatro scarpettiano, un teatro che dietro l’apparente leggerezza delle battute si faceva espressione profonda delle miserie e delle speranze della plebe partenopea. Del teatro scarpettiano, a parte Il figlio di Jorio, parodia del dramma dannunziano che occupa la seconda parte del film, Martone omaggia ‘Miseria e nobiltà’, che Scarpetta adattò ai gusti e al linguaggio della piccola borghesia locale accentrandoli sul personaggio di Don Felice Sciosciammocca, Feliciello, già utilizzato in precedenza da Antonio Petito. “Vicienz’ m’è padre a me!”, devono recitare tutti i figli di Scarpetta in una sorta di rito di iniziazione che segni una continuità con ciò che aveva iniziato, marchio di fabbrica di una dinastia che avrebbe voluto non si estinguesse mai. Lo ha fatto il suo primogenito Vincenzo, appunto, poi lo fa, con dedizione e gratitudine, il giovanissimo Eduardo. Quando tocca al piccolo Peppino, che inizialmente si rifiuta, il rito rischia di spezzarsi…e forse la testarda opposizione di Peppino è il campanello d’allarme della fine del potere di Scarpetta.

Luisa De Filippo con i figli Titina, Eduardo, Peppino

Qui rido io: il cast

Di scene straordinarie, in questo film bellissimo, ce ne sono molte: la maschera tragica di Servillo le tiene tutte insieme, ma nulla toglie alla bravura degli altri interpreti. Sono gli attori napoletani provenienti dal teatro e che da sempre lavorano con Martone – Iaia Forte, Roberto De Francesco. Un immenso Gianfelice Imparato, l’attore feticcio e poi traditore, che si libera dalle manette invisibili delle strutture rigidissime del teatro di Scarpetta e porge i polsi a quelle reali del teatro ‘nuovo’; la già citata Maria Nazionale nei panni di Rosa, moglie di Scarpetta che in una scena del film risponde a una ritrosa Luisa (bravissima Cristiana Dell’Anna) “In questa casa non conosciamo vergogna!”, dando conto, in una frase, dell’apparente e tacita approvazione delle relazioni extra coniugali del marito; a Iaia Forte, al giovane Edoardo Scarpetta, pronipote di Eduardo, che grida al padre “Tu sei morto!”, come la maschera di Pulcinella che vedrà in una bara nei suoi incubi, per liberarsi dal giogo oppressivo, soprattutto artistico del padre-padrone. Ma su tutto e tutti, i tre bambini: Titina, Peppino, Eduardo. Quell’Eduardo che lo “zio” Eduardo Scarpetta ha incoronato erede prima imponendogli il suo nome e poi facendogli ricopiare i suoi copioni, “così impara”, che conosce le battute a memoria, che scrive testi teatrali fin da bambino e diventerà uno dei drammaturghi più importanti del mondo.

Feliciello Sciosciammocca

“Ecco chi era Eduardo Scarpetta!”

La Napoli che Martone descrive è città internazionale, colta ma spesso irriconoscibile fuori dalle pareti del teatro… Una città europea, stimolante, brulicante di fervore intellettuale, come nelle immagini di apertura girate dai F.lli Lumière. E per sottolineare questa dimensione di respiro internazionale, Martone apre il film con la messa in scena di Miseria e Nobiltà, conosciuta a livello internazionale anche grazie alla trasposizione cinematografica di Mario Mattoli con Totò. Quasi a dire a uno spettatore di Milano, Torino o di qualunque altro luogo del mondo “Ecco chi era Scarpetta, il protagonista di questo film. È quello di Miseria e Nobiltà”. Maggiori successi di Scarpetta, come Na Santarella (il cui successo gli consentì di acquistare la villa su cui campeggia l’iscrizione che dà il titolo al film) o ‘O Scarfalietto o ancora ‘O medeco d’e pazze’ restano circoscritti a un pubblico colto e amante del teatro dialettale in lingua napoletana; e soprattutto, non avrebbero dato conto dell’essere il film il romanzo di formazione di Eduardo De Filippo, il prequel della sua storia personale e artistica, il compimento perfetto del genere di teatro per cui è considerato il più grande al mondo e a cui è dedicato l’ultimo frame del film (insieme ai fratelli Peppino e Titina con cui fonderà la compagnia di teatro umoristico i De Filippo). Martone firma un film bellissimo: un atto d’amore nei confronti di Eduardo Scarpetta, di Eduardo De Filippo, di Napoli e una testimonianza inestimabile su una parte del patrimonio della cultura italiana unica al mondo che abbiamo tutti il dovere di proteggere e conservare.

Scarpetta nei vicoli di Napoli

🟥 Si ringrazia Antonio Petillo per la ricostruzione filologica e per il contributo artistico

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