I migliori anni della nostra vita, di William Wyler (Usa/1946)

di Girolamo Di Noto

“Solo i morti hanno visto la fine della guerra” (George Santayana)

Nella storia del cinema, all’interno dei film di guerra, spesso si è sviluppata una riflessione importante dedicata alle conseguenze che l’evento bellico ha apportato, soprattutto sul piano psicologico, sui personaggi che vi hanno preso parte.

Indimenticabile esempio di cinema che si è occupato del tema del ritorno a casa e che ha costruito il suo racconto sull’esperienza specifica del reinserimento nella vita di tutti i giorni è senz’altro Il cacciatore di Cimino, con Robert de Niro che interpreta Michael ” Mike” Vronsky, vittima dei ricordi del conflitto in Vietnam, che trova difficoltà nel riadattamento alla vita civile. Senza tralasciare, ma se ne possono fare mille di esempi, Luke Martin interpretato da Jon Voight di Tornando a casa di Ashby, veterano del Vietnam costretto alla sedia a rotelle che farà dell’impegno civile contro la guerra la propria ragione di vita o il più recente American Sniper di Clint Eastwood con Chris Kyle (Bradley Cooper) che è un cecchino dei Navy Seals con difficoltà emotive al ritorno dal conflitto in Iraq e Afghanistan.

In tutti i casi citati le conseguenze sono l’ultimo nemico da affrontare, forse il più arduo, il più resistente, perché la guerra, non più combattuta ma vissuta dentro come una ferita mai rimarginata, entra nella testa del soldato con i suoi orrori e non gli permette di tornare come prima con serenità. Ai traumi si accompagnano poi i cambiamenti inevitabili che un reduce deve affrontare, che riducono le ambizioni, lo deludono e lo rendono disilluso.

Un altro film che ha affrontato con passione il ritorno a casa di tre reduci è certamente I migliori anni della nostra vita di Wyler, brillante spaccato di vita di un Paese, gli Usa, che vuole ritrovare la voglia e la forza di vivere. Prodotto al termine della Seconda guerra mondiale, il film è un ritratto commovente ma mai compassionevole di tre reduci preoccupati per il loro reinserimento nella società americana in forte cambiamento.

Il ritorno a casa, a Boone City, non sarà uguale per tutti: il capitano dell’aviazione Fred Derry (Dana Andrews) scopre che la moglie (Virginia Mayo) mal si adatta alla vita di ristrettezze che gli permette lo stipendio di impiegato in un grande magazzino; il sergente Al Stephenson (Fredric March) ritrova una moglie (Myrna Loy), due figli in gamba e il suo lavoro in banca, dove cercherà di aiutare gli ex combattenti; il marinaio Homer Parrish (Harold Russell), attore non professionista e vero mutilato di guerra, sarà condizionato per tutta la vita dalle mutilazioni alle braccia, soprattutto provando timore di suscitare la pietà altrui e quella della giovane fidanzata.

Reinserirsi nella società civile e recuperare l’equilibrio mentale non sarà facile: non mancheranno momenti di sofferenza ma alla fine, grazie anche all’intento propagandistico del film, le vicissitudini dei tre protagonisti riporteranno speranza nel futuro e coraggio ai compagni veterani. Vincitore di 7 premi Oscar, il film di Wyler ancora oggi resta una pietra miliare del cinema, un’opera di buoni sentimenti, capace di raccontare le cicatrici emotive dei soldati, le fragilità post traumatiche, la lacerazione tra il mondo interno ed esterno.

“Mi sento come se dovessi fare uno sbarco”, dice uno dei protagonisti del film nel momento in cui sta per approdare a casa. L’impatto con la nuova realtà, la sorpresa che il loro arrivo induce, la paura di trovare amare sorprese, sono i primi contraccolpi con cui devono familiarizzare i reduci.

La storia di Fred Derry è forse quella che meglio descrive il rifiuto da parte della società nei confronti del reduce. Il personaggio ha rischiato di morire in battaglia, ha visto morire tanti suoi amici e commilitoni e quando si reca nello store dove prima lavorava come gelataio, convinto che gli sarebbe stato riservato un posto di prestigio con la nuova società, scopre invece di essere un elemento di disturbo, soprattutto quando assiste al dialogo tra una commessa e un cliente e sente quest’ultimo dire con aria sprezzante: “Uno può ritrovarsi in mezzo alla strada all’improvviso con tutti questi reduci in giro”.

Fred, più di una volta, si troverà a “combattere” persone colpevoli di discriminare i combattenti americani, le frivolezze della moglie viziata e dirigenti che non hanno mai visto la guerra e non possono capire quali pensieri attanaglino la mente di un reduce. La solitudine caratterizza spesso i tre protagonisti e si materializza nel ricordo di un episodio negativo, negli incubi notturni e soprattutto nel sentirsi incompresi quando a sfidarli non è l’esercito nemico ma sono persone ostili, più sottili e codardi, personaggi loschi e arrivisti che vedono nei reduci un fastidio, ostacolando il già difficile cammino durante il loro rientro.

Nel film inoltre si dà molta importanza al forte legame che si stabilisce tra il trauma fisico e le conseguenze mentali di chi lo subisce. Uno dei protagonisti del film ha gli uncini al posto delle mani: Harold Russell (vincerà l’Oscar come attore non protagonista e un altro gli verrà assegnato “per l’esempio di speranza e il coraggio offerto con il suo ruolo ai suoi antichi compagni d’armi”) servì l’United States Army dal 1941 al 1944, da cui uscì con entrambe le mani mutilate. Lo spettatore assiste al lento dolore che domina i suoi pensieri, la difficoltà del farsi accettare, l’adattamento a una nuova vita, il desiderio di non essere fonte di pietà per la sua ragazza che, comunque, a differenza della moglie di Fred, saprà essere più sensibile e comprensiva.

Wyler è straordinario nel creare un vortice drammatico nelle scene più importanti, ponendosi come obiettivo la presa di coscienza e la denuncia degli orrori della guerra. Sa ben interiorizzare i traumi psichici dei soldati, il loro bisogno di comunicare il proprio stato di angoscia, la voglia di ricominciare. La rabbia, l’apatia prendono spesso il sopravvento ma c’è anche voglia di sdrammatizzare, di rialzarsi, di chiudere una pagina- provare almeno a farlo – per aprirne un’altra.

Spaccati di vita che non lasciano indifferenti e inteneriscono, che daranno vita ad un film privo di retorica, impregnato di un dolente antimilitarismo, un’opera che col tempo è diventata un classico perché ha avuto il merito, attraverso una storia romanzata ma minuziosamente verosimile ed esemplare, di esporre, con uno stile sobrio ed elegante, uno dei problemi sociali più dolorosi del dopoguerra americano.

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