Elvis, di Baz Luhrmann (2022)

di Nicole Cherubini

Luci abbaglianti, grattacieli, slot machines, ecco Las Vegas. E poi s’intravede l’inconfondibile sagoma camminare: come un Cristo pronto ad immolarsi per i suoi fedeli adoranti eccolo sul palco, con gli abiti sgargianti, gli anelli d’oro, l’inossidabile acconciatura. E’ lui, il solo. A 9 anni dal suo ultimo lungometraggio, Baz Luhrmann torna con un progetto barocco, sgargiante e straripante, rendendo omaggio all’indiscusso re del rock’n roll.

Ed è una partenza col botto, con una regia da otto volante che Luhrmann imbastisce il racconto di una vita incredibile, narrata però dall’”Imbonitore,” il deux ex machina responsabile del successo di Elvis. Ormai anziano, l’uomo racconta come, facendo da impresario a dei cantanti country, si sia imbattuto in un ragazzo particolare, con “la brillantina sui capelli e gli occhi truccati,”tanto timido quanto carismatico sul palco. Il film, in realtà, non è solo un biopic su Elvis ma sul particolare rapporto che legò il celebre cantante al “Colonnello Parker,” suo manager.

Come in ogni fiaba che si rispetti, prima di quel momento c’era un bambino come tanti: cresciuto in una famiglia disagiata nel Tennessee, sognava di diventare un supereroe e di riscattare i suoi cari. Ma  fu la vicinanza con i quartieri neri a fargli scoprire il suo vero potere: folgorato dalla dannazione del blues e dal misticismo del gospel, capì che nelle sue vene scorreva la black music. E le sue prime esibizioni, che mescolavano la musica country (di cui il Tennesse era la patria indiscussa) al rhytm’n blues, unite ai movimenti delle anche, mandarono il pubblico in visibilio. Che era nata una stella fu chiaro a tutti, e ancor più al “Colonnello,” che non indugiò a mettere sotto contratto Elvis, coinvolgendone anche la famiglia, per pilotarne quella che sarebbe stata una fulgida carriera.

Qui si svela la natura ibrida del biopic: da una parte vengono mostrate le esibizioni live, le folle adoranti, la fama crescente; dall’altra le pressioni fatte all’artista per “vendersi,”per adeguarsi ai gusti del pubblico e dei benpensanti, per mettere la propria faccia su qualsiasi gadget possibile. E’ evidente come il “Colonnello” coinvolga la famiglia dell’artista solo per poterlo controllare meglio, come utilizzi la stampa per esaltarne le qualità morali, sfruttando persino il lutto dell’adorata madre. Quello che Luhrmann mette in scena non è solo il rapporto tra Elvis ed il suo manager, ma il rapporto stesso tra artista e l’industria dell’intrattenimento; un rapporto che può essere tanto fruttuoso sul piano della fama e del guadagno, quanto coercitivo riguardo le scelte professionali e la vita privata.

Un altro aspetto molto interessante che Luhrmann mette in risalto è l’amore, sempre corrisposto, tra Elvis e la black music. Il film mostra quanto Elvis stimasse quella musica e ne stimasse gli artisti, cantanti e musicisti; e quanto cercasse di tornare, a quei locali fumosi, a quelle sonorità, quando in cerca di ispirazione, di genuinità.  Il suo pubblico bianco, infatti, da una parte lo idolatrava come un dio, ma dall’altra lo giudicava immorale; un promotore della musica e delle perversioni della gente nera. Luhrmann dipinge così un ritratto di un’America bigotta, specchio di quella contemporanea, capace di trasformare la musica in blasfemia da additare ai comizi sulla segregazione razziale. E mentre la parabola artistica e personale di Elvis va avanti, con concerti e film, il matrimonio con Priscilla, la nascita della figlia Lisa Marie, anche i tempi cambiano: arrivano gruppi più freschi, come i Beatles e i Rolling Stones, il reverendo King e J.F.Kennedy vengono assassinati…

Come in una roulette russa, la figura di Elvis diventa il paradigma dei tempi che cambiano e dell’uomo che non riesce a stare al passo: il pubblico preferisce musica nuova, il matrimonio perfetto va in frantumi, l’accumulo di debiti, un paese sempre più violento e razzista, in cui è difficile riconoscersi… Detto ciò, sarebbe riduttivo definire questo film “drammatico” o “spaccato della società americana;” molto semplicemente, Luhrmann è riuscito ad unire delle riflessioni molto contemporanee ad un film perfettamente nel suo stile: scintillante, pirotecnico, appassionante. Parlando dello stile, il regista è riuscito a bandire il ritratto calligrafico e a confezionare un classico prodotto hollywoodiano, con una regia dinamica, grandi interpreti, splendidi costumi e scenografie e, ovviamente, una colonna sonora degna di questo nome.

Dal grande lavoro preparatorio, che ha portato l’attore protagonista a studiare canto, ballo e chitarra e il regista a vivere a Graceland per più di un anno, è nato un film sì di intrattenimento ma anche commovente e “carnale,” soprattutto nel trasmettere l’incredibile carica erotica di Elvis sul palco, quella sorta di rapture che coglieva lui ed i suoi fan, al vederlo esibirsi. Molto evidente e apprezzabile è anche la cura messa nella ricostruzione degli interni, la cura per il trucco, il parrucco e gli abiti (confezionati da Prada), che permettono allo spettatore di calarsi davvero in un’altra epoca. Davvero sentita, generosa e coinvolgente l’interpretazione di Austin Butler (anche qui è nata una stella), che riesce a rendere sia la grandezza ed il carisma del performer, quanto la fragilità dell’uomo. Gli fa da contraltare, anche fisicamente, l’ambigua e avida figura del Colonnello (un Tom Hanks visibilmente invecchiato e appesantito): le sue responsabilità, riguardo alle problematiche finanziarie e di salute del suo assistito, non verranno mai del tutto chiarite.

I detrattori, pur lodando il film, hanno sottolineato come la biografia del cantante non sia stata rispettata appieno, o come la figura del Colonnello Parker sia stata “caricata” troppo negativamente…Al di là della difficoltà di condensare una vita tanto intensa nel tempo di un lungometraggio (l’autore avrebbe voluto una versione finale di 4 ore!), è piuttosto evidente che sono state scelte registiche, e che quella a cui abbiamo assistito altro non è che la versione di Luhrmann. Piaccia o meno, “Elvis” è la l’affermazione di un cinema strabiliante, coinvolgente, pensato per il buio della sala e che non conosce il binge watching.

Per concludere il suo omaggio ad un uomo che con la sua voce ha saputo farsi mito, il film si chiude con immagini di repertorio e con la voce del Re stesso.

Che dire? Il re è vivo. Viva il Re.

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