Il Cacciatore (The Deer Hunter), di Michael Cimino (1978)

di Alessandro Marzia

“Tu devi contare su un colpo solo, hai soltanto un colpo, il cervo non ha il fucile, deve essere preso con un colpo solo. Altrimenti non è leale”.

(Michael)

All’interno della cinematografia americana, numerose sono le pellicole che si sono poste come obbiettivo quello di raccontare la guerra del Vietnam, ma forse solo Michael Cimino con il suo “The Deer Hunter” (titolo italiano “Il Cacciatore”) riesce a restituire allo spettatore un’immagine così profondamente intima e dolorosa della devastazione psicologica ed emotiva di chi – caduto o reduce poco importa, qui – si era arruolato per la guerra in Vietnam convinto quella guerra fosse indispensabile per spostare “la frontiera più in là”, come aveva promesso il Presidente Kennedy. Una guerra per continuare a vivere l’illusione dell’eroe-soldato che liberava il mondo da tutto ciò che non era sotto la zona di influenza ‘a stelle e strisce’, quasi.

E non è un caso che i protagonisti del film siano tre giovani immigrati, per i quali appartenere e vivere il già sbiadito ‘sogno americano’ diventa elemento indispensabile per la ricerca e definizione della stessa propria identità.

Ma la caccia al cervo che dà il titolo alla pellicola e il rispetto per il ‘nemico’ che deve avere una possibilità di salvarsi da quel colpo, uno solo, che il cacciatore dovrebbe lealmente sparare, per estensione e per drammatica ironia della sorte, in Vietnam diventa una caccia all’uomo in cui lealtà e codice d’onore non avranno più alcun senso.

Film controverso, Il Cacciatore, che una certa stampa americana – con a capo Peter Arnett – accusò di mistificazione (“The bloody lie”), razzismo e addirittura fascismo. Ci fu chi, come Harold Visotsky, invece, definì The Deer Hunter e Coming Home di Hal Ashby “la versione hollywoodiana del Processo di Norimberga” e sostenne che la cultura popolare stava assumendo su di sé la responsabilità morale che politici e militari avevano accuratamente evitato. In un’intervista al New York Times, Michael Cimino negò categoricamente che il film fosse sulla guerra del Vietnam. “The war is really incidental to the development of the characters and their story. It’s a part of their lives and just that, nothing more”. Ma la polemica non si placò e ancora oggi la pellicola incontra pareri fortemente contrastanti soprattutto in merito all’onestà intellettuale di Cimino e alla fedeltà della ricostruzione storica.

La grandezza del regista italo-americano – che scrive e dirige il film – oltre che nella descrizione minuziosa dei personaggi, che risente della grandiosa lezione di John Ford, sta anche nella capacità di trattare un tema così delicato, una ferita ancora aperta per la società americana (siamo nel ‘78) senza quasi mai ricorrere a scene apocalittiche sul campo di battaglia, ambientando due delle tre ore effettive del film nell’anonima cittadina di Clairton. L’uscita del film accese un dibattito che travalicò i confini cinematografici e che trasse la sua forza dalla trattazione altamente raffinata che Cimino aveva fatto dell’argomento: metafora, realismo, autenticità, licenza artistica, ironia, punto di vista. E quindi, sei anni dopo che le ultime truppe da combattimento statunitensi avevano lasciato il Vietnam e quattro anni dopo la caduta di Saigon in mano ai nord vietnamiti, l’America dovette affrontare ancora il tema della moralità di quella guerra attraverso una discussione sull’estetica e l’etica ‘giuste’ per creare una ‘memoria culturale collettiva’.

Si può dire che la struttura narrativa del film sia tripartita e ogni ‘atto’ di questa tragedia finisca con una scena indimenticabile. Il film ha un protagonista, Mike (magistralmente interpretato da Robert de Niro, che in seguito raccontò come Il Cacciatore fosse stato il film più emotivamente coinvolgente da lui interpretato), il ‘regista’ interno alla storia, duro con se stesso e con gli altri, sempre in controllo di ogni emozione per il bene dei suoi amici prima che di se stesso. Nonostante l’ottima prova di Jon Voight in Coming Home, si fatica a immaginare quali motivi abbiano spinto l’Academy a non dare l’Oscar a De Niro per la sua interpretazione pazzesca in questo film. Per il resto, la narrazione suggerisce una certa coralità del racconto, con tutti i protagonisti sullo stesso piano, come si evince dalla predilezione di Cimino per la presenza di più personaggi in scena contemporaneamente.

La prima parte si apre proprio sui protagonisti, operai di un’acciaieria in quella anonima e fredda cittadina della Pennysilvania, dominata dalle ciminiere che ne definiscono contorni e ne influenzano umori e personalità. I nostri trascorrono serenamente le giornate tra risa e bevute al bar della zona. Mike è in procinto di partire per il Vietnam insieme ai suoi amici: Nick, un gigantesco Christofer Walken (Oscar come migliore attore non protagonista) e Steven, un giovane e già perfetto John Savage. Alla lunga sequenza del matrimonio di Steven e Angela, in cui si stabiliscono le relazioni tra i personaggi e in cui si respira la tensione sottile che precede la partenza per la guerra (simboliche le due gocce di vino rosso che macchiano il vestito da sposa di Angela, foriero di oscuri presagi), segue quella – più breve ma più intensa – della caccia al cervo. Questo rappresenta per i protagonisti un momento di unione e fratellanza. E questo primo ‘momento’ del film si conclude con un amico che suona Chopin al pianoforte tra la commozione e l’ansia malcelata dei protagonisti.

La seconda parte è dedicata alla descrizione dell’inferno della guerra: la giungla, le fiamme e il fumo, il rombo degli elicottori e il crepitio delle armi automatiche. Le devastanti esperienze al fronte traumatizzeranno i personaggi, cambiandoli per sempre. Questo atto si conclude con la cattura dei tre amici da parte dei vietcong e le torture inflitte loro dal ‘nemico’. Cimino dimostra qui le sue incredibili abilità narrative: non si serve di sontuose e spettacolari scene di guerra, distruttive esplosioni e tragiche morti di massa (seppur in piccola parte presenti). Piuttosto, la sensazione di caldo asfissiante, l’incomunicabilità, la solitudine, il senso di abbandono sono palpabili, in tutto questo secondo movimento. Il gioco della roulette russa veicola momenti di terrore puro e funziona come una sineddoche del film. Con questa scelta indimenticabile, drammatica e realistica, il cineasta ha voluto rappresentare l’impermanenza della vita, l’aleatorietà dell’esistenza umana mentre contemporaneamente offriva al mondo la metafora del suicidio di una Nazione.

La terza parte è di nuovo ambientata a Clairton, in un percorso circolare che si chiude lì dove tutto è iniziato, nella cittadina anonima di un Paese che non riesce a scendere a compromessi con i propri errori. Questo è il momento più intimista e struggente del film. Il reducismo con la sua portata di alienazione e straniamento risucchia le vite di chi riesce a tornare in patria e trascina con sé chi era a casa ad aspettare. Mike riuscirà a far tornare a casa Steven, o quello che resta di lui; ma inutile sarà il suo tentativo di salvare Nick in un viaggio a ritroso nell’incubo polveroso e delirante di una Saigon devastata – la scena clou del film, una delle più belle della Storia del Cinema, è la sconvolgente e fatale scena della roulette russa nei sobborghi della capitale nordvietnamita – e altrettanto vano il tentativo di amare Meryl Streep (che era la fidanzata di Nick). Sempre in disparte, osservatore esterno del mondo di cui era protagonista prima della guerra, Mike non riesce a ricomporre i pezzi della sua vita. Impossibile tornare alla normalità, ai vecchi discorsi, alle chiacchiere da bar, alla caccia, quando fantasmi e nubi minacciose sconvolgono l’anima e la lacerano senza sosta.

Michael: Ricordi gli alberi? Ti ricordi come sono diversi gli alberi? Te lo ricordi? Te lo ricordi, eh? Le montagne… Ti ricordi le montagne?
Nick: Un colpo solo?
Michael: Un colpo solo, un colpo solo!

Avrebbe voluto mantenere la promessa all’amico, Mike, quella di non lasciarlo mai lì; avrebbe voluto poter a sparare a quel cervo, avrebbe voluto vivereMa “A Nick!” , un Brindisi, è quello che resta della storia di un’amicizia profondissima e la frase che conclude il film. Un brindisi all’amico morto, a tutti i soldati caduti – da ogni parte – e a un’intera generazione spazzata via da una guerra inutile e assurda. E quel ‘God bless America’, cantato sommessamente sul finale da chi è sopravvissuto, in un modo o nell’altro, porta con sé tutta la tragica ironia e lo sgomento della consapevolezza di una sconfitta senza appello dell’umanità tutta.

Le accuse di aver mostrato i Vietcong come i soli colpevoli, mostri crudeli all’interno della pellicola e di aver completamente escluso gli afroamericani per esempio – pur presenti in numero ingente nella guerra del Vietnam – non toglie nulla alla universalità del messaggio antimilitarista del film, a parer di chi scrive.

Un film straordinario, decisamente. Nonostante la spettacolarizzazione della guerra non ne sia minimamente l’obbiettivo, la pellicola regala allo spettatore delle atmosfere memorabili anche grazie alla splendida fotografia di Vilmos Zsigmond. Prime fra tutte sono proprio le scene della caccia al cervo, in cui l’ambientazione, per quanto naturale e rupestre, sembra conferire una certa sacralità ascetica al luogo e al rito, quasi come un momento in cui fare i conti con il proprio io e la propria umanità.

La durata del film è di tre ore circa, dunque, ma quella percepita è forse di appena venti minuti. Questo anche grazie all’ impeccabile lavoro al montaggio di Peter Zinner, anch’egli vincitore dell’ Oscar. La straordinaria dinamicità del suo montaggio è anche in grado di generare atmosfere di attesa memorabili, soffermandosi ed assumendo un tono più riflessivo e intenso che si sposa perfettamente con i movimenti di macchina del maestro Michael Cimino.

Menzione speciale va fatta anche per le interpretazioni di una giovane Meryl Streep e di un assai credibile John Cazale, nei ruoli di Linda e Stosh. L’interpretazione di Linda, fragile e affascinante ragazza russo-americana, lancerà definitivamente la Streep verso un successo planetario. John Cazale, invece, ci regala per l’ultima volta uno dei suoi personaggi tanto odiosi e malinconici quanto simpatici e impacciati, vestendo i panni di Stosh.

L’attore morì di cancro ai polmoni verso la fine delle riprese e dunque non vide mai l’opera completa. Eppure, con soli cinque film, verrà consacrato come uno degli attori americani più interessanti e talentuosi di sempre.

“The deer hunter” di Michael Cimino è un’opera straordinaria, capace di far ridere lo spettatore tra le bevute al bar e le partite a biliardo di un gruppo di giovani della working class di un’America in affanno, disorientata e per la prima volta spaventata e fragile; il film riesce a traumatizzare lo spettatore e, al contempo, a farlo emozionare profondamente. Straordinaria la colonna sonora di Stanley Myers che sottolinea tutti i momenti del film creando dissonanze cognitive strepitose.

Ancora una volta gli Usa producono un film che attacca la loro stessa cultura imperialista e colonialista, pur accarezzandone la narrazione e la suggestione, in qualche modo. Paradossalmente “Il cacciatore”, nel momento stesso in cui sembra cadere nella trappola auto celebrativa del ‘Buoni contro i Cattivi’, del ‘God bless America’ e del ‘paese in cui tutti si sentono a casa’, accusa senza mezzi termini le sconsiderate politiche guerrafondaie degli Stati Unii. Il film – disse Cimino – “Non è un film sulla Guerra del Vietnam”. Forse è così, non è un film sulla Guerra del Vietnam, ma di certo lo è su quel Vietnam che continua a corrodere dall’interno, a sconvolgere e a stravolgere le vite di una intera generazione di giovani americani, quelli per cui il tornare a casa era stato solo il risultato di un giro fortunato alla roulette russa.

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