Lotta continua, documentario di Tony Saccucci (2022)

di Bruno Ciccaglione

Disponibile in anteprima su Raiplay dopo la sua presentazione al Torino Film Festival, prima della messa in onda prevista per la prima serata del 13 gennaio 2023 su Rai3, il documentario di Tony Saccucci ricostruisce la storia del movimento politico Lotta Continua dalle sue origini e fino allo scioglimento in modo equilibrato e accurato, pur con qualche limite, nel chiaro tentativo di parlare alle giovani generazioni.

Una foto d’epoca di Adriano Sofri

Il racconto dall’interno della esperienza politica di Lotta Continua si realizza attraverso le voci di una decina di testimoni: Donatella Barazzetti, Marco Boato, Erri De Luca, Vincenzo Di Calogero, Vicky Franzinetti, Gad Lerner, Paolo Liguori, Cesare Moreno, Giampiero Mughini, Andrea Papaleo, Marino Sinibaldi. Ciascuno degli intervistati rilegge quell’esperienza giovanile a modo proprio, in uno spettro ricco e articolato di atteggiamenti, che va dalla rivendicazione piena e integrale di Erri De Luca alla netta presa di distanza di Giampiero Mughini.

Erri De Luca

Se di Lotta Continua si è parlato spesso perché dall’appartenenza a quel movimento sono venuti fuori molti personaggi delle classi dirigenti degli anni successivi, in una parabola che alcuni considerano ascendente e altri discendente, l’interesse che il racconto suscita è legato non tanto e non solo alla specificità di uno fra i vari movimenti che si sviluppano alla fine degli anni ’60 del ‘900 in Italia, ma soprattutto alla descrizione di una stagione in cui in tutto il mondo i giovani esprimevano una posizione radicale e anti-sistema – il sogno di fare la rivoluzione. Le testimonianze ci portano infatti soprattutto alla scoperta di un contesto storico che sotto molti aspetti non potrebbe apparire più distante da quello attuale.

Se anche oggi la grande domanda di cambiamento dei giovani è globale (dai Fridays for future alle proteste in Iran) e dunque anche i ragazzi di oggi vogliono “fare la rivoluzione”, il documentario illustra bene come forse la maggior differenza tra la fine degli anni sessanta e la nostra epoca sia il senso di appartenenza a un movimento collettivo di allora, rispetto all’individualismo in cui la società di oggi sembra rinchiuderci.

Gli inizi di Lotta Continua, a fianco delle lotte operaie alla Fiat di Torino

Ad accomunare invece i giovani di ieri e quelli di oggi, si sarebbe tentati di dire, è la crisi delle forme di partecipazione politica, tanto che la ribellione inizia innanzitutto contro i partiti della politica tradizionale (Sofri che sfida Togliatti accusandolo di “non aver fatto la rivoluzione”, come si vede nella serie). Non c’è spazio, nella politica e nelle istituzioni, per la domanda di cambiamento e le istanze di una generazione che domanda più diritti e più potere.

La ricerca di nuove forme di partecipazione non ha certamente trovato una risposta allora (fallimentare il tentativo elettorale di entrare nelle istituzioni, tragica la scelta di quanti sceglieranno in seguito la lotta armata) e non le trova neppure oggi, con un sistema politico e istituzionale ancora meno aperto di quello di allora. E questo nonostante molte delle domande libertarie e progressiste degli anni ’60 abbiano trovato – pur faticosamente e a volte contraddittoriamente – cittadinanza.

Se c’è un limite, nell’approccio molto centrato sul versante umano e meno su quello politico del racconto della serie, è nel fatto che racconta troppo poco come quella spinta radicale e di massa abbia prodotto, oltre alle degenerazioni della lotta armata, anche una serie di riforme fondamentali (statuto dei lavoratori, divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia ecc.). Per questo suona un po’ eccessiva l’affermazione di Vicky Franzinetti sul fatto che chi viene sconfitto lascia un debito alle generazioni successive. La sconfitta di Lotta Continua avviene all’interno di una sconfitta più ampia di un movimento che era molto più grande e più vario della singola esperienza protagonista della serie.

Dalle origini del rapporto tra studenti e operai attorno alla Fiat di Torino agli snodi cruciali della strage di Piazza Fontana, dalla morte di Pinelli alla campagna contro il commissario Calabresi e poi alla sua uccisione – che molti anni dopo porterà alla molto discussa condanna del leader di Lotta Continua Sofri – e fino alla dirompente esplosione del femminismo, che scuote anche dall’interno l’organizzazione.

La storia di Lotta Continua si intreccia con quella dell’Italia nell’arco di un decennio decisivo e la serie lo racconta bene. Ciascuno dei testimoni fa i conti con quella storia a modo proprio: l’intensità di quella esperienza umana è stata capace, pure a cinquanta anni di distanza, di creare amicizie indissolubili, pur nelle ormai evidenti divergenze di visione politica, come dice Paolo Liguori, ma anche rancori e fratture insanabili, come pare evidente ascoltando Giampiero Mughini.

Giampiero Mughini

Pur mancante del racconto del leader storico Sofri, che compare soltanto attraverso immagini e interviste di repertorio, il racconto appare ricco e plurale. Lo scioglimento di Lotta Continua, che verrà decretato dal congresso di Rimini del novembre 1976, chiude una fase non solo per questa organizzazione. Le spinte che scuotono Lotta Continua sono diverse: molti sceglieranno di attribuire allo scontro di genere la spinta fondamentale verso lo scioglimento – le donne che accusano LC di essere una organizzazione maschilista, dominata da uomini che “non sanno neppure fare l’amore”. Una lettura che fa contenti tutti, da Mughini che se la ride per il machismo sbeffeggiato dei suoi ex compagni, allo stesso Sofri che preferì che l’attenzione fosse centrata su quello anziché sulla questione forse più di fondo di una rivoluzione non realizzata.

“Falla tu la rivoluzione!”, aveva risposto Togliatti al giovane Sofri che in un’aula universitaria, agli albori di Lotta Continua, si proponeva di fare ciò che il PCI non aveva voluto/potuto fare. Ma poi egli stesso non era riuscito a fare quanto si proponeva sfidando “il migliore”. Anzi, a Rimini Sofri e il gruppo dirigente devono fronteggiare e non possono che stoppare decisamente il tentativo, esplicitato da una fazione consistente, di “alzare il livello dello scontro” e passare alla lotta armata (molto acuta la riflessione di Boato nell’ultimo episodio della serie su questo punto). Ciascuno prenderà di lì la propria strada, allontanandosi in modo più o meno esplicito e definitivo da quella esperienza, ma prevalentemente continuando a considerarla fondamentale della propria formazione.

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