Intrigo internazionale, di Alfred Hitchcock (Usa/1959)

di Girolamo Di Noto

Dinanzi a un capolavoro come Intrigo internazionale si fa fatica a trovare le parole adatte che aiutino a descriverlo. Originale, brillante, sorprendente: il film è prima di tutto una lezione di stile, una storia raccontata con straordinaria maestria, capace di rendere efficace un pensiero attraverso la potenza delle immagini e dei suoni, abile nel riuscire a legare scene macabre con quelle da commedia, usando così la forza dell’ironia per smorzare la tensione.

Il consueto cammeo di Hitchcock, all’inizio del film

Nel film è espressa l’angoscia, ma tutto poi viene riscattato da una grande fantasia, da quella forza che ha il cinema, come diceva Fellini, “di rivaleggiare, di superare l’aspetto stregonesco della realtà”. Nella creazione dell’intreccio di questa spy-story, Hitchcock piuttosto che servirsi dei dossier del Kgb o della Cia, preferisce ispirarsi agli archetipi della commedia, alla struttura della fiaba e soprattutto ad uno humour che spiazza, fa sorridere lo spettatore anche nei momenti di maggiore tensione.

Un innocuo appuntamento per l’aperitivo al bar dell’hotel Plaza trasforma casualmente Roger Thornhill (Cary Grant), agente pubblicitario newyorchese, nel protagonista involontario d’una rocambolesca vicenda di spionaggio. Scambiato per il signor Kaplan e portato a forza nella villa di un sedicente Mr Townsend, Roger rischia la vita perché non dà ai suoi rapitori le informazioni che chiedono. Da qui un susseguirsi di avventure, colpi di scena, pericoli sventati in extremis che porteranno il nostro eroe ad essere inseguito e inseguitore, a cercare la verità e ad essere sospettato di un omicidio, fino a quando incontrerà una bella donna, l’avvenente Eva Kendall (Eva Marie Saint)…

In un’intervista rilasciata nel 1965 a Peter Bogdanovich, Hitchcock affermava che tutto il film era contenuto nel titolo. Tralasciando quello italiano che resta ancorato a quello che è il significato più plausibile di una storia alquanto complessa, ordita da losche e spregiudicate figure, il titolo originale North by Northwest è da subito presente negli stupendi titoli di testa che si incrociano in direzione Nord- Nord Ovest riflessi sugli specchi del Palazzo dell’Onu di New York.

Da Nord a Nord- Ovest vaga il protagonista di Intrigo internazionale, itinerario insensato e, in realtà, senza una direzione precisa, se pensiamo che l’espressione “North by Northwest” non è contemplata dalla terminologia nautica anglosassone. Sulla bussola questa direzione non esiste e Hitchcock lo sa bene e, sotto questo punto di vista, sposa l’idea di cinema di Fellini poiché nella realizzazione di un film dava molto spazio alla libertà dell’astrazione, al libero impiego della fantasia e al disprezzo per la verosimiglianza.

North by Northwest evoca inoltre un’espressione che Amleto utilizza in un dialogo con Rosencratz e Guilderstern. “Io sono pazzo solo quando spicca il vento Nord- Nord-Ovest”. È dunque anche la direzione in cui soffia il vento della pazzia, un vento che tramortisce Roger (Cary Grant), braccato e inseguito non solo da spie e poliziotti, ma anche da personaggi inesistenti, una donna tanto ambigua quanto seducente, una madre ingombrante.

Roger è un eroe che, come si suol dire, perde la bussola: vaga alla ricerca del suo doppio, è coinvolto, suo malgrado, in uno scambio di persona, sale in continuazione su mezzi di trasporto, sembra avere tutto il mondo contro, completamente esposto e vulnerabile, come nella celeberrima scena dell’agguato nelle desolate lande americane in cui viene aggredito da un biplano che gli volteggia sul capo.

Protagonista del film è un uomo alla ricerca della propria identità. Identità che l’uomo perde con l’equivoco dello scambio di persona che finirà coll’innescare altri equivoci e giochi di apparenze: se Thornhill inizialmente tenta invano di convincere i rapitori dell’errore, nel prosieguo del film, il desiderio del protagonista di incontrare George Kaplan, il suo doppio, lo porterà ad assumere un comportamento alquanto bizzarro.

Significativa è la scena in cui Roger si introduce nella camera di George Kaplan e lascia che il personale dell’albergo si rivolga a lui con questo nome e giunge addirittura a provarsi i suoi vestiti. Il personaggio di Roger nasconde dietro la sua apparente esuberanza qualcosa di sé che è incompleto, non realizzato. Ha due divorzi alle spalle, vive ancora con la madre e quando, in una scena, deve comunicare la composizione del suo nucleo familiare, nella lista inserisce “una segretaria, una madre, due ex mogli e alcuni baristi”, sottolineando ironicamente la desolazione della sua vita affettiva.

La scena però più eloquente che risalta la fragile identità del protagonista, Hitchcock la inserisce in un luogo da lui molto amato, il treno: qui Roger, per accendere la sigaretta di Eva, le porge una bustina di fiammiferi con stampate le iniziali R.O.T. Quando lei, incuriosita, vuole conoscere il significato della O che separa l’iniziale del nome da quella del cognome, lui le risponde che non significa nulla. Lo zero conficcato nel nome sembra quindi un marchio che lo contraddistingue, oppure potrebbe significare “marciume” se venisse letto come Rot.

In un modo o in un altro, Roger ha un’identità disfatta e per ritrovarsi, per salvarsi, dovrà armarsi di coraggio e sfrontatezza, forza fisica, rapidità di intuizione e tanta, tanta fortuna. Ma soprattutto dovrà disfarsi di quell’ingenuità che potrebbe fargli credere che una bella donna possa gettarsi tra le sue braccia senza avere in cambio qualcosa.

Eva Kendall è una delle numerose eroine hitchochiane abituate a prendere l’iniziativa per prime nel corteggiamento. Nelle famose sequenze ambientate sul treno per Chicago, così cariche di doppi sensi erotici, dall’entrata in galleria del mezzo di trasporto fino all’accensione della sigaretta, vista da molti un gesto che arriva quasi a mimare una fellatio, la donna abborda Roger, lo seduce e lo invita senza troppi convenevoli nel suo scompartimento – “La notte sarà lunga, e il libro che ho iniziato a leggere non mi piace particolarmente…”

Se l’identità di Roger è instabile, quella di Eva è ridefinita nel corso del film, dapprima single, disegnatrice di moda, poi amante di Vandamm (James Mason) e spia nemica, agente della Cia, infine Mrs Thornhill. Ambedue sono abili ad usare le parole, le loro professioni, pur essendo diverse, hanno una cosa in comune: la manipolazione e la menzogna.

Da New York al Monte Rushmore i due vivranno una serie di avventure strabilianti, saranno consapevoli che niente è mai come appare e soprattutto nella scena finale, “la più impertinente che abbia mai girato”, come confesserà Hitchcock, quella che li vede protagonisti di un’epica arrampicata sui ritratti dei presidenti americani scolpiti sulle rocce del Monte Rushmore, ci restituiranno un’immagine fragile e rimpicciolita della figura umana: le fattezze bene auguranti dei presidenti degli Stati Uniti si trasformano in insidie per i due fuggiaschi che sembrano sul punto di perdersi, annichiliti da oscure trame che li sovrastano fino a quando non interverrà la magia del cinema a rimettere a posto le cose.

Intrigo internazionale diverte ed emoziona ancora oggi perché è una spy-story con dialoghi esilaranti, ha toni da commedia che non hanno nulla da invidiare a quelli di Hawks, è un thriller avvincente, ma soprattutto resta indimenticabile per quei sette minuti senza dialogo che precedono l’attacco a Roger, solo in mezzo alla prateria, da parte di un biplano: una lezione di suspense inarrivabile, dove vengono ribaltati tutti i cliché della paura. Niente buio, vicoli ciechi, ombre, ma immensi spazi, nessun appiglio e tanto sole. E un uomo innocente incastrato in un complotto più grande di lui.

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