Monsieur Verdoux, di Charlie Chaplin (1947)

di Bruno Ciccaglione

La locandina originale di Monsieur Verdoux ci offre subito le coordinate per avvicinarci a questo film che per molti aspetti segna una frattura nella carriera di Chaplin. Lo slogan principale recita: “Chaplin cambia! Puoi farlo anche tu?”. La storia del “moderno Barbablù” viene presentata come ricca di “Risate isteriche!”, “Struggente romanticismo” e sostanzialmente come un “Dramma scioccante”.

La locandina originale del film

Gli elementi di novità sono molti. Innanzitutto Chaplin qui abbandona in modo netto e definitivo il personaggio che è stato il protagonista di tutta la prima fase della sua carriera, il vagabondo Charlot. Nel film precedente, Il grande dittatore (1940), il barbiere ebreo sosia del grande dittatore e protagonista del film è chiaramente una diretta emanazione dello Charlot dei film precedenti. In Monsieur Verdoux, invece, il protagonista che Chaplin interpreta non potrebbe essere più distante dal vagabondo.

L’altro elemento formale di grande rottura è che anche se Il grande dittatore nel finale si affidava al lungo discorso del barbiere  che ha preso il posto del dittatore, per lanciare al mondo il suo messaggio di amore universale, di pace e di fratellanza, è soltanto con questo film che Chaplin sfrutta davvero tutto il potenziale del cinema sonoro, dimostrandone una piena padronanza.

Infine, ovviamente, l’elemento più dirompente del film, realizzato dopo sette anni dal precedente e nell’immediato dopoguerra, riguarda i contenuti, chiaramente influenzati dallo sgomento provocato dagli orrori della guerra, sia da quelli che emergevano sempre più nitidamente riguardo alla Shoah, che dall’impatto provocato dalle due bombe atomiche lanciate dagli USA in Giappone nell’estate del 1945.

Era inevitabile che Chaplin, che aveva da tempo abbandonato una idea di cinema di puro intrattenimento comico, si concentrasse sulla catastrofe umanitaria che la seconda guerra mondiale aveva provocato. In Tempi moderni (1936) Chaplin aveva speso tutta la sua sensibilità artistica per raccontare la grande depressione degli anni ’30 che si era abbattuta sulla società fordista, dominata dalla meccanizzazione e dall’alienazione del lavoro in fabbrica. Con Il Grande dittatore aveva denunciato i populismi e le dittature che stavano per precipitare l’umanità nell’abisso di una seconda guerra mondiale. Con Monsieur Verdoux lo sguardo non può che essere permeato da un pessimismo che è quasi fatalista, sia pur attraverso le corde di una commedia a tratti esilarante, ma che è pur sempre una commedia degli orrori.

La storia portata sullo schermo è ispirata alle vicende reali di Henri Landru, pluriomicida francese accusato di aver sposato e ucciso un numero imprecisato di donne per appropriarsi dei loro patrimoni nel periodo successivo alla prima guerra mondiale e che sarà poi ghigliottinato a seguito della condanna, in un caso che fece scalpore (ne fa cenno Proust nel quinto volume della Recherche, quando ancora si dibatteva della eventuale grazia da concedere a Landru, ne cita il caso giudiziario Simenon in L’uomo che amava guardare i treni, ne accennerà poi Queneau nel libro Gli ultimi giorni).

Henri Landru durante il suo processo

L’idea di un film basato su questa vicenda viene attribuita dai titoli di testa ad Orson Welles, che venne accreditato a seguito di un accordo fra Chaplin e Welles, sulla cui veridicità però ciascuno dei due ha dato versioni diverse. Welles raccontò di aver in realtà scritto e consegnato a Chaplin una prima stesura della sceneggiatura, perché voleva che Chaplin interpretasse Verdoux in un film che però avrebbe diretto lui. A detta di Welles Chaplin alla fine aveva rifiutato, nella convinzione – deplorata da Welles – di poter recitare come attore soltanto in un film di cui egli stesso fosse il regista.

Orson Welles e Charlie Chaplin

Chaplin invece raccontò che Welles ebbe soltanto l’idea e che in nessun modo contribuì alla sceneggiatura. Sarebbe completamente sua, soprattutto, l’idea di trasformare il film in una commedia dal registro brillante, che egli sentiva più consona alle proprie corde e che non apparteneva al progetto originario di Welles.

Resta il rammarico di non aver visto Chaplin diretto da Welles. Peraltro si trattava di due personalità chiaramente controverse nella realtà degli Stati Uniti dell’epoca. Welles, già reduce dallo scontro con l’impero massmediatico di William Hearst dall’uscita di Quarto Potere, era già in aperta polemica con Hollywood e il suo establishment, in una lotta che durerà per tutta la sua carriera. Chaplin invece, a causa delle sue frequentazioni (da Bertolt Brecht a Hanns Eisler, che Chaplin difese ostentatamente anche quando fu messo sotto accusa) e anche a causa di diverse dichiarazioni pubbliche, è già sotto i riflettori della Commissione d’inchiesta sulle attività antiamericane, perché sospettato di simpatie comuniste.

È lecito supporre che una collaborazione tra Welles e Chaplin, due non allineati nell’occhio del ciclone dei media, non fosse esattamente una cosa facile in un’epoca in cui esprimere un qualche dissenso poteva costare molto caro, anche se è probabile che i due ego fossero comunque troppo grandi per stare assieme sullo stesso set. In ogni caso è certo che il film Monsieur Verdoux e la sua accoglienza segnarono per Chaplin una tappa importante di quella rottura che si consumerà qualche anno dopo, in piena caccia alle streghe e che lo costringerà a lasciare gli Stati Uniti.

Oggi siamo fin troppo abituati a vedere sullo schermo raccontate le vicende di un serial killer, ma nel 1947 non si utilizzava neppure questa espressione (mass killer, dice Verdoux nel finale). La particolarità del personaggio di Chaplin è la sua assoluta appartenenza alla piccola borghesia impiegatizia e il fatto che compia i suoi crimini con la medesima attitudine con cui si dedica al proprio lavoro, senza scomporsi, con metodo e intelligenza. Non si tratta né di un pazzo, né di un sadico: è proprio uno di noi a dedicarsi, nel corso di una esistenza ordinaria e normale, agli omicidi, ma lo fa solo per “affari”, come dichiara nel finale poco prima di salire al patibolo.

Il film si apre con l’immagine della tomba del protagonista e sulla lapide leggiamo che la sua morte risale al 1937. L’artificio narrativo è quello del protagonista che racconta la propria storia dall’aldila: la voce è fuoricampo e sin dall’inizio chiarisce come dopo la grande depressione, avendo perso il lavoro, per mantenere la famiglia Verdoux si sia dedicato a “liquidare membri dell’altro sesso”. Il tono è formale e gentile.

Sin dalla prima apparizione del personaggio nel film, che con perizia si occupa di potare le rose nel giardino, al suo fare elegante e rilassato si contrappone, già minacciosamente evocativo, il fumo nero che esce dal forno nel giardino, in cui – intuiamo – sta bruciando il corpo di una delle sue molte vittime. È un uomo mite quello che poi vedremo deplorare la violenza nell’educazione del figlio e che accudisce con affetto la moglie invalida, la cui malattia è evidentemente fonte di spese che richiedono un’attività capace di generare guadagni sempre consistenti…

Ci vuole un inguaribile ottimismo, suggerisce sarcasticamente la voce di Verdoux all’inizio del film, per intraprendere un’attività da Barbablù. E questo non soltanto perché prima o poi si viene scoperti, ma perché l’attività imprenditoriale in cui ha scelto di impegnarsi è ben poco lucrativa, faticosa e rischiosa. Nella nostra epoca, suggerisce Chaplin, Verdoux è un dilettante, a confronto dei capi di stato o dei grandi capitani d’industria che sono pronti a mettere in conto o a provocare direttamente lo sterminio di milioni di vite.

E in effetti il film giunge a vette di grande comicità, sia pure macabra, proprio nel mostrare le peripezie con cui Verdoux si cimenta per stare al passo della crisi economica e procacciarsi crescenti somme di denaro. I suoi tentativi di trovare nuove vittime si fanno affannosi, grotteschi, ridicoli. Se all’inizio del film i suoi delitti vanno “a buon fine” – eccezionale la scena in cui l’uccisione della moglie viene raccontata soltanto fuoricampo attraverso la colonna sonora che ce la “mostra” dopo che lui è uscito di scena entrando nella camera da letto – man mano che il film procede i suoi tentativi si fanno maldestri.

Non ci sono zone franche, in questa società. La famiglia, il focolare domestico degli affetti, ad esempio, non ha nulla di idilliaco: si pensi alla famiglia Couvais, che a inizio film vediamo riunita nel salotto tra insulti e reciproche insofferenze, che si preoccupa della sorte della propria familiare solo perché ha scoperto che lei ha ritirato tutti i suoi risparmi dalla banca; o alla famiglia stessa di Verdoux, che egli prova a isolare dal mondo crudele che la circonda, ma il cui benessere è sostenibile solo attraverso il crimine; o si pensi alla storia della giovane uscita dal carcere, la cui storia trova un lieto fine attraverso il matrimonio – quindi apparentemente attraverso una funzione salvifica del rapporto familiare – ma che scopriamo essere avvenuto con un grosso industriale dell’industria delle armi: “ci aspettiamo dei grossi dividendi”, rivela entusiasta la giovane a Verdoux.

L’uccidere è parte della normalità di questo mondo, di questa società. E se nel film la vicenda si svolge negli anni ’30, le dichiarazioni di Verdoux al tribunale che lo condanna a morte sono chiaramente ispirate da quanto è appena avvenuto con la seconda guerra mondiale. Che cos’è una società che dedica le sue più grandi risorse e intelligenze, così come le più sofisticate ricerche scientifiche, alla produzione di armamenti sempre più sofisticati e capaci di carneficine sempre più grandi, che non risparmiano nessuno? “As a mass killer I am an amateur” (come omicida di massa sono un dilettante) dice alla fine del suo processo.

Il finale del film è se possibile ancora più cupo e pessimista. Da un lato c’è il chiaro distacco con cui la sola idea di Dio viene affrontata da Verdoux/Chaplin quando gli viene offerto il presunto conforto di un prete prima dell’esecuzione (una cosa che farà imbestialire la critica americana). E poi c’è la scena finale, in cui Verdoux si avvicina alla ghigliottina: la sua camminata evoca chiaramente la fisicità e la postura dello Charlot di tante scene che indelebili si affacciano alla memoria dello spettatore; il movimento è analogo a quello con cui il vagabondo si incamminava verso un orizzonte di speranza, ma qui l’uomo si dirige verso il patibolo.

Chaplin considererà questo come il suo miglior film. Forse ve ne sono altri di più belli, ma questo resta probabilmente il più sorprendente e amaro.

Il film è disponibile su RaiPlay.

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