American Crime Story (2016-2021), serie ideata da Scott Alexander e Larry Karaszwerski

Sono ben poche le serie che riescono come American Crime Story a tracciare uno spaccato degli Stati Uniti d’America degli ultimi decenni fornendo al pubblico, soprattutto quello non americano, una chiave di lettura per comprendere meglio le dinamiche che animano e turbano la società a stelle e strisce.

Pur senza avere la pretesa di ridurre la storia contemporanea degli USA ad una storia criminale, il racconto di tre vicende di cronaca nera che hanno clamorosamente invaso i media nazionali e internazionali, a ciascuna delle quali è dedicata una stagione con cast e autori differenti, ognuna con un livello qualitativo ben oltre la media sia per accuratezza nella ricostruzione che per qualità della realizzazione spettacolare, si rivela uno spettacolo di intrattenimento notevole, ma anche una guida a comprendere meglio ciò che avviene nel paese che guida e domina il capitalismo mondiale.

Già la scelta dei tre casi di cronaca che le tre stagioni mettono in scena è indicativa di tre temi cruciali del dibattito culturale statunitense e delle contraddizioni che hanno turbato e turbano la società degli USA.

La prima stagione – Il caso O.J. Simpson (2016) – è il pretesto per raccontare lo stato delle relazioni tra bianchi e neri all’indomani della rivolta nera che travolse Los Angeles nel 1992, a seguito dell’assoluzione dei poliziotti che avevano brutalmente pestato Rodney King.

La seconda stagione – L’assassinio di Gianni Versace (2018) – attraverso il racconto della serie di delitti del giovane serial killer che ucciderà a Miami lo stilista italiano, svela l’ignoranza, gli errori e i pregiudizi che persistono nella società e tra gli investigatori riguardo al mondo degli omosessuali e della comunità LGBTQ+.

Impeachment (2021), dedicata allo scandalo sessuale che coinvolse il Presidente Clinton e Monica Lewinski, offre un quadro impressionante da un lato del modo in cui funziona il sistema giudiziario e dall’altro di come il conflitto politico tra Repubblicani e Democratici alla fine degli anni ’90 fosse già ben oltre i fisiologici conflitti di ogni democrazia, e molto prima dell’assalto a Capitol Hill del 2021. Tutti e tre i temi sono, non a caso, ancora temi caldissimi di scontro negli Stati Uniti e per questo le tre stagioni di American Crime Story risultano particolarmente ricche di spunti di riflessione.

Il caso O.J. Simpson è la incredibile storia del caso giudiziario che vide imputato per duplice omicidio, quello della ex moglie e di un suo amico, il campione di football americano, divo della tv e del cinema. Nonostante una quantità di prove che sembravano prefigurare una condanna senza appello per il ricchissimo ex atleta afroamericano, grazie alla concomitanza di una serie di elementi (l’incapacità dell’accusa di gestire con intelligenza il processo e la pressione mediatica, la enorme ricchezza di mezzi che consentirà a Simpson un “dream-team” di avvocati, il clima di rabbia verso la polizia di Los Angeles dopo il caso Rodney King), Simpson la spunterà convincendo la giuria a dichiararlo innocente.

Un cast stellare (Sarah Paulson e John Travolta su tutti), una storia avvincente che alterna episodi da classico poliziesco – il famoso inseguimento della Bronco bianca sull’autostrada che andò in onda praticamente a reti unificate – alle atmosfere del classico film su un processo, la dimensione pubblica e quella privata di ciascuno dei protagonisti, la questione razziale che diventa l’elemento centrale della strategia difensiva: come dirà alla fine uno dei protagonisti “Simpson è stato il primo in America ad essere stato assolto perché nero”. Tutti questi elementi fanno di questa prima stagione forse la più bella delle tre finora realizzate in questa “antologia criminale”.

L’assassinio di Gianni Versace ci porta sull’Oceano Atlantico, a Miami, dove sul lungomare si trova la villa di Versace davanti alla quale nel primo episodio avviene il suo omicidio (era il 1997). La costruzione del racconto è molto efficace, perché parte dall’omicidio e poi ad ogni episodio va un po’ più indietro alla scoperta degli avvenimenti delle settimane e dei mesi che avevano preceduto l’ultimo delitto. Il protagonista è Andrew Cunanan (magistralmente interpretato da Darren Criss), un giovane gay che tra menzogne continue tese a costruirsi una immagine affascinante e di successo, per sbarcare il lunario si prostituisce; arriverà ad uccidere Versace dopo una sequenza di altri delitti ai danni di suoi clienti, spasimanti, uomini che lo hanno respinto o lasciato, persone che l’hanno intralciato nella fuga. A tenerci incollati alla storia, oltre al meccanismo a ritroso della narrazione, è la scoperta di un percorso che avrebbe ben potuto essere fermato, se solo le autorità di polizia non basassero le proprie indagini sui pregiudizi verso la comunità omosessuale.

Proprio come l’AIDS, che in quegli anni è ancora un flagello che miete molte vittime, i delitti di Cunanan, che avvengono con un modus operandi che contiene sempre una componente sessuale, vengono percepiti da molti come la logica punizione verso un mondo considerato perverso per eccellenza. Anche qui il cast di attori dà una prova molto convincente: la somiglianza di Èdgar Ramirez con Versace è impressionante, Ricky Martin è bravissimo e Penelope Cruz, pur di una bellezza insopprimibile dal pesante trucco, restituisce una Donatella Versace cinica e fredda che appare molto credibile.

C’è la tipica America in cui imperversano i serial killer, ma un po’ anticipando quel che poi farà la serie Dahmer, l’accento è su tutto quanto non è stato fatto per fermare Cunanan prima dell’ultimo clamoroso assassinio.

Impeachment racconta lo scandalo sessuale che coinvolse il Presidente Clinton alla fine degli anni ’90 e lo fa chiaramente raccontandolo dal punto di vista di Monica Lewinski. D’altra parte è difficile trovare, tra i casi mediatici dei decenni scorsi, una donna che sia stata più massacrata dai media della giovane stagista alla Casa Bianca, che poco più che ventenne inizia una relazione con quello che per molti è l’uomo più potente del mondo, il presidente degli USA.

Non a caso, perfino quando nel finale verrà incredibilmente idolatrata da una folla di fans alla presentazione del suo libro, è la paura a segnare il volto di Lewinski (interpretata benissimo da Beanie Feldstein): la paura che tutta la sua vita sia segnata per sempre da quel che è avvenuto. Del resto è quel che avviene a ogni personaggio “normale”, privo del potere sufficiente per evitare di finire nel tritacarne mediatico, nel mercato della giustizia, nel furibondo scontro di potere in atto nel paese (si pensi a Paula Jones o sia pure a un altro livello a Linda Tripp, una strepitosa Sarah Paulson, quasi irriconoscibile per il trucco).

Tra le cose che più colpiscono vi è innanzitutto la rappresentazione del mondo della giustizia, un vero e proprio mercato in cui ci si scambia testimonianze con sconti di pena o immunità, in cui prima si decide chi si vuole accusare e poi si va alla ricerca di qualcosa che provi le accuse, magari per anni. Nulla di più lontano da ogni ideale di giustizia. Quando i federali si accorgeranno di poter accusare Clinton di uno stupro che pensano sia avvenuto molti anni prima, decidono di non includere questo capo d’accusa nel loro rapporto al Congresso, perché l’obiettivo è ottenere l’impeachment, cioè la messa in stato di accusa del presidente, non perseguire un crimine comune.

E poi c’è il conflitto politico (peraltro intrecciato in modo perverso con la gestione della giustizia), senza esclusione di colpi e in cui conta solo distruggere l’avversario. I Clinton da una parte – che non esitano a usare tutte le leve del potere di cui dispongono per intimorire o ingraziarsi testimoni – il mondo neocon e repubblicano dall’altra. Quando credono di essere riusciti a incastrare il Presidente con la rivelazione dei più scabrosi dettagli intimi degli incontri con Lewinski, un gruppo di giornalisti brindando si compiace: “This is a fucking coupe! And we’re doing it!” (Questo è un cazzo di colpo di stato! E lo stiamo facendo noi!). Clinton la farà franca, ma gli USA erano già diventati quell’impero in crisi che abbiamo visto con l’assalto al Campidoglio.

La serie è disponibile su Disney +

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