The Phantom of the Opera (1925)

Il film è forse tra tutti i rifacimenti e gli adattamenti il più fedele al romanzo di Gaston Leroux. Gaston Leroux, brillante giornalista francese, vive tra il 1868 e il 1927 e pubblica Le fantôme de l’Opéra nel 1910. Si era già fatto conoscere con i polizieschi legati alla figura del detective Joseph Rouletabille, il primo dei quali, Le mystère de la chambre jaune (1907), è un esempio magistrale di mistero della camera chiusa.

Il romanzo del 1910, destinato a ispirare tanti successivi adattamenti – non ultimo il celebre musical di Andrew Lloyd Webber, si profila come opera a cavallo di diversi generi letterari e ha molte caratteristiche del “fantastico perturbante”. Ciò che colpisce, e che Julian ha saputo riproporre nel film del 1925, sono le molteplici allusioni a testi, passaggi e personaggi letterari. Il gioco delle citazioni fa brillare una considerevole carica di ironia da parte dell’autore, che si mescola – e qui c’è un tratto che mi permette di accostare Leroux a colui che Sigmund Freud considerava il maestro e creatore del ‘perturbante’ in letteratura, E.T.A. Hoffmann – a una notevole dose di umorismo. È, questo umorismo, in parte presente nel film diretto da Julian, per poi scomparire in successivi rifacimenti.

Dunque, se del poliziesco il romanzo ha i numerosi elementi realistici e del fantastico – a differenza del meraviglioso, per riprendere una celebre distinzione ripercorsa da Todorov e da Calvino – la spiegazione razionale, a conti fatti, di fenomeni che appaiono inizialmente come soprannaturali, è opportuno qui offrire più di un appiglio per i rimandi letterari:

– Faust, che, non a caso, è proprio l’opera che viene messa in scena all’Opéra di Parigi. Christine Daeé, la pupilla di Erik, il “fantasma dell’Opera”, sostituisce Carlotta nel ruolo di Marguerite, la Gretchen di Goethe. L’acceso dibattito con passato e contemporaneità, che secondo Francesco Orlando, l’autore de Il soprannaturale letterario, contraddistingue Faust, è senz’altro presente anche nel romanzo e nel film;

– Il mito di Pigmalione, da Ovidio in poi. Erik può essere visto anche come un mostruoso Pigmalione di Christine, la cui voce e la cui carriera artistica vuole plasmare. Tre anni dopo Il fantasma dell’Opera, ci sarebbe stata la prima assoluta di Pigmalione di George Bernard Shaw;

– Il passaggio attraverso lo specchio (Lewis Carroll, Through the Looking Glass, and What Alice found there, 1871)) riproposto nello specchio che attraverso un congegno segreto consente l’accesso dal camerino della prima donna al regno del Fantasma dell’Opera.

– Il mostro ‘rinchiuso’ in un edificio-labirinto, dal Minotauro a Quasimodo di Notre-Dame de Paris (1831) di Victor Hugo.

– Il tema della maschera in diverse varietà: la maschera che copre il volto orribile, per una malformazione congenita, non sfigurato successivamente, di Erik; il ballo in maschera (che sarà fondamentale in Doppio sogno di Arthur Schnitzler e nell’ultimo film diretto da Stanley Kubrik, ispirato a Doppio sogno: Eyes Wide Shut; la Maschera della Morte Rossa, con la quale Erik, il fantasma dell’Opera, si presenta al ballo in maschera, ricorda fin nei dettagli il personaggio dell’omonimo racconto di Edgar Allan Poe.

Il film ha un ritmo che non perde colpi per tutta la durata della pellicola, dalle scene umoristiche iniziali della firma del contratto di cessione del teatro e dell’ingenuità dei nuovi direttori, con comici effetti al momento della scoperta dell’inquietante “Palco n. 5”, passando per il balletto classico, con le ballerine che ricordano le protagoniste di tanti quadri di Degas, alle allusioni tra poesia decadente e cinema espressionista ai temi della morte e dell’acqua mortale (il lago nero) alle trappole, ai trabocchetti, ai labirinti che sembrano anticipare l’arte di Escher.

Anna Maria Curci

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