“I figli del fiume giallo”. Nostalgia e speranza

di Corinne Vosa

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Ai margini della società ogni essere umano tenta di realizzare come meglio può l’utopia di una vita degna di essere vissuta, spesso macchiandosi di peccati irrimediabili e rimanendo imprigionato nella rete dei propri errori.
Qiao (Zaho Tao, moglie e musa del regista) è la compagna di Bin (Liao Fan), un rispettato e affascinante gangster del jianghu. Il loro amore la tutela dallo squallore della vita a cui era destinata, ma il pericolo che l’illusione della loro salvezza si frantumi è sempre imminente in un mondo di violenza e odio tra bande rivali, finché un giorno tutto sembra andare perso. Cinque anni dopo Qiao cercherà Bin per riprendere la sua vita con lui, ma il tempo porta i suoi cambiamenti e la ragazza dovrà prendere consapevolezza di una nuova situazione.

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Certamente I figli del fiume giallo di Jia Zhangke, regista di Still Life e Al di là delle montagne, denuncia un mondo di miseria dove lo sguardo degli operai e dei bambini è spento e disilluso, come suggerisce la prima scena girata nel 2001 con una videocamera, quando ancora il soggetto del film non era stato concepito. A opporsi a questa grigia realtà le luci psichedeliche delle discoteche frequentate da Qiao e i colori vivaci dei suoi vestiti e gioielli. I valori di questa sorta di famiglia criminale a cui Bin è profondamente legato sono lealtà e correttezza, o almeno così alcuni come lui e Qiao vogliono pensare per trovare una valida alternativa a quell’universo di povertà e fallimento che li circonda. Questo desiderio di fuga coincide con la venerazione dell’eleganza e l’evasione nella danza. Qiao ama ballare in mezzo alla folla, mentre un personaggio che un tempo ricopriva il ruolo sociale di Bin è appassionato di balli da sala, in cui sembra contemplare lo splendore della vita. Questo amore per la bellezza è espresso anche dallo stile visivo del film, ovvero dal suo realismo elegante che in rare occasioni sconfina nel visionario.

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Una prima parte abbondante del film, quasi un’ora di girato, è una lunga presentazione dei personaggi e un incipit che precede il vero incidente scatenante, il quale porta a radicali cambiamenti narrativi. La sceneggiatura si dilunga troppo e inutilmente su questa fase, indebolendo significativamente il valore del film. La recitazione degli attori non è sufficientemente magnetica da compensare o nascondere questi difetti e la lentezza che contraddistingue I figli del fiume giallo appare inconcludente ed esagerata anche per un film della cinematografia d’autore orientale. C’è da dire però che nell’ultima ora il film riacquista il suo fascino e la qualità si eleva nettamente, confermandolo un’opera significativa e toccante.

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I figli del fiume giallo è una riflessione sull’amore e l’attesa, sulla solitudine e la ricerca disperata di recuperare il passato. Prevalgono il sentimento di malinconia e nostalgia per un amore di cui si rifiuta la fine e uno sguardo di preoccupazione per il futuro. “Avrò il coraggio di innamorarmi ancora?” recita una canzone. E di tornare a vivere? Aggiungiamo noi. Il sogno, l’utopia e la ricerca dell’impossibile sono poste come ultima speranza di guarigione, una medicina dello spirito e l’epifania dell’incredibile è resa dalla scena notturna di un cielo che si illumina quasi magicamente.

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Decisivo il valore simbolico degli elementi fuoco e acqua. La stessa Qiao riflette sul fatto che, così come la cenere del vulcano, tutto ciò che è sottoposto a una certa temperatura si purifica e più avanti saltando su una fiamma lei e Bin tentano di purificare il loro destino, cancellando la sfortuna che li perseguita. L’acqua è da sempre simbolo di rinascita e purificazione (nella tradizione occidentale pensiamo al battesimo) e per gli abitanti di queste terre rappresenta un’ideale di speranza e libertà. La parola jianghu, che ritorna spesso nel film e compone il titolo originale Jianghu Ernü ( Figli e figlie del Jianghu), a livello strettamente letterale significa “fiumi e laghi” e la banda criminale brinda con i liquori dei quattro laghi e dei cinque mari; inoltre una parte del film è ambientata nella zona della diga delle Tre Gole, in riva al fiume Yangtze.

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La fuga totale e la reale conquista della libertà sembrano rimanere un miraggio, così come il trionfo dell’amore, come se un magnete vincolasse al loro squallido presente i personaggi, che si autodefiniscono “prigionieri dell’universo” e i quali rimangono soli con il vasto mare della memoria di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere. E in un’ultima inquadratura, dove telecamere diegetiche e cinepresa quasi coincidono, la regia onnisciente li fissa marcando la propria presenza e compassione. Una regia che tra cambiamenti ricorrenti di formati e modalità di ripresa, omaggi, autocitazioni ed inserzioni di vecchi filmati porta avanti un discorso metacinematografico e autoriale.

 

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