‘Un’altra vita – Mug’ (Twarz, 2018) di Małgorzata Szumowska 

di Andrea Lilli

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”

(Luigi Pirandello)

Polonia. 

2010: tra le selvagge colline di Świebodzin “le massime autorità” inaugurano una statua colossale, è il Cristo di cemento più alto al mondo, superiore a quello di Rio de Janeiro. Gli ultrà cattolici esultano.

2013: a Gliwice, in 27 ore viene eseguito con successo un trapianto facciale totale salvavita, il primo del genere al mondo. Trionfo della chirurgia nazionale. 

2018: esce il film “Twarz”, basato su quei due record mondiali, e vince a Berlino l’Orso d’argento-Gran premio della giuria. Il polacco medio, cristiano e nazionalista, traballa, scosso, attraversato da seri dubbi, spaesato. 

Małgorzata Szumowska, regista coraggiosa e sarcastica, lo ha picchiato duro. Ma con guantoni di velluto. Tanto feroce nello smascherare le ipocrisie dei timorati di Dio, quanto delicata nel disegnare i sentimenti del protagonista, eroe semplice e scomodo di questa favola a non lieto fine. 

Un film tosto che lascia il segno, sconsigliato per le seratine a lume di candela, malgrado il titolo italiano suggerisca qualcosa di romantico. A proposito di smascherare: un giorno dovrà pur essere stabilito – nel codice penale! – l’obbligo di tradurre un testo senza tradirlo, a cominciare dai titoli dei film. Qui il polacco ‘Twarz’ (faccia, viso, volto, muso) viene stravolto in ‘Un’altra vita’. A Berlino, per i tedeschi era Die Maske (La maschera): altro tradimento. Come ricordava Pirandello, guai a confondere un volto con una maschera.

Perché non titolarlo semplicemente, e rispettosamente, con la semplice traduzione letterale, senza ricorrere al compromesso furbesco del titolo parallelo inglese “Mug”? Il film, grazie anche all’uso di un particolare fuoco fotografico, è un’intensa, epica rassegna di facce, analizzate una per una e nelle relazioni tra loro:

la faccia del protagonista, Jacek; la facciona in cemento del Cristo Re, alla quale l’operaio Jacek sacrifica la propria; la faccia fragile della fidanzata di Jacek; la faccia schietta e solidale della sorella di Jacek; la faccia ottenebrata della madre di Jacek; la faccia buona e lontana del debole padre; le facce grette dei parenti serpenti; la faccia falsa (dunque la maschera) del sacerdote pio fuori e marcio dentro. Soprattutto, la seconda faccia di Jacek. Quella che era di un altro, e che lui deve indossare per sopravvivere all’incidente sul lavoro. Una faccia diversa, repellente rispetto a quella di prima, ma che gli è necessaria. Jacek torna a vivere così, con la seconda faccia. 

Dentro, non è cambiato. Ama ancora Demetra, la promessa sposa. Adora ancora i Metallica, che ascolta a tutto volume a casa e cavalcando la fida Fiat 126. Odia ancora i bigotti, gli ipocriti, i razzisti, gli stupidi, rinchiusi negli stretti recinti mentali, predatori fra loro, egoisti senza pudore al supermercato come al cimitero. Sogna ancora di scappare a Londra. 

Ma fuori, gli altri vedono il suo nuovo volto e dimenticano chi era/è Jacek. Demetra respinge quel brutto muso, la madre rinnega il figlio e chiama l’esorcista, i bambini lo insultano per strada. Tutti lo disprezzano, lo compatiscono, lo temono, lo evitano, eccetto quelli che sanno come trarre profitto da un volto sfigurato. Fuori, c’è uno specchio che non gli restituisce l’immagine interna. Prima gli dicevano: “Che vai a fare a Londra? Tu sei polacco, ricordatelo. Un polacco appartiene alla Polonia, capito?”. Ora non vedono l’ora che se ne vada, almeno via dalla loro vista.

Solo la sorella – per un momento anche il padre – vede Jacek oltre la superficie del viso, e mantiene il precedente rapporto con lui, anzi lo rinforza. Non basterà. E se nemmeno il coraggio, l’ironia e la sensibilità della Szumowska basteranno a cambiare l’aria pesante che si respira in Polonia, almeno un vento fresco sappiamo dove trovarlo.

“Hey hey hey

here I go now

here I go into new days

I’m pain, I’m hope, I’m suffer”

(‘I disappear’, Metallica)

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