‘American Animals’ (2018), regia: Bart Layton

di Andrea Lilli

Chi va al cinema per vedere ciò che personalmente non riesce a fare, avere o semplicemente vedere nella vita quotidiana, prova un gusto particolare nell’immergersi nel genere cosiddetto ‘heist movie’, ovvero in quei thriller che raccontano rapine sensazionali, pianificate ed eseguite con coraggio ardimentoso e abilità, come noi non ci sogneremmo nemmeno durante la compilazione della denuncia dei redditi.

E se i grandi colpi del secolo sono capolavori sempre ammirevoli, è ancora più godibile, per il pubblico più disincantato, il fallimento disastroso di un furto con destrezza tanto bene organizzato.

Già, perché al compiacimento nel vedere il Diavolo allestire la sua ingegnosa pentola, si aggiunge quella sottile Schadenfreude – il piacere sadico procurato dalle sfortune altrui – che dà l’assistere allo smarrimento del coperchio finale. Peraltro, come tutte le scienze esatte, quella della rapina perfetta è comunque un po’ antipatica, roba da secchioni. A meno che il derubato sia particolarmente odioso (come ne ‘La Stangata’). E pure l’arte della fuga, ci appassiona solo quando chi scappa dai gendarmi lo fa per una buona causa (come in ‘The Blues Brothers’). Ci piace di più il ladro pasticcione e dilettante, il fuggitivo che inciampa: a partire dai magri bottini di Charlot, passando per i Soliti Ignoti, per arrivare all’epico fallimento di questi quattro scalzacani qua: gli studentelli protagonisti di ‘American Animals’.

La storia è vera: siamo nel Kentucky, nel 2004, e quattro ragazzi iscritti alla Transylvania University, annoiati e in preda a fregole adolescenziali tardive, pianificano il furto di alcuni rari e assai preziosi libri conservati nella biblioteca accademica, nella tranquilla cittadina di Lexington. Il colpo sarebbe favorito dalla scarsa sorveglianza e potrebbe essere davvero perfetto, sensazionale, ma viene condotto così goffamente che si risolve in un perfetto e facile successo solo per gli impietosi sbirri dell’FBI – e in sette anni di carcere per ciascun apprendista ladrone.

Il regista Bart Layton, al suo secondo lungometraggio, sviluppa la strabica tecnica mista fiction/documentario già usata in ‘The Imposter (L’impostore)’, inserendo brani di interviste ai personaggi reali ad integrazione e commento della rappresentazione, che peraltro scorre veloce e incalzante come si deve in un thriller, seppur comico. Questo doppio binario narrativo rende inestricabile l’intreccio nella sceneggiatura fra realtà e immaginazione: infatti sia i personaggi recitati che quelli veri forniscono versioni della vicenda discordanti fra loro, e l’approccio plurimo complica e aumenta l’interesse dello spettatore che, aldilà dell’esito fantozziano del tentato furto, voglia mettersi ad analizzare razionalmente la successione dei fatti, i comportamenti dei protagonisti e le loro motivazioni.

Impresa ardua… Alla fine, di certo resta solo una sensazione di disagio per la superficialità infantile con cui agisce ciascun membro della banda, così scalcagnata che sarebbe incredibile se il fatto non fosse veramente accaduto. Ancora più inquietante è l’immensa ingenuità che emerge dalle loro personalità, il vuoto umano che frega queste povere anime sballottate fra deliri di onnipotenza e sensi di colpa. Tutti e quattro gli attori interpretano con trasporto efficace l’anima(lità) peculiarmente americana dei loro personaggi, ed è con humour leggero e feroce che il regista londinese inserisce una prima edizione di Darwin ad accompagnare il principale oggetto del desiderio predatorio, la rarissima bellissima e pesantissima edizione di Birds of America, di John James Audubon.

Nota sulla censura: negli USA il film è stato sorprendentemente vietato ai minori di 17 anni, a causa del “linguaggio scurrile, uso di droghe e materiale sessuale”. A parte il solito abuso del termine “fuck”, non c’è davvero nulla di sessuale. Invece, molto più preoccupante appare in almeno tre sequenze l’impugnatura facile di pistole da parte degli studenti, come fossero accendini… ma questo evidentemente non è diseducativo per i ‘cuccioloni americani’.

Una chicca: l’apparizione di Udo Kier, qui nel ruolo di ricettatore, nella realtà grande collezionista di registi.

Premiato ai British Independent Film Awards 2018 (migliore sceneggiatura di debutto; migliore montaggio)

Nelle sale italiane dal 6 giugno, distribuito da Teodora Film

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