Nureyev – The White Crow : il Corvo Bianco della danza.

di Corinne Vosa

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“La danza è tutta la mia vita. Esiste in me una predestinazione, uno spirito che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino: intrapresa questa via non si può più tornare indietro. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: quando finirò di vivere.”
(Rudolf Nureyev)
Uno spirito ribelle non ha una vita facile in questo mondo, ma come un cavallo selvaggio continuerà a dibattersi per la propria libertà. Nel 1938 nacque un bambino destinato a divenire la stella della danza, Rudolf Nureyev. Un giorno avrebbe conosciuto la gloria, ma la strada per raggiungerla fu per lui tortuosa ed esasperante, in particolare perché nato nella Russia comunista e pertanto prigioniero di regole e convenzioni rigidissime. Per la società in cui viveva era classificato come una perenne minaccia da tenere sotto controllo, un talento temuto e sovversivo. Il film ripercorre la sua vocazione e crescita come ballerino, strutturandosi in tre tempi: il viaggio a Parigi nel 1961, in occasione della tournée della Kirov Ballet Company, gli anni dell’infanzia e quelli a Leningrado dal ’55 al ’61.

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Nureyev – The White Crow è tratto dalla biografia Rudolf Nureyev: The Life di Julie Kavanagh ed è diretto dal grande attore Ralph Fiennes, alla sua terza prova da regista, che ci riserva la gioia di vederlo recitare nel ruolo di Alexander Pushkin, famoso maestro russo di ballo e mentore di Nureyev.
“Preferirei morire piuttosto che vivere di regole”. Le parole di Nureyev suonano come il canto tragico di un eroe romantico, magari il protagonista di uno dei tantissimi balletti che ha interpretato. Come questi personaggi, è destinato a una tumultuosa lotta contro l’oscurità, sia esterna che interna al proprio sé.

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Ralph Fiennes dirige una perla cinematografica la cui eleganza si accorda incantevolmente con la sublime bellezza del balletto. Un elogio raffinato della danza, nella quale il corpo si trasforma in un divino mezzo artistico, espressione di un’essenza segreta della realtà. Nureyev stravolse definitivamente il modo di sentire e intendere questa arte, facendosi portatore di una rivoluzione estetica della danza, specie di quella maschile, in cui la tecnica non dev’essere il fine ma il veicolo. Come gli insegna il suo saggio professore Pushkin, è essenziale per la danza raccontare attraverso i movimenti del corpo una storia e non anteporre una fredda tecnica al contenuto; bisogna sempre chiedersi: “Qual è la storia che voglio raccontare?”

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Meravigliose le sequenze in cui Nureyev si aggira nei musei scrutando a fondo, quasi da penetrarli, i dipinti dei grandi maestri dell’arte, per assaporarne la bellezza e soprattutto comprendere pienamente cosa hanno da insegnare a un ballerino. La regia evidenzia l’intensità con cui gli occhi di Nureyev si posano sulla tela e viaggiano tra le forme dipinte, riproducendole poi con devozione nell’atto successivo della danza. L’occhio dell’artista cattura, l’anima e il corpo restituiscono in una nuova forma.

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Per raffigurare il passato e aumentare quella sensazione di pressante malinconia di una solitudine esistenziale iniziata troppo precocemente, Fiennes adotta una fotografia in bianco e nero, contrapposta alla vivacità cromatica del futuro che attende il giovane ballerino nel balletto classico. La lunga sequenza, frammentata dal montaggio, del balletto Il lago dei cigni, è molto curata e fedele nei costumi e scenografie ai filmati d’archivio anche successivi al 1961 ( pensiamo alla celebre e introspettiva versione del 1964, coreografata da Nureyev e danzata insieme all’étoile Margot Fonteyn).

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La condizione del viandante contraddistingue in segreto l’animo tormentato di Nureyev, partorito su un treno in movimento e inquadrato per la prima volta nel film seduto in aereo, con il viso contornato dallo sfondo del cielo, metafora della leggerezza e propensione all’infinito del corpo danzante. Il treno in miniatura che tanto ardentemente ricerca rispecchia il suo desiderio di fuga e libertà. Un bisogno che non può essere arrestato, perché i sentimenti di Nureyev sono impetuosi come un fiume in piena e gli argini destinati a disgregarsi. Parigi è la città dei sogni, l’ideale proibito. Una volta raggiunta come rinunciare a ciò che rappresenta e tornare indietro?

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Fondamentale l’incontro con la giovane cilena altolocata Clara Saint, malinconica ed affine a Nureyev nello spirito, con la quale nascerà un’amicizia intima e preziosa. Ad interpretarla con grande sensibilità è Adèle Exarchopoulos, Palma d’Oro per La vita di Adele. Un altro incontro significativo è quello con Pierre Lacotte, noto ballerino e coreografo parigino che comprenderà subito il suo talento e lo sosterrà come pochi.

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Trovare qualcuno in grado di trasmettere l’interiorità e l’energia di questa leggenda della danza chiamata Rudolf Nureyev era un’impresa alquanto temibile, ma il volto e animo idonei sono stati trovati nel ballerino ucraino Oleg Ivenko.
Nureyev – The White Crow brilla di sensibilità, classe, cultura e poesia. Esprime con la magia del cinema il romanticismo della personalità magnetica di Nureyev e ci racconta il suo mondo interiore volto alla ricerca del sublime artistico.

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