‘Nevermind’ (2018): un film dal sapore sperimentale.

di Luca Graziani

Eros Puglielli dirige un film irriverente, ricco di equivoci e dal sapore sperimentale per una velata indagine sui perché dell’esistenza.

Il progetto di un film collettivo nasce dal materiale di un episodio girato in precedenza, quello dell’avvocato ravanatore con Alberto Molinari. È una storia raccontata in modo essenziale, quasi incompleta, con dialoghi brevi ma dal tono azzeccato: un libero professionista in modo riprovevole e grottesco quanto fastidiosamente plausibile, è talmente ossessionato dalle proprie parti intime da rendere tossico l’ambiente in cui lavora.Ad affiancare l’avvocato ci sono altre figure, sostenute stavolta da una sceneggiatura più elaborata: uno psicologo che impazzisce battendo la testa, una babysitter alle prese con un bambino fantasma, un cuoco perseguitato da un collega inopportuno ed un paesano mitomane e incestuoso.

In un’epoca in cui i tempi di gestazione di un film sono abissali, Nevermind con solo due settimane di realizzazione è a suo modo una piccola gemma dalla regia attenta e dall’anima innovatrice. Nell’episodio del cuoco, Puglielli è finalmente libero di scatenarsi con gli effetti speciali, il suo asso nella manica, a riconferma del binomio qualità – semplicità. L’uomo invisibile con cui è alle prese lo chef è un grande classico del cinema di fantascienza e risulta straordinariamente efficace nella sua essenzialità.

Tutto avviene nella città eterna, fondale perfetto, con la sua veracità, delle surreali vicende a cui il film dà vita. Il primo ed anche l’ultimo fotogramma sono uno scorcio del sacro GRA, a dimostrazione che tutte le strade, per quanto assurde, portano a Roma. Il filo conduttore è proprio l’improbabilità che caratterizza i racconti e a fare da cerniera, alla Buñuel, c’è un personaggio secondario che viene promosso a protagonista dell’episodio successivo.

Queste incredibili storie hanno il potere catartico di destare nello spettatore sentimenti diversi e anche contrastanti, come rabbia, disgusto e grande ilarità. E a fare da sfondo c’è l’insensatezza di una realtà inverosimile. L’indagine sui perché dell’esistenza è perciò una conseguenza delle disavventure dei protagonisti e non il punto di partenza. “Nevermind strano ma vero” risponde in qualche modo all’aristotelico quesito: “se c’è una soluzione perché ti preoccupi? Se non c’è una soluzione perché ti preoccupi?”.Sì tratta di un invito a non lasciare che le domande che ci attanagliano possano complicare inutilmente la nostra esistenza. Un’esortazione a non cercare di capire ciò che va al di là di ogni comprensione logica, ma molto più semplicemente limitarsi a vivere in una realtà mostruosamente assurda.

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