‘Midsommar’ (2019), di Ari Aster: un villaggio lasciato a se stesso.

di Fabrizio Spurio

Il regista di Hereditary torna al cinema con la storia di una sorta di “setta” che venera le forze della natura. O almeno così sembrerebbe di capire dallo svolgimento della trama. La storia di base della vicenda, in realtà, è quella di Dani (Florence Pugh) che ha perso la famiglia, madre padre e sorella, per un suicidio omicidio compiuto proprio dalla sorella. Cerca di trovare un sostegno nell’amore per il suo fidanzato Christian (Jack Reynor) il quale però la tratta con disattenzione. Un rapporto d’amore basato più sulla pietà che il ragazzo prova per lei che su un vero sentimento romantico. Insieme a tre amici di lui, Mark (Will Poulter), Josh (William Jackson Harper) e Pelle (Vilhelm Blomgren), decidono di intraprendere un viaggio verso Harga, un paese remoto della Svezia settentrionale, luogo d’origine di Pelle stesso. In questo villaggio, ogni novanta anni, si svolge la festa di Midsommar. La festa è un insieme di riti che si svolgono in più giorni. I ragazzi si trovano proiettati in una realtà allucinata e allucinante anche a causa di alcuni ingredienti mescolati nei cibi che vengono offerti ai ragazzi. Midsommar viaggia insieme ai ragazzi, ma il viaggio è molto lento. Il film si dispiega con tempi dilatati, sembra prendere il ritmo lento e pacato della natura svedese, con le sue ampie foreste e l’interminabile giorno con il sole che non tramonta neanche di notte creando uno stato di straniamento nei ragazzi. Naturalmente i festeggiamenti nascondono dei risvolti sinistri che costeranno cari ai ragazzi ospitati. A parere di chi scrive la trama avrebbe potuto essere sfruttata meglio, anche perché la scenografia è splendida, con il paese ricostruito nei dettagli, con una fantasia di decorazioni che rende l’atmosfera bucolica e leggiadra ma anche inquietante.Il lato negativo della pellicola è che sa tutto di ‘già visto’. Di film che narrano vicende infauste con ricorrenze particolari ne sono stati girati molti. Il primo che viene alla mente è il famoso “2000 Maniacs” di Herschell Gordon Lewis del 1964, seconda pellicola splatter della storia del cinema che narra proprio di un villaggio fantasma che compare nella provincia americana per poter massacrare quattro ignari turisti; ma ancor più simile a questo è “The Wicker Man” di Robin Hardy del 1973 con Christopher Lee (film che ha avuto un mediocre remake, “Il prescelto” del 2006, con Nicholas Cage, diretto da Neil LaBute). Anche in questa pellicola troviamo un paese che celebra un rito in favore della natura per propiziarsi benessere. In “Midsommar” troviamo tutto questo, ma nulla di più. L’atmosfera rarefatta si addice poco a quello che doveva essere un thriller di tensione e paranoia. La pellicola diventa una sorta di dramma esistenziale puntando sulla solitudine di Dani, che lentamente durante lo svolgersi della trama, scopre che il suo fidanzato e i suoi amici in realtà non si curano l’uno dell’altro. Tra loro non c’è un sincero legame di amicizia, ma solo una futile conoscenza che si può spezzare al minimo sorgere di un problema. I ragazzi, davanti ad improvvisi pericoli, sono pronti a rinnegare ogni legame di amicizia reciproco. Non si curano di eventuali pericoli che possono aver colpito gli altri. L’importante è il proprio tornaconto: nel caso di Christian è portare a termine la sua tesi sugli usi e costumi della popolazione di Harga. Ma molte cose nella pellicola non funzionano. Intanto ci si domanda perché i ragazzi, dopo aver assistito ad una sorta di suicidio rituale, vogliano rimanere nel villaggio. Come già detto non sospettano nulla quando i loro compagni di viaggio spariscono, e Pelle non fa che dare giustificazioni superficiali. Gli stessi abitanti del villaggio hanno dei comportamenti assurdi ma i protagonisti sembrano non fare caso a cose estremamente assurde. Il tutto diventa un po’ troppo forzato e la pellicola risente di veridicità e risulta illogica. La cosa che da più fastidio è che molte domande del pubblico rimangono senza risposta. Perché si festeggia Midsommar? Si parla di un rito di ringraziamento. Durante la pellicola si parla anche di un demone che avrebbe assalito il villaggio in epoche remote. Ma non ci sono spiegazioni. Il perché di questi rituali, perché il respiro, elemento importante nella comunità, viene tenuto in tale considerazione. L’unica cosa che emerge è che la comunità è un’unica entità, nella gioia e nella sofferenza. Condividono i dolori, i piaceri e le allegrie del singolo. Ma ancora, non sappiamo il perché di questo legame. Nel sacrificio finale, anche alcuni membri della comunità si offrono in olocausto; naturalmente non ci è detto in base a cosa sono stati scelti. Il regista ha messo troppa carne al fuoco, ha voluto creare una pellicola ambiziosa, ma realmente non sa condurre in porto l’impresa. Tanto il precedente film era piccolo, ambientato in una casa con pochi personaggi, tanto questo è un film ampio, con molti personaggi e ambienti. Ma il tutto è condotto con semplicità, senza guizzi, puntando molto su scenografia e fotografia. Ma non bastano queste cose a rendere meno tedioso un film che non ci fa interessare dei suoi personaggi monocorde e incolori. Un film che, in definitiva, vive solo per il buon lato tecnico, ma che emotivamente non offre scosse particolari. Il villaggio è lasciato a se stesso, come se il regista non sapesse dove dirigere la vicenda. Si muovono sulla scena, fanno quello che è scritto sul copione, ma non ci sono emozioni, sensazioni viscerali, a parte qualche involontaria risata durante la visione.

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