Mignon è partita e l’importanza del “gesto teatrale”

di Laura Pozzi

Tra i più promettenti esordi italiani degli ultimi trent’anni, un posto di riguardo spetta senza dubbio a Francesca Archibugi. Ex attrice, diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia, nel 1988 insieme alla complicità delle giovani Gloria Malatesta e Claudia Sbarigia scrive e dirige ‘Mignon è partita’, arioso e malinconico spaccato familiare sullo sfondo di una Roma sospesa e dolcemente crepuscolare. Lo sguardo dell’Archibugi, come sanciranno anche le opere successive, dimostra fin da subito tatto e sensibilità nell’affrontare tematiche familiari con al centro adolescenti smarriti, confusi e costantemente alla ricerca del proprio posto nel mondo.Nel suo felicissimo esordio la regista romana affida alle inquietudini di Giorgio un tredicenne “fuori dal coro”, il compito di descrivere i dolori di un giovanissimo Werther alle prese con inaspettati e imprevedibili turbamenti amorosi provocati dall’arrivo improvviso da Parigi della cugina “ricca” Mignon. La comparsa della ragazza, altezzosa e antipatica quanto basta a tracciare una linea di demarcazione tra Forbicioni “alti” e Forbicioni “bassi”, sarà salutata dai cugini caciaroni con ostile e indifferente normalità, eccezion fatta per Giorgio che oltre a riconoscere in lei il suo corrispettivo femminile finisce per innamorarsene perdutamente. Peccato che Mignon nonostante le affinità elettive sottolineate da letture in comune quali Grandi Speranze di Charles Dickens e L’ isola di Arturo di Elsa Morante, gli preferisca il più disinvolto e frivolo Cacio, maggiormente interessato a soddisfare gli inevitabili impulsi tipici della sua età. Mignon dal canto suo incarna non soltanto l’ospite più o meno desiderato di un antesignana famiglia “allargata”, ma anche e soprattutto il viatico necessario per il delicato passaggio nell’età adulta. Che ingloba oltre alla delusione di un idillio non corrisposto, le conseguenze mortali di un male incurabile drammaticamente vissute dall’amata professoressa di latino e i precari equilibri di genitori che non si amano più. Giorgio scoprirà a sue spese come “è strano quante cose bisogna sapere, prima di sapere quanto poco si sa” (cit.) e il suo struggente rimpianto finale con Mignon lì a due passi ad attendere quello che poteva essere e non è stato, lascia intravedere tutta la complessità del divenire (a malincuore) adulto.Una complessità mirabilmente stigmatizzata nella figura di Laura, una mamma chioccia dolce e infantile, docilmente rassegnata ad un ruolo in parte monotono, ma rassicurante. I teneri e violenti confronti con quel figlio prediletto dal cuore spezzato danno la cifra esatta di un immediato ed inesorabile passaggio di consegne, finemente evidenziato da quel cancello divenuto per Giorgio troppo stretto e impossibile da attraversare.

La regia dell’Archibugi è fluida e leggera nel cogliere e rendere autentici i confusi e contorti stati d’animo dei protagonisti, merito anche della pregevole partitura musicale composta da Roberto Gatto e Battista Lena.Un romanzo di formazione sobrio e profondo, che raggiunge il suo apice nella complicità di quel gesto teatrale, necessario a risolvere situazioni senza apparente via d’uscita. Il tutto caratterizzato da un linguaggio limpido e genuino, lontano anni luce da quella becera e urlata “romanità” onnipresente nelle attuali produzioni italiane. Trentuno anni e non li dimostra: il film dell’Archibugi resiste stoicamente al passare del tempo, lasciando ad ogni nuova (re)visione la consapevolezza di quanto sappia essere (quando vuole) sorprendentemente bello il cinema italiano.

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