‘L’Ospite’, di Duccio Chiarini (2018)

IN SALA dal 22 AGOSTO

di Andrea Lilli

Girato a Roma, in buona parte nei quartieri Prati e Balduina, L’ospite mi ha riportato sulle strade e nel clima umano che ho vissuto fino alla fine del liceo, quasi quarant’anni fa. Topografie urbane, antropologie in cui poi sono tornato, da dove sono ripartito. Non sono poi molto cambiate in tutto questo tempo. Non le amo particolarmente, malgrado i ricordi anche belli, ma capisco bene i motivi per cui quelle zone vengono spesso scelte come set cinematografici. Prati, specialmente: le eleganti architetture umbertine, le corti interne, le vie alberate, i palazzoni istituzionali, le pasticcerie e gelaterie, i parchi, gli scorci su Monte Mario, senza ignorare la comoda prossimità di sedi aziendali, ad esempio quelle della RAI e di Endemol; e a due passi il centro di Roma, il Vaticano, lo stadio Olimpico, il Tevere…

Scappai da lì appena diplomato. Era il 1980, e il giovane regista Duccio Chiarini (n. 1977) non può immaginare cosa fosse la nausea per la vecchia, piccola borghesia romana di quegli anni di piombo ancora fumanti: lui nell’80 aveva tre anni, e ben altro da fare. Provavo quella stessa allergia per le imperturbabili vaghezze e vanità delle dinamiche romane che spinse Nanni Moretti, un altro indigeno un po’ più vecchio di me, ad iniziare in quegli anni la cineautoterapia, con Io sono un autarchico ed Ecce Bombo. Le vie del cinema sono infinite e strane: chissà come è arrivato il fiorentino Chiarini ad incolonnarsi nel traffico di Viale Medaglie d’Oro, ad ammirare il fascino decadente della facciata del liceo Mamiani. Fatto sta che ora, dicevo, a distanza di tanti anni, questo suo film mi restituisce integra quella sensazione negativa provata nell’adolescenza, e vorrei capire perché, di tanti film girati a Roma Nord, lo faccia proprio questo. Non so. Sarà quel tono di fondo, quel colore buio da occhi bassi e timorosi, sempre quello.

La trama è semplice. C’è Guido, professore di italiano in una scuola media con scarse ambizioni, che sta con l’inquieta Chiara, ma ancora per poco: una coppia di quasi quarantenni in crisi. Una coppia traballante di genitori. E poi altre coppie precarie, quelle degli amici di Guido, il fragile protagonista. Il cosiddetto antieroe, che, da solo, proprio non riesce a stare, mai: sempre meglio chiedere ospitalità a qualcuno, magari a qualche coppia, per non pensare ai casi propri nel silenzio assordante della solitudine. Scollatosi faticosamente dalla compagna, Guido s’attacca subito a mamma e papà, che peraltro non ha mai allontanato davvero, alternandoli agli amici e alle amiche, di cui diventa un accessorio discreto, paziente, spesso un contenitore di sfoghi.

Sui divani di questo film non ci sono mai gatti né cani, non ce n’è bisogno, c’è Guido.

Con l’espressione dimessa del fox terrier a pelo liscio, Daniele Parisi con la sua barbetta s’immedesima perfettamente nel ruolo dell’animale domestico, tanto dipendente da un nucleo familiare purchessia, quanto disponibile all’ascolto di chi abbia bisogno di parlare. Del resto, tranne Chiara – l’unica a dimostrare un poco di coraggio scappando dal recinto – i personaggi di Chiarini temono terribilmente di restare soli, soli come Guido senza Chiara ha orrore di restare. Tutti affannati a fare o restaurare coppie, o a disfarne per farne altre. Dunque si potrebbe appiccicare quest’etichetta: “FSCCR – Film Sulla Coppia Come Rifugio”, e riporre tranquillamente in archivio, scaffale delle Nevrosi Urbane, questo secondo film di Chiarini. Il quale, scegliendo i toni moderati, i dialoghi sempre civili anche nelle scenate, gli uomini indecisi e le donne emancipate, ma pur loro beneducate, si candida in tempo utile al titolo di erede nostrano di Woody Allen. 

Con i dovuti riconoscimenti all’argutezza delle battute, al loro sapiente dosaggio in un ritmo andante sostenuto, mai troppo, nel rispetto di una successione di eventi che prevede e soffoca ogni possibile circostanza traumatica, che sia la rottura di un preservativo o il pesante responso di un esame specialistico, possiamo infine collocare L’ospite tra quelle commedie sentimentali di folclore metropolitano che assumono l’importante seppur limitata funzione di “testimonianza di costume”. Ma mentre in un Bianca trovi anche l’intrigo del giallo, e di un Manhattan ricorderai per sempre l’elegante vitalità del bianco e nero, ne L’ospite questa paura blu di agire e decidere del proprio destino, questa vile debolezza da uccellini in gabbia che tengono chiusa la porta dall’interno, quest’inerzia assicurata che alla fine prevale e neutralizza ogni eventuale cambiamento conseguente all’imprevisto, stendono sul film un colore opaco, stinto, quello di una vecchia coperta di Linus, facile e rassicurante. Consunta da tanti anni, però ancora buona per chi nella vita non vuole sorprese.

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